La formula del 3-30-300 per progettare città più verdi

Di Alessandro Campiotti

In un periodo di crescente urbanizzazione delle città, lo studioso olandese Cecil Konijnendijk ha formulato una regola per orientare i criteri di pianificazione urbana verso una maggiore sostenibilità ambientale e rafforzare il rapporto tra persone e natura.

Edificio progettato per ospitare più pareti verdi nelle sue facciate (Milano) – Immagine di Alessandro Campiotti

I dati pubblicati da recenti studi scientifici e rapporti internazionali sostengono che oggi circa il 55% della popolazione mondiale vive nelle aree urbane, e aggiungono che questi numeri sono destinati a crescere nei prossimi anni, per toccare il 70% entro il 2050, in linea con quanto avviene nei Paesi dell’Unione europea. In questo contesto, le città si trovano a dover gestire una serie di problematiche innescate dalla crescente urbanizzazione, che vanno dall’inquinamento atmosferico al fenomeno delle isole di calore urbane, dal crescente consumo di suolo alla perdita di biodiversità.

Non potendo invertire la rotta dello sviluppo edilizio, negli ultimi anni decisori politici e progettisti hanno adeguato i criteri di pianificazione urbana per rispondere alle nuove esigenze e sensibilità di cittadini sempre più consapevoli e attenti a tutelare la propria salute e quella dell’ambiente circostante. Per queste ragioni, l’elemento vegetale, nelle sue più diverse configurazioni, è stato unanimemente riconosciuto come uno strumento naturale di mitigazione ambientale e climatica, in grado di fornire una serie di servizi ecosistemici che contribuiscono a rendere le città più salubri e vivibili. Una corretta pianificazione e gestione del verde urbano può generare numerosi benefici sia per l’uomo che per la natura, come la riduzione della concentrazione di inquinanti atmosferici, il raffrescamento dell’aria nei periodi estivi, l’incremento della biodiversità e il miglioramento del benessere socio-psicologico delle persone.

La presenza di parchi e aree verdi, infatti, è strettamente legata anche alla salute mentale, in quanto contribuisce a ridurre lo stress psico-fisico, migliorare l’umore e rafforzare il contatto con la natura sia nelle persone che fruiscono frequentemente di questi luoghi per scopi sportivi, sociali e ricreativi, ma anche per coloro che vi stabiliscono un contatto solamente visivo dalla finestra della propria casa o del proprio ufficio. Di conseguenza, il tema del verde urbano è diventato sempre più centrale del dibattito sulla pianificazione urbana, così come è emersa chiaramente la necessità di potenziare le aree verdi e renderle facilmente raggiungibili e accessibili anche per i cittadini che vivono in luoghi fortemente urbanizzati e caratterizzati da una scarsa copertura arborea.

A questo proposito, nel 2021, l’olandese Cecil Konijnendijk, studioso della natura e professore di silvicoltura urbana alla British Columbia University, ha proposto un nuovo modello di progettazione urbana per rendere i quartieri sempre più verdi secondo la regola 3-30-300. La combinazione numerica non è direttamente legata a rigide evidenze scientifiche, ma è stata elaborata per essere facilmente memorizzabile e comprensibile anche ad un pubblico di non addetti ai lavori. Si tratta sostanzialmente di una formula guida non vincolante secondo cui ogni cittadino dovrebbe essere in grado di vedere almeno tre alberi maturi dalla propria abitazione, scuola o luogo di lavoro, vivere in un quartiere dotato di una copertura arborea non inferiore al 30% della superficie totale e infine avere la possibilità di raggiungere un’area verde di almeno un ettaro entro i 300 metri da casa.

Da esperto di silvicoltura urbana, Konijnendijk ha elaborato la formula 3-30-300 ispirandosi alla combinazione 10-20-30, solitamente utilizzata dai pianificatori del verde per garantire la diversificazione vegetale tra specie, generi e famiglie, con l’obiettivo di rafforzare la resistenza delle piante nei confronti dei patogeni. Dal momento del suo lancio nel 2021, questa regola ha riscontrato notevole interesse a livello internazionale, tanto da aver orientato i programmi di inverdimento di numerose città in tutto il mondo, come Barcellona, Bristol, Canberra, Seattle e Vancouver. Tuttavia, per favorire il recepimento e la diffusione di queste linee guida, gli attori istituzionali dovranno monitorare attentamente i vantaggi e i possibili svantaggi di questo cambiamento, valutarne l’impatto socio-ambientale e svolgere campagne di informazione e progetti civici per rendere i cittadini protagonisti di questo processo di trasformazione del tessuto urbano.

Per approfondire:

https://link.springer.com/article/10.1007/s11676-022-01523-z

La stretta relazione tra inquinamento atmosferico e salute pubblica

Di Alessandro Campiotti

La comunità scientifica internazionale concorda sul fatto che un’esposizione prolungata ad elevate concentrazioni di inquinanti aerei possa provocare negli anni l’insorgenza di diverse patologie. Tuttavia, l’innovazione tecnologica e il rispetto delle norme ambientali in materia di qualità dell’aria hanno ottenuto nel tempo risultati positivi in termini di riduzione delle emissioni e miglioramento della salute pubblica.

Immagine di un impianto industriale – foto di Alessandro Campiotti

I dati emersi nelle ultime settimane sulla qualità dell’aria delle città italiane sono preoccupanti e fotografano una situazione di sostanziale cronicità del fenomeno dell’inquinamento atmosferico, determinato in primo luogo dalle attività antropiche e aggravato da un quadro meteorologico caratterizzato da scarse piogge e da ridotti fenomeni ventosi. La coesistenza di queste due condizioni non fa che aumentare la concentrazione degli inquinanti atmosferici ben oltre i limiti fissati dalle norme europee e nazionali, con la conseguenza di rendere l’aria incompatibile con i livelli che andrebbero rispettati al fine di tutelare la salute umana.

L’inquinamento atmosferico, infatti, si conferma tra i principali problemi della società contemporanea, causando ogni anno circa cinque milioni di decessi prematuri nel mondo, di cui oltre 250.000 in Unione Europea e 60.000 in Italia. Le aree urbane e quelle a vocazione industriale sono le più interessate dal fenomeno a causa dell’elevata concentrazione di inquinanti atmosferici che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) classifica in funzione della nocività per l’organismo umano. Tra i più comuni ci sono le polveri sottili (soprattutto PM2,5) insieme ad una serie di gas quali ozono (O3), biossido di azoto (NO2), anidride solforosa (SO2) e ammoniaca (NH3), derivanti da un mix di fonti di origine naturale e antropica, dove spiccano le emissioni prodotte dai settori industriale e agricolo e quelle derivanti dai consumi civili attraverso gli impianti di riscaldamento e i gas di scarico delle automobili.

In questo contesto, la comunità scientifica mondiale concorda sul fatto che un’esposizione prolungata nel tempo ad elevate concentrazioni di inquinanti atmosferici può essere correlata all’insorgenza di malattie respiratorie, cardiovascolari e tumorali, specialmente sui soggetti più vulnerabili, oltre ad avere effetti negativi sulla salute riproduttiva e sullo sviluppo infantile. Per adeguare le norme in materia di salute pubblica alle indicazioni dell’OMS, nel novembre del 2024 la Commissione europea ha approvato una nuova Direttiva sulla Qualità dell’Aria (n.2881/2024), che introduce standard di concentrazione per i principali inquinanti aerei più rigidi rispetto a quanto previsto dalla norma precedente. I nuovi limiti entreranno in vigore a partire dal 1° gennaio 2030, ma gli Stati hanno l’obbligo di recepire la Direttiva entro dicembre 2026, per avviare quanto prima una serie di interventi che puntino a mitigare la preoccupante situazione in atto.

Grazie al progressivo inasprimento delle norme europee e allo sviluppo di nuove tecnologie, negli ultimi decenni l’Italia ha ridotto le emissioni di polveri sottili del 40% rispetto ai livelli del 1990, il che si è tradotto in un sostanziale dimezzamento dei decessi durante il ventennio che va dal 2005 al 2025. Ma l’inquinamento atmosferico non si limita agli spazi aperti e riguarda anche gli ambienti interni di abitazioni, uffici e scuole. Basti pensare che la maggioranza della popolazione trascorre oltre l’80% del proprio tempo in ambienti chiusi, dove la scarsa ventilazione favorisce l’aumento della concentrazione di inquinanti indoor, come i composti organici volatili, sostanze chimiche generate da fonti di uso comune come vernici, colle, stampanti, fumo di tabacco, prodotti per la pulizia, stufe e camini.

Negli ultimi anni, l’Unione europea ha stanziato decine di miliardi di euro con l’obiettivo di incentivare l’efficientamento energetico degli edifici, rendere più sostenibili i sistemi agricoli, aumentare la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili, limitare la circolazione dei veicoli più inquinanti e promuovere progetti di inverdimento delle aree urbane per favorire la fitodepurazione dell’aria. Allo stesso tempo, occorre sottolineare il ruolo che gli attori istituzionali possono svolgere per informare adeguatamente l’opinione pubblica, ad esempio con la promozione di campagne che coinvolgano cittadini di ogni età e che li rendano partecipi delle motivazioni che spingono i governi ad attuare determinati provvedimenti, che altrimenti risulterebbero difficilmente comprensibili e accettabili.


Per approfondire:
https://www.isdenews.it/cambiamo-aria-salute-e-inquinamento-atmosferico-nelle-citta-italiane-anche-nel-2025-lemergenza-non-si-arresta/


L’acqua, una risorsa vitale troppo spesso mal gestita

Di Alessandro Campiotti

La Giornata Mondiale dell’Acqua è stata l’occasione per fare il punto sul ruolo strategico che la risorsa idrica rappresenta per la società. Tuttavia, una gestione inefficiente da parte di istituzioni e cittadini, insieme agli effetti dei cambiamenti climatici, mettono a rischio la disponibilità della preziosa risorsa naturale.

Foto di Alessandro Campiotti

La crisi idrica in Italia costa oltre 13 miliardi di euro l’anno, più del doppio rispetto alla media europea, con un impatto economico particolarmente gravoso per le attività produttive e le finanze pubbliche. È quanto emerge dal Libro Bianco 2026 pubblicato dalla Community Valore Acqua di TEHA (The European House Ambrosetti) in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, celebrata come ogni anno il 22 marzo. Lo studio fotografa una situazione di sostanziale stress idrico, che dipende sia dagli effetti del cambiamento climatico che dalla cattiva gestione che istituzioni e cittadini fanno di questa preziosa risorsa naturale che nel tempo ha assunto un ruolo strategico e geopolitico tale da meritarsi l’epiteto di “oro blu”.

L’acqua, infatti, oltre ad essere indispensabile per la vita degli esseri viventi, è un input strettamente legato al funzionamento dei principali settori economici e produttivi, come l’agricoltura (40% del consumo totale), l’industria (20%) e la produzione di energia elettrica (15%), in cui complessivamente operano circa due milioni di imprese, generando un valore aggiunto nell’ordine delle decine di miliardi di euro ogni anno. Inoltre, l’Italia è tra i Paesi europei con il maggior consumo pro-capite di acqua per uso civile, pari a 155 metri cubi annui, che rappresenta il 24% del consumo totale. A questo si aggiungono le perdite idriche che caratterizzano la rete di distribuzione, che nel 2022 ha registrato il record del 42% di acqua sprecata, che in alcune regioni del centro-sud ha toccato picchi del 60%.

Questa gestione tutt’altro che morigerata della risorsa idrica, si scontra con una realtà che vede i paesi del Bacino del Mediterraneo, Italia compresa, tra i più colpiti dagli effetti del cambiamento climatico. A questo proposito, l’ultimo rapporto dell’Ipcc (Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico) ha sottolineato che gli effetti dell’alterazione del clima, in particolare l’aumento delle temperature e la siccità, incidono negativamente sul ciclo dell’acqua, mettendo in discussione la sicurezza idrica globale.

Qui potrebbe sorgere spontanea una domanda: come è possibile che l’Italia soffra di una crisi idrica dopo un inverno caratterizzato da un quadro climatico particolarmente piovoso? La risposta è che non basta un periodo di piogge abbondanti per superare una carenza idrica accumulata nel corso degli anni. Al contrario, gli eventi estremi registrati nelle ultime settimane, che hanno visto cadere in poche ore una quantità d’acqua pari a quella che solitamente cade in uno o più mesi, si sono spesso tradotti in alluvioni, frane e danni alle infrastrutture, con pesanti conseguenze dal punto di vista economico e, nei casi più gravi, con un costo in termini di vite umane.

La risposta a questa situazione non può che guardare al medio-lungo periodo, con una pianificazione che abbia lo scopo di mettere in sicurezza il territorio dal rischio idro-geologico e allo stesso tempo rendere più efficiente la gestione e la raccolta dell’acqua. Negli ultimi anni il PNRR ha finanziato con circa un miliardo di euro interventi finalizzati al potenziamento del sistema di monitoraggio della rete di distribuzione nazionale, tramite l’ausilio di tecnologie per individuare le perdite. Tuttavia, l’efficientamento delle infrastrutture idriche richiederebbe finanziamenti più onerosi, e dovrebbe essere accompagnato da una serie di azioni di adattamento da parte delle filiere produttive alle attuali condizioni climatiche, con l’obiettivo di efficientare i sistemi di produzione e renderli più sostenibili da un punto di vista ambientale, economico e sociale.

Non va dimenticato, infine, che sebbene la crisi idrica interessi gran parte del pianeta a causa dell’enorme aumento demografico degli ultimi decenni, a farne le spese maggiori sono le popolazioni dei paesi in via di sviluppo, in cui, secondo le Nazioni Unite, circa due miliardi di persone soffrono la siccità e non hanno accesso a fonti di acqua potabile sicura.

Per approfondire:

https://www.giornatamondialeacqua.ambrosetti.eu/wp-content/uploads/2026/03/Libro-Bianco-Valore-Acqua-2026_COMPLETO_rev.pdf

https://www.ambrosetti.eu/le-nostre-community/community-valore-acqua-per-litalia