Il rivoluzionario e la maestra

| Il rivoluzionario e la maestra Autrice Gaja Cenciarelli Editore Marsilio Romanzi e racconti 1° edizione 2026 pp 224 in brossura Prezzo di copertina €17.00 ISBN 9788829793747 |
Un trasloco è sempre complicato, a volte doloroso soprattutto se obbligato da uno sfratto. La protagonista sta vivendo ristrettezze economiche; gli affitti a Roma sono costosi anche per appartamenti minimali. Ma dentro agli scatoloni che per l’ennesima volta è costretta maneggiare, trova un libro che la attrae. E’ la storia di una famiglia felice, quella di Adolfo Wasem e Sonia Mosquera. Vivono in una piccola casa di Camini Carrasco a Montevideo. Lo spazio è poco, si fatica a farci stare tutto. Il piccolo Adolfito, neonato dorme nello stesso letto dei genitori, non c’è spazio per una culla. Lui è studente presso la facoltà di Giurisprudenza e dipendente della Biblioteca dell’università. Sonia studia psicologia e farà la maestra. Sembra una storia comune e felice. Ma entrambi “sentono” di avere una missione da compiere. Il paese, dal 1973 è sotto la dittatura civile militare, come altri paesi del Sud America come Argentina e Cile. Nel vecchio continente arrivano le canzoni come cielito lindo, il termine Tupamaros, e le violente repressioni dei manifestanti.
Adolfo Wasem e Sonia Mosquera vengono rapiti e incarcerati. Per dodici anni furono sottoposti a torture indicibili. Wasem e tutto il comitato direttivo dei Tupamaros – tra cui il “presidente povero” Pepe Mujica – vissero in isolamento in cunicoli sotterranei chiamati calabozos, nel silenzio più assoluto. Adolfo descrive nei particolari le condizioni in questi cunicoli dove la sopravvivenza era legata all’idea che la vita va comunque vissuta e il pensiero di Sonia e Adolfito la rendono ancora più importante. Adolfo supererà le torture e la mancanza di cibo, l’impossibilità di avere un contenitore per gli escrementi, l’odore indescrivibile che si creava all’interno dei cunioli. Questi prigionieri, definiti rehenes (ostaggi), non dovevano morire, non dovevano diventare degli eroi, per questo le torture non li portavano alla morte ma solo a una sofferenza atroce, non definitiva. Adolfo viene anche curato in ospedale da un oncologo. Sonia, come molte donne viene incarcerata in una cella dove doveva convivere con una decina di altre detenute. A turno venivano torturate e violentate. Sonia scrive di quei momenti con distacco, mentre veniva abusata pensava al suo Adolfo, al cielo sereno, al futuro di libertà. Unici momenti di respiro li viveva quando a turno era chiamata a pulire i bagni. Anche Sonia nelle sue memorie scrive che la vita è un dono e va vissuta così sempre con la speranza, meglio la consapevolezza che finirà e che torneranno insieme lei, il suo Adolfo e Adolfito. Ma soprattutto con la certezza che la sua resistenza, come quella delle compagne di cella e di soprusi, aveva come origine una buona causa: la libertà. L’autrice realizza questa storia romanzata partendo dalle reali testimonianze scritte di nascosto e riportate alla luce come memoria collettiva di una lotta che permise la liberazione dell’Uruguay dalla dittatura.
Leggere quelle testimonianze ferisce ancora e ancora ci si chiede quando gli esseri umani potranno cantare cielito lindo in tutte le nazioni della terra.
Alberta


