L’intelligenza artificiale e la minaccia al ruolo del web

Di Alessandro Campiotti


In pochi mesi i sistemi di intelligenza artificiale generativa hanno modificato le modalità di ricerca dell’informazione online, determinando un crollo del traffico di utenti e mettendo in discussione l’industria editoriale mondiale.

Immagine generata con una piattaforma di AI

Molti lettori si saranno accorti che negli ultimi mesi le modalità di ricerca delle informazioni sul web hanno subito alcuni piccoli grandi cambiamenti, che da un lato rendono più rapida e intuitiva la navigazione online, ma dall’altro stanno comportando una serie di gravi ripercussioni sull’industria editoriale, oltre che sulla stessa qualità della ricerca. Le modifiche in atto sono attribuibili allo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale (IA) sempre più all’avanguardia, che in breve tempo hanno raggiunto un tale livello di pervasività sul web da mettere in discussione il sistema di navigazione che abbiamo conosciuto negli ultimi trenta anni.

Per decenni, infatti, i motori di ricerca online hanno svolto la funzione di ordinare e indicizzare le innumerevoli informazioni presenti in rete, fornendo all’utente la possibilità di scegliere tra migliaia di siti, più o meno autorevoli, da cliccare per poter accedere alle informazioni desiderate. Questa modalità di accesso ai portali online ha contribuito all’aumento delle visite giornaliere, consentendo a testate giornalistiche, siti e blog di diversificare i propri profitti vendendo slot delle proprie piattaforme online al mercato pubblicitario, che paga gli spazi in relazione alla visibilità della pagina web e al numero di click eseguiti dal traffico di utenti.

Tuttavia, negli ultimi mesi la cosiddetta “click-economy” sembrerebbe essere stata messa in discussione dall’avvento dei sistemi di intelligenza artificiale generativa, che hanno la capacità di generare risposte basate sull’enorme bagaglio di informazioni presenti sul web. È il caso di AI Overview, il servizio di intelligenza artificiale lanciato da Google nel 2024 negli Stati Uniti e diffusa in Europa a partire dal 2025, che alla domanda dell’utente fornisce una risposta immediata e visualizzabile in cima alla pagina, senza il bisogno di cliccare su alcun sito. La risposta viene confezionata come una sintesi chiara, strutturata e apparentemente completa dell’argomento ricercato, per di più corredata dalle fonti bibliografiche da cui sono state selezionate le informazioni.

La gran parte dei lettori resta soddisfatta da questa modalità di risposta e di conseguenza non è più indotta a proseguire la ricerca aprendo altre pagine e alimentando le visite online. L’approccio “zero-click” ha determinato rapidamente il crollo del traffico di utenti nei siti web “tradizionali”, che hanno visto ridurre le visite mensili da 2,3 miliardi nel 2024 a 1,7 miliardi nel 2025, con evidenti ricadute sotto il profilo degli introiti pubblicitari. A fare le spese di questo cambio di paradigma sono soprattutto le imprese editoriali, già gravate da anni di crisi generale del settore, che in pochi mesi si sono trovate a dover gestire un ulteriore colpo che si è tradotto in un calo di traffico compreso tra il 40-50% per molte testate americane.

In Italia non ci sono ancora stime precise in merito a questo fenomeno, tuttavia i primi segnali di scricchiolio del sistema hanno spinto le associazioni di categoria del settore editoriale a muoversi secondo le vie legali. Ad ottobre 2025, la Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG) ha depositato un ricorso all’AGCOM nei confronti dei sistemi di intelligenza artificiale di Google, che a loro dire opererebbero in condizioni di concorrenza sleale. Gli editori puntano il dito contro questa nuova modalità di presentare le risposte agli utenti, che sfrutterebbe le informazioni prodotte secondo metodi tradizionali, per rielaborarle sinteticamente e offrirle al lettore da un pulpito privilegiato, che surclassa ogni altro risultato presente sul web, riducendone visibilità e reperibilità.

A questo punto, qualcuno potrebbe obiettare che le azioni promosse dai rappresentati del panorama editoriale italiano e internazionale abbiano come unico scopo quello di frenare l’innovazione tecnologica e favorire la salvezza di un settore già abbastanza in crisi. Tuttavia, la questione non si limita ad essere analizzata solo sotto la lente economico-finanziaria, ma chiama in causa anche alcuni aspetti etici legati alle forme di accesso all’informazione. Al momento, infatti, le stime sostengono che circa il 70% delle persone deleghi la ricerca di informazioni agli algoritmi che muovono i sistemi di IA generativa, senza troppo preoccuparsi della veridicità e soprattutto della parzialità delle risposte fornite.

Questo approccio può risultare senza dubbio più comodo nel momento in cui ci rivolgiamo al nostro assistente virtuale per chiedere delle informazioni pratiche, come gli ingredienti di una ricetta culinaria o le indicazioni stradali per raggiungere un certo luogo. Tuttavia, la risposta potrebbe non essere ugualmente attendibile e soddisfacente nel caso in cui ci addentrassimo in temi più complessi, legati alla salute, all’opportunità di un investimento finanziario, ad una valutazione politica e più in generale alle scelte individuali.

Per queste ragioni, dovremmo essere consapevoli del fatto che il crescente utilizzo di sistemi di IA per fini informativi e valutativi trasferirà sempre più la responsabilità di verificare la conoscenza e produrre informazione a degli algoritmi gestiti da poche grandi aziende, che in questo modo avrebbero il potere di filtrare le notizie e promuovere una fonte o un’interpretazione piuttosto che un’altra, con il rischio tangibile di ledere la pluralità dell’informazione, da sempre elemento chiave delle democrazie.

Per approfondire:

https://www.repubblica.it/tecnologia/2025/12/09/news/ia_calo_traffico_online_fine_del_web-425031575

https://www.wired.it/article/nuova-ricerca-ai-mode-google-fine-del-web

Clima, agricoltura e carbon farming: la nuova strategia europea per ridurre le emissioni

Di Alessandro Campiotti

Dal 2026 agricoltori e silvicoltori potranno vedere riconosciuto il proprio impegno nella gestione sostenibile di agroecosistemi e foreste attraverso il riconoscimento di crediti di carbonio per gli interventi che promuovono il sequestro della CO2atmosferica

Immagine di un impianto industriale – Foto di Alessandro Campiotti


I risultati recentemente pubblicati da Copernicus, il programma europeo di osservazione satellitare della Terra, hanno confermato che gli ultimi undici anni sono stati i più caldi mai registrati, con temperature medie superiori di circa 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale. Larga parte del mondo scientifico sostiene che il graduale aumento delle temperature sia legato all’incremento delle emissioni di gas serra in atmosfera, attribuibili principalmente a cause di natura antropica, che vanno dalle attività industriali all’agricoltura intensiva, dalla gestione dei rifiuti alle pratiche di deforestazione.

L’inquinamento atmosferico e l’aumento delle temperature sono due fenomeni strettamente legati, e insieme responsabili di una serie di impatti negativi sia sull’ambiente che sulla salute umana. Tra i principali gas serra figura l’anidride carbonica (CO2), che secondo le stime è prodotta per quasi il 30% dalla Cina, seguita da Stati Uniti (14%), India (7%), Unione europea (6%) e Russia (5%). Per far fronte alla scottante questione climatica, con l’approvazione del
Green Deal nel 2019, l’Ue ha scelto di orientare le proprie politiche industriali e ambientali verso la progressiva decarbonizzazione, impegnandosi al contempo a tutelare le risorse naturali tramite l’approvazione di un pacchetto di provvedimenti come la Legge sul ripristino della natura (Nature Restoration Law), approvata dal Parlamento europeo nel giugno del 2024.

Sebbene le forti critiche mosse nei confronti del Green Deal da parte degli Stati membri abbiano determinato un ridimensionamento degli obiettivi iniziali, l’impianto sostanziale di queste politiche resta in piedi, così come l’intento di mitigare gli effetti del riscaldamento globale. In questo contesto, non basta ridurre le nuove emissioni in atmosfera, ma risulta sempre più urgente attuare degli interventi concreti volti al sequestro della CO2 e al suo stoccaggio sotto forma di carbonio all’interno di piante e aggregati naturali del suolo. Per queste ragioni, oltre a rimodulare i processi industriali ed energetici in una logica di maggiore sostenibilità ambientale, l’Ue ha individuato nel settore agricolo e forestale uno dei principali asset su cui investire per promuovere processi naturali di decarbonizzazione. Un ruolo strategico nel conseguimento di questi obiettivi è stato attribuito al patrimonio forestale europeo, che si estende su circa 182 milioni di ettari, pari a oltre il 40% della superficie dell’Ue, e che rappresenta un serbatoio naturale di ricchezza ecosistemica e di biodiversità, con un forte potenziale di sequestro delle emissioni.

Allo stesso tempo, anche il settore agricolo dovrà fare la sua parte, destinando una parte dei terreni a pratiche agronomiche conservative volte a mantenere i suoli coperti, come l’adozione di prati permanenti, pascoli e colture di copertura, che necessitano di poche lavorazioni e riducono le emissioni in atmosfera. Per favorire la diffusione di queste pratiche presso le aziende agricole, alla fine del 2024 l’Ue ha approvato il regolamento Carbon Removals and Carbon Farming (CRCF), che definisce un quadro armonizzato di monitoraggio e rendicontazione delle azioni relative all’agricoltura del carbonio (carbon farming).

Il provvedimento, entrato in vigore nel 2025, promuove con incentivi economici le tecnologie e le pratiche agroforestali di rimozione e stoccaggio della CO₂, favorendo allo stesso tempo una gestione sostenibile dell’agroecosistema e nuove opportunità di reddito per agricoltori e silvicoltori. Gli interventi saranno oggetto di monitoraggio satellitare tramite tecnologie di telerilevamento e gli operatori del settore potranno fare richiesta delle certificazioni singolarmente o in gruppo, in modo tale da ridurre il carico amministrativo per i piccoli agricoltori. In Italia il provvedimento è stato recepito nel 2025 e ad ottobre il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (MASAF) ha istituito il Registro nazionale dei crediti di carbonio volontari generati dal settore forestale. La gestione del dispositivo è stata affidata al CREA (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria) ed è operativo dall’inizio del 2026. In questo modo, il settore agroforestale italiano potrà avvalersi di strumenti normativi e operativi idonei a monitorare, certificare e valorizzare i progetti di rimozione della CO₂, contribuendo in modo concreto agli obiettivi climatici nazionali.

Per approfondire:

Copernicus: 2025 terzo anno più caldo a livello globale e in Europa, con due fattori principali | Euronews

https://www.europarl.europa.eu/topics/it/article/20180301STO98928/emissioni-di-gas-serra-per-paese-e-settore-infografica.

https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it

Accordo Ue-Mercosur: vincitori e vinti di un’intesa che divide l’Europa

Di Alessandro Campiotti

La firma dell’accordo tra Ue e Mercosur apre nuovi scenari commerciali che interesseranno oltre 700 milioni di consumatori e rappresenta un segnale di rottura rispetto al ritrovato protezionismo promosso dall’amministrazione Trump. Tuttavia, gli agricoltori europei restano contrari al patto di libero scambio, sostenendo che possa causare condizioni di concorrenza sleale.

Sede del Parlamento europeo a Strasburgo (Francia) – Immagine di pixabay.com

A poco meno di un mese dall’ultimo rinvio, il 17 gennaio è stato siglato l’accordo commerciale tra Unione europea (Ue) e Mercosur, l’organizzazione economica sudamericana di cui fanno parte Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay. La ratifica è avvenuta ad Asunción, capitale del Paraguay, dove la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha firmato il patto di libero scambio alla presenza dei rappresentanti degli Stati coinvolti, con l’ambizione di favorire il commercio tra le due aree del pianeta, potendo contare su una platea di oltre 700 milioni di consumatori.

L’intesa arriva dopo ventisei anni di negoziati e dopo alcuni mesi caratterizzati da una crescente tensione politica e sociale dovuta al profondo disaccordo manifestato da un gruppo di Stati europei e da numerose associazioni di categoria del settore agricolo, le cui obiezioni si sono tradotte in vere e proprie rivolte di piazza. In più occasioni, infatti, gli agricoltori europei hanno manifestato contro la ratifica del trattato commerciale, rallentando l’iter di negoziazione ed esautorandone, infine, l’approvazione, avvenuta con il dissenso di Francia, Polonia, Ungheria, Austria e Irlanda, l’astensione del Belgio e il pronunciamento favorevole in extremis dell’Italia, determinante per ottenere il raggiungimento del quorum previsto in sede di votazione.

Il Mercosur, acronimo di Mercato Comune del Sud, è stato istituito nel 1991 con l’obiettivo di creare un mercato comune tra gli Stati sudamericani e favorire l’integrazione economica e gli scambi commerciali con il resto del mondo, a partire da Cina, Ue e USA, che rappresentano i principali partner commerciali del Sudamerica. L’accordo prevede la progressiva eliminazione dei dazi su oltre il 90% degli scambi che avverranno tra Ue e Mercosur, che promuoverà le esportazioni da parte dell’Ue di un ampio e articolato paniere di beni che vanno dall’abbigliamento all’automotive, dalla farmaceutica all’alimentare, con un potenziale risparmio per le imprese europee di circa 4 miliardi di euro annui di dazi.

Allo stesso tempo, i Paesi sudamericani avranno il via libera all’esportazione di prodotti agricoli, materie prime e terre rare, a patto che nell’insieme dei beni importati dall’Ue, nessun prodotto superi la quota del 5% o subisca un abbassamento di prezzo superiore al 5%. Una o l’altra di queste condizioni farebbe immediatamente scattare le clausole di salvaguardia imposte dall’Ue, che potrebbe intervenire con la sospensione delle agevolazioni tariffarie o con la limitazione dell’ingresso delle merci. Per tutelare le produzioni tipiche dei Paesi europei e vietare le imitazioni, l’accordo prevede il riconoscimento di 344 indicazioni geografiche, di cui 58 relative a prodotti italiani, come il Prosecco, il Chianti, il Parmigiano Reggiano e la Mozzarella di Bufala Campana.

Tuttavia, se il settore industriale si è detto da subito favorevole all’accordo, il comparto agricolo continua a manifestare la propria disapprovazione, sostenendo che l’immissione sul mercato europeo di prodotti agroalimentari che seguono disciplinari di produzioni decisamente meno restrittivi di quelli vigenti in Ue rafforzerebbe lo squilibrio regolatorio in atto e causerebbe nel tempo condizioni di concorrenza sleale. A convincere gli agricoltori non è bastato l’annullamento del taglio previsto per i finanziamenti alla prossima Politica agricola comune (Pac) 2028-2034, così come non ha convinto lo stanziamento di un fondo europeo da 45 miliardi per sostenere le imprese agricole e mitigare le potenziali perturbazioni di mercato che potrebbero scaturire dall’entrata in vigore dell’accordo.

Per queste ragioni, dopo le manifestazioni organizzate a Bruxelles lo scorso dicembre, in cui oltre ottomila agricoltori sono scesi in piazza e hanno invaso le strade del quartier generale della Commissione europea in sella ai loro trattori, il 20 gennaio l’appuntamento si ripeterà a Strasburgo, sede del Parlamento europeo, dove gli agricoltori torneranno ad alzare la voce per manifestare ancora una volta la loro contrarietà. Al contempo, molti analisti leggono l’accordo Mercosur anche con la lente della geopolitica, sostenendo che in un periodo in cui i dazi doganali vengono branditi dall’amministrazione Trump come strumento di ricatto nei confronti del mondo, l’intesa di libero scambio tra Ue e Sudamerica possa assumere anche una valenza simbolica, rappresentando il primato del multilateralismo sul ritrovato protezionismo.

Per approfondire:

https://www.consilium.europa.eu/it/infographics/eu-mercosur-trade/.

Ue-Mercosur, accordo approvato dal Consiglio Ue – Economia e politica – AgroNotizie