Clima, agricoltura e carbon farming: la nuova strategia europea per ridurre le emissioni

Di Alessandro Campiotti

Dal 2026 agricoltori e silvicoltori potranno vedere riconosciuto il proprio impegno nella gestione sostenibile di agroecosistemi e foreste attraverso il riconoscimento di crediti di carbonio per gli interventi che promuovono il sequestro della CO2atmosferica

Immagine di un impianto industriale – Foto di Alessandro Campiotti


I risultati recentemente pubblicati da Copernicus, il programma europeo di osservazione satellitare della Terra, hanno confermato che gli ultimi undici anni sono stati i più caldi mai registrati, con temperature medie superiori di circa 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale. Larga parte del mondo scientifico sostiene che il graduale aumento delle temperature sia legato all’incremento delle emissioni di gas serra in atmosfera, attribuibili principalmente a cause di natura antropica, che vanno dalle attività industriali all’agricoltura intensiva, dalla gestione dei rifiuti alle pratiche di deforestazione.

L’inquinamento atmosferico e l’aumento delle temperature sono due fenomeni strettamente legati, e insieme responsabili di una serie di impatti negativi sia sull’ambiente che sulla salute umana. Tra i principali gas serra figura l’anidride carbonica (CO2), che secondo le stime è prodotta per quasi il 30% dalla Cina, seguita da Stati Uniti (14%), India (7%), Unione europea (6%) e Russia (5%). Per far fronte alla scottante questione climatica, con l’approvazione del
Green Deal nel 2019, l’Ue ha scelto di orientare le proprie politiche industriali e ambientali verso la progressiva decarbonizzazione, impegnandosi al contempo a tutelare le risorse naturali tramite l’approvazione di un pacchetto di provvedimenti come la Legge sul ripristino della natura (Nature Restoration Law), approvata dal Parlamento europeo nel giugno del 2024.

Sebbene le forti critiche mosse nei confronti del Green Deal da parte degli Stati membri abbiano determinato un ridimensionamento degli obiettivi iniziali, l’impianto sostanziale di queste politiche resta in piedi, così come l’intento di mitigare gli effetti del riscaldamento globale. In questo contesto, non basta ridurre le nuove emissioni in atmosfera, ma risulta sempre più urgente attuare degli interventi concreti volti al sequestro della CO2 e al suo stoccaggio sotto forma di carbonio all’interno di piante e aggregati naturali del suolo. Per queste ragioni, oltre a rimodulare i processi industriali ed energetici in una logica di maggiore sostenibilità ambientale, l’Ue ha individuato nel settore agricolo e forestale uno dei principali asset su cui investire per promuovere processi naturali di decarbonizzazione. Un ruolo strategico nel conseguimento di questi obiettivi è stato attribuito al patrimonio forestale europeo, che si estende su circa 182 milioni di ettari, pari a oltre il 40% della superficie dell’Ue, e che rappresenta un serbatoio naturale di ricchezza ecosistemica e di biodiversità, con un forte potenziale di sequestro delle emissioni.

Allo stesso tempo, anche il settore agricolo dovrà fare la sua parte, destinando una parte dei terreni a pratiche agronomiche conservative volte a mantenere i suoli coperti, come l’adozione di prati permanenti, pascoli e colture di copertura, che necessitano di poche lavorazioni e riducono le emissioni in atmosfera. Per favorire la diffusione di queste pratiche presso le aziende agricole, alla fine del 2024 l’Ue ha approvato il regolamento Carbon Removals and Carbon Farming (CRCF), che definisce un quadro armonizzato di monitoraggio e rendicontazione delle azioni relative all’agricoltura del carbonio (carbon farming).

Il provvedimento, entrato in vigore nel 2025, promuove con incentivi economici le tecnologie e le pratiche agroforestali di rimozione e stoccaggio della CO₂, favorendo allo stesso tempo una gestione sostenibile dell’agroecosistema e nuove opportunità di reddito per agricoltori e silvicoltori. Gli interventi saranno oggetto di monitoraggio satellitare tramite tecnologie di telerilevamento e gli operatori del settore potranno fare richiesta delle certificazioni singolarmente o in gruppo, in modo tale da ridurre il carico amministrativo per i piccoli agricoltori. In Italia il provvedimento è stato recepito nel 2025 e ad ottobre il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (MASAF) ha istituito il Registro nazionale dei crediti di carbonio volontari generati dal settore forestale. La gestione del dispositivo è stata affidata al CREA (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria) ed è operativo dall’inizio del 2026. In questo modo, il settore agroforestale italiano potrà avvalersi di strumenti normativi e operativi idonei a monitorare, certificare e valorizzare i progetti di rimozione della CO₂, contribuendo in modo concreto agli obiettivi climatici nazionali.

Per approfondire:

Copernicus: 2025 terzo anno più caldo a livello globale e in Europa, con due fattori principali | Euronews

https://www.europarl.europa.eu/topics/it/article/20180301STO98928/emissioni-di-gas-serra-per-paese-e-settore-infografica.

https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it

Accordo Ue-Mercosur: vincitori e vinti di un’intesa che divide l’Europa

Di Alessandro Campiotti

La firma dell’accordo tra Ue e Mercosur apre nuovi scenari commerciali che interesseranno oltre 700 milioni di consumatori e rappresenta un segnale di rottura rispetto al ritrovato protezionismo promosso dall’amministrazione Trump. Tuttavia, gli agricoltori europei restano contrari al patto di libero scambio, sostenendo che possa causare condizioni di concorrenza sleale.

Sede del Parlamento europeo a Strasburgo (Francia) – Immagine di pixabay.com

A poco meno di un mese dall’ultimo rinvio, il 17 gennaio è stato siglato l’accordo commerciale tra Unione europea (Ue) e Mercosur, l’organizzazione economica sudamericana di cui fanno parte Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay. La ratifica è avvenuta ad Asunción, capitale del Paraguay, dove la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha firmato il patto di libero scambio alla presenza dei rappresentanti degli Stati coinvolti, con l’ambizione di favorire il commercio tra le due aree del pianeta, potendo contare su una platea di oltre 700 milioni di consumatori.

L’intesa arriva dopo ventisei anni di negoziati e dopo alcuni mesi caratterizzati da una crescente tensione politica e sociale dovuta al profondo disaccordo manifestato da un gruppo di Stati europei e da numerose associazioni di categoria del settore agricolo, le cui obiezioni si sono tradotte in vere e proprie rivolte di piazza. In più occasioni, infatti, gli agricoltori europei hanno manifestato contro la ratifica del trattato commerciale, rallentando l’iter di negoziazione ed esautorandone, infine, l’approvazione, avvenuta con il dissenso di Francia, Polonia, Ungheria, Austria e Irlanda, l’astensione del Belgio e il pronunciamento favorevole in extremis dell’Italia, determinante per ottenere il raggiungimento del quorum previsto in sede di votazione.

Il Mercosur, acronimo di Mercato Comune del Sud, è stato istituito nel 1991 con l’obiettivo di creare un mercato comune tra gli Stati sudamericani e favorire l’integrazione economica e gli scambi commerciali con il resto del mondo, a partire da Cina, Ue e USA, che rappresentano i principali partner commerciali del Sudamerica. L’accordo prevede la progressiva eliminazione dei dazi su oltre il 90% degli scambi che avverranno tra Ue e Mercosur, che promuoverà le esportazioni da parte dell’Ue di un ampio e articolato paniere di beni che vanno dall’abbigliamento all’automotive, dalla farmaceutica all’alimentare, con un potenziale risparmio per le imprese europee di circa 4 miliardi di euro annui di dazi.

Allo stesso tempo, i Paesi sudamericani avranno il via libera all’esportazione di prodotti agricoli, materie prime e terre rare, a patto che nell’insieme dei beni importati dall’Ue, nessun prodotto superi la quota del 5% o subisca un abbassamento di prezzo superiore al 5%. Una o l’altra di queste condizioni farebbe immediatamente scattare le clausole di salvaguardia imposte dall’Ue, che potrebbe intervenire con la sospensione delle agevolazioni tariffarie o con la limitazione dell’ingresso delle merci. Per tutelare le produzioni tipiche dei Paesi europei e vietare le imitazioni, l’accordo prevede il riconoscimento di 344 indicazioni geografiche, di cui 58 relative a prodotti italiani, come il Prosecco, il Chianti, il Parmigiano Reggiano e la Mozzarella di Bufala Campana.

Tuttavia, se il settore industriale si è detto da subito favorevole all’accordo, il comparto agricolo continua a manifestare la propria disapprovazione, sostenendo che l’immissione sul mercato europeo di prodotti agroalimentari che seguono disciplinari di produzioni decisamente meno restrittivi di quelli vigenti in Ue rafforzerebbe lo squilibrio regolatorio in atto e causerebbe nel tempo condizioni di concorrenza sleale. A convincere gli agricoltori non è bastato l’annullamento del taglio previsto per i finanziamenti alla prossima Politica agricola comune (Pac) 2028-2034, così come non ha convinto lo stanziamento di un fondo europeo da 45 miliardi per sostenere le imprese agricole e mitigare le potenziali perturbazioni di mercato che potrebbero scaturire dall’entrata in vigore dell’accordo.

Per queste ragioni, dopo le manifestazioni organizzate a Bruxelles lo scorso dicembre, in cui oltre ottomila agricoltori sono scesi in piazza e hanno invaso le strade del quartier generale della Commissione europea in sella ai loro trattori, il 20 gennaio l’appuntamento si ripeterà a Strasburgo, sede del Parlamento europeo, dove gli agricoltori torneranno ad alzare la voce per manifestare ancora una volta la loro contrarietà. Al contempo, molti analisti leggono l’accordo Mercosur anche con la lente della geopolitica, sostenendo che in un periodo in cui i dazi doganali vengono branditi dall’amministrazione Trump come strumento di ricatto nei confronti del mondo, l’intesa di libero scambio tra Ue e Sudamerica possa assumere anche una valenza simbolica, rappresentando il primato del multilateralismo sul ritrovato protezionismo.

Per approfondire:

https://www.consilium.europa.eu/it/infographics/eu-mercosur-trade/.

Ue-Mercosur, accordo approvato dal Consiglio Ue – Economia e politica – AgroNotizie

Crisi climatica e settore agricolo: tra filiere tradizionali e colture tropicali

Di Alessandro Campiotti

Gli effetti del cambiamento climatico stanno minando la sopravvivenza di intere filiere produttive tipiche dell’area mediterranea, tuttavia l’aumento delle temperature medie apre nuove opportunità economiche, come le colture tropicali, che stanno prendendo piede nelle zone meridionali di Italia e Spagna. L’innovazione tecnologica e le pratiche agro-ecologiche saranno sempre più indispensabili alla sostenibilità ambientale ed economica del settore agricolo europeo.


Scorcio di agroecosistema nella campagna toscana
Immagine di Alessandro Campiotti

Negli ultimi decenni gli eventi meteorologici estremi legati alla crisi climatica hanno avuto conseguenze sempre più gravi sia in termini di vite umane che di costi economici. L’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) stima che tra il 1980 e il 2023, nella sola Unione europea (Ue) oltre 240.000 persone abbiano perso la vita a causa di alluvioni, ondate di calore, tempeste e siccità, mentre le perdite economiche hanno superato i 700 miliardi di euro, con un evidente impatto sui sistemi naturali e socio-economici degli Stati membri. Secondo il programma di osservazione della Terra Copernicus, finanziato dall’Ue, gli ultimi 11 anni sono stati i più caldi mai registrati, con temperature superiori di circa 1,5 °C rispetto all’epoca preindustriale, e il 2025 si è guadagnato il triste risultato di entrare nel podio per essere il terzo anno più caldo di sempre. Anche la FAO, l’IPCC e le principali organizzazioni scientifiche internazionali confermano questa tendenza, sostenendo che il riscaldamento globale contribuisca ad aumentare la frequenza e l’intensità di eventi atmosferici estremi come le ondate di calore prolungate o le precipitazioni violente seguite da lunghi periodi di siccità.

In questo contesto, l’area del Mediterraneo è tra le più colpite e ne stanno facendo le spese i diversi ecosistemi di un territorio caratterizzato da una ricchezza di biodiversità tra le maggiori a livello mondiale. Qui il cambiamento climatico si manifesta in modo particolarmente evidente: le piante fioriscono e maturano sempre prima alterando i normali cicli colturali, l’acqua per l’irrigazione diventa una risorsa sempre più necessaria e scarsa, mentre le piogge, quando arrivano, sono spesso intense e improvvise, causando più danni che benefici. Queste condizioni stanno producendo una serie di effetti negativi sul settore agricolo europeo, che si trova a dover fare i conti con la scarsità di risorse naturali e con la crescente presenza di patogeni delle colture e insetti alieni, che trovano nelle elevate temperature le condizioni favorevoli per crescere e proliferare, con impatti significativi sulla stabilità degli ecosistemi agricoli.

In Spagna, nel 2023, il caldo e la siccità hanno causato una notevole perdita delle produzioni estive, determinando un aumento dei prezzi compreso tra il 25% e il 35% di prodotti comuni come pomodori, broccoli e arance. In Italia, nel 2024, molte aree agricole hanno affrontato una situazione di grave siccità, in particolare nelle regioni meridionali, dove la carenza idrica ha interessato circa il 30% della superficie agricola. Per queste ragioni, Sicilia, Calabria e Puglia hanno assistito alla drastica perdita di intere coltivazioni di cereali, legumi e foraggi, e il conseguente aumento dei prezzi ha avuto ripercussioni dirette sull’accessibilità alimentare dei consumatori, aggravando il problema della povertà alimentare. Nello stesso anno, la produzione di olio d’oliva è diminuita di oltre il 20% rispetto all’anno precedente, mentre si stima che il comparto cerealicolo avrebbe perso quasi il 10% rispetto alla produzione media quinquennale, raggiungendo il livello più basso dell’ultimo decennio.

Se da un lato la crisi climatica sta mettendo seriamente in discussione la sopravvivenza di intere filiere produttive che sono da sempre un punto fermo per il reddito degli agricoltori, dall’altro lato l’aumento delle temperature allunga la stagione di crescita e rende possibili coltivazioni tipiche di fasce climatiche tropicali, che fino a qualche anno fa erano impensabili sul territorio europeo, aprendo nuove opportunità economiche. In alcune zone dell’Andalusia e della Sicilia, per esempio, si stanno diffondendo colture come avocado, mango e papaia, che stanno determinando un cambiamento delle filiere produttive sempre più orientate verso forme di agricoltura tropicale. Tuttavia, l’adozione di queste colture pone anche dei seri interrogativi sulla sostenibilità ambientale delle filiere, soprattutto per quanto riguarda l’aumento dei consumi idrici, l’uso intensivo di fertilizzanti e fitofarmaci e i maggiori costi di produzione.

Inoltre, dal momento che il cambiamento climatico non riguarda solo l’ambiente, ma incide sulla nostra economia, sul cibo che consumiamo e sulla sicurezza dei territori, sarà sempre più urgente rafforzare l’impegno per attuare strategie e tecniche di produzione che garantiscano al contempo la sostenibilità ambientale ed economica del settore agricolo europeo. Per queste ragioni, la Politica Agricola Comune insieme all’innovazione tecnologica, alle energie rinnovabili e alle pratiche agricole di precisione, rappresentano strumenti chiave per aiutare gli agricoltori a ridurre i rischi e a minimizzare il consumo di risorse naturali e il ricorso ai prodotti chimici di sintesi, con l’obiettivo di continuare a produrre cibo in modo sostenibile.

Per approfondire:

https://circulareconomy.europa.eu/platform/sites/default/files/2025-09/TH-01-25-025-EN-N%20Europes%20environment%20and%20climate%20LR_2.pdf

https://www.unep.org/news-and-stories/story/rethinking-food-systems