“Mur Vegetal” a Parigi. Foto di Andrea Campiotti

Il verde urbano può rigenerare le nostre città

Il verde urbano consente di utilizzare le superfici offerte dal vasto patrimonio edilizio delle città, migliorandone le condizioni ambientali e contribuendo alla riqualificazione energetica degli edifici. A questo proposito, la recente Direttiva(UE) 2018/844 indica l’adozione di soluzioni di tipo naturale, come vegetazione stradale, tetti e pareti verdi al fine di isolare e/o ombreggiare gli edifici e migliorare il microclima urbano.


I molteplici benefici del verde urbano

Il verde è da sempre considerato un elemento di progettazione nell’ambito dell’architettura. Tuttavia, in passato, il suo uso era limitato al solo scopo decorativo. Oggi, invece, la realizzazione di coperture vegetali è considerato un componente edilizio a pieno titolo. L’integrazione del verde nelle aree urbane, spesso ad elevata densità di costruzioni, consente di utilizzare le superfici offerte dal vasto patrimonio edilizio, migliorandone le condizioni ambientali e contribuendo alla riqualificazione energetica degli edifici. Il tutto, in linea con gli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto e dalle principali direttive europee in materia di efficienza energetica degli edifici e rigenerazione urbana. Il fenomeno del riscaldamento degli edifici urbani viene associato, in generale, ad una serie di fenomeni fisici: assorbimento della radiazione solare, aumento del calore immagazzinato dall’edificio e basso indice di evapotraspirazione dovuto alla scarsa presenza di vegetazione. In questa realtà i sistemi vegetali possono agire da strato isolante per le pareti e i lastrici solari, aumentando il valore di R (nell’ambito dell’edilizia, R è un valore che misura l’efficacia di isolamento: ad un valore elevato di R corrisponde un livello di isolamento maggiore) e trattenendo l’aria che si crea tra la vegetazione e la parete dell’edificio. Una buona parte dell’energia solare assorbita dalle piante evapora poi attraverso il fenomeno della traspirazione (un fenomeno fisico in virtù del quale l’acqua passa dallo stato liquido allo stato di vapore nell’atmosfera) e, consente il raffrescamento dell’ambiente confinante (durante il processo di evaporazione la pianta assorbe energia termica e disperde acqua nell’atmosfera sotto forma di vapore). In questo modo, le piante favoriscono la dissipazione termica (si calcola che con l’evapotraspirazione di 1 grammo di acqua le piante arrivino a consumare circa 0,6kcal) che, in relazione a superfici ampie di verde, contribuiscono a mitigare significativamente il surriscaldamento dell’aria che interessa in particolar modo le città, soprattutto nel periodo estivo.

 

Le specie vegetali più idonee

Per quanto riguarda la capacità di schermare la radiazione solare, le specie vegetali migliori sono quelle che presentano una percentuale di trasmissione della radiazione solare incidente inferiore al 15% e una traspirazione giornaliera non inferiore a 8 grammi di acqua per ogni grammo di foglia verde. A questo proposito, è stato calcolato che una massa fogliare di grandi dimensioni, attraverso la traspirazione, produca un raffrescamento equivalente alla capacità di 5 condizionatori d’aria di piccola potenza attivi per 20 ore al giorno. Sotto il profilo tecnico, la migliore soluzione per la crescita di piante rampicanti sugli edifici è quella di usare grigliati metallici, reti e tralicci modulari come supporto per le piante. Questi elementi possono essere montati con strutture autosostenenti che permettono il mantenimento e l’integrità delle costruzione (Figura 1), ma anche essere applicati direttamente sulla parete dell’edificio (Figura 2).

 

Figura 1. Copertura vegetale verticale realizzata presso la Scuola delle Energie dell’ENEA Casaccia, Roma (piattaforma dimostrativa)

 

Figura 2. Copertura vegetale di tipo parietale (“Mur Vegetal” a Parigi, in Rue d’Abukir 83, II arrondissement)

 

Il verde parietale viene solitamente realizzato utilizzando piante rampicanti, che possono essere radicate nel terreno alla base della costruzione, oppure disposte in vasi disposti a diverse altezze della facciata dell’edificio (Figura 3).

 

Figura 3. Tipologie di copertura verde di tipo parietale

 

Le specie vegetali di tipo rampicante (Figura 4) più idonee ad essere usate per una copertura verde si distinguono in tre categorie principali: 

  • Volubili: piante che presentano appositi organi di adesione, come cirri, rami o foglie, trasformati in sottili filamenti che avvolgono il supporto. Questo tipo di organi è comune nelle piante leguminose. Altri esempi sono i viticci della vite e i dischi adesivi del Parthenocissus;
  • Aggrappanti: specie che sviluppano particolari organi che consentono loro di rimanere ancorate al supporto tecnico. Di questa categoria fanno parte, ad esempio, il Ficus pumila L. (fico rampicante)el’Edera helix L. (edera comune);
  • Sarmentose: piante non strettamente rampicanti che crescono in presenza di punti di appoggio, senza i quali assumono un portamento ricadente. Di questa tipologia di piante fanno parte il Jasminus nudiflorum Lindl. (gelsomino di San Giuseppe), il rovo e il lampone. 

 

Figura 4. Modalità di ancoraggio e/o di sostegno delle specie vegetali rampicanti

 

Scegliere piante autoctone

Per realizzare una copertura verde è rilevante la scelta di piante che abbiano una ridotta richiesta di risorse idriche, di nutrimento e di manutenzione. Una regola progettuale da seguire per la messa a verde degli edifici è quella di impiegare piante autoctone. Queste, essendosi naturalmente evolute in un’area con una data fascia climatica o in un preciso bioma (in biologia, un bioma corrisponde ad un sistema complesso, di ampia estensione geografica, costituito da un insieme di ecosistemi, le cui comunità vegetali hanno raggiunto una certa stabilità in relazione alle condizioni ambientali dell’area), sono in equilibrio sia con il luogo d’origine che con i parassiti che vi vivono. Le specie autoctone, sia vegetali che animali, sono quelle tipiche e storicamente rilevabili in una data regione geografica e per questo sono chiamate anche “specie indigene”. Al contrario, le specie alloctone, provengono da una certa regione geografica e si spostano in un’altra attraverso l’opera volontaria o involontaria dell’uomo. Alcune specie alloctone possono creare problemi di sviluppo a quelle autoctone, entrando in competizione con loro o introducendo casualmente un parassita nella medesima area di convivenza. Quest’ultimo potrebbe trovare favorevole una determinata specie vegetale autoctona e, in seguito, avviare un’opera di infestazione sulle altre specie (autoctone). Negli ultimi anni, sono state sviluppate numerose ricerche circa la necessità di migliorare l’efficienza energetica degli edifici e la qualità ambientale delle città. Tra queste, la recente Direttiva(UE) 2018/844 indica l’adozione di soluzioni di tipo naturale, quali la vegetazione stradale (ben progettata), tetti e pareti verdi per isolare e/o ombreggiare gli edifici e migliorare il microclima urbano.


Fonti:

  • “Pareti verdi”. Antonella Bellomo. 2009;
  • “Progettare il verde in città”. Katie Perini. 2013;
  • Le coltri vegetali nel settore residenziale”. Focus – Energie, Ambiente e Innovazione, ENEA. 2018;
  • “Stato dell’arte delle ricerche concernenti l’interazione energetica tra vegetazione e ambiente costruito”;
  • Quaderno n. 13, CNR, Alessandro F., Barbera G., Silvestrini G. 1987.

 

Nota:

La foto d’intestazione dell’articolo e la Figura 2 mostrano il “Mur Vegetal” a Parigi, in Rue d’Abukir 83 (II arrondissement). Entrambe le foto sono state scattate da Andrea Campiotti (autore dell'articolo).

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IEA: la produzione di plastica sosterrà la domanda globale di petrolio

Secondo un recente rapporto dell’Agenzia internazionale dell’energia, nei prossimi anni, la produzione di plastica potrebbe sostenere la domanda globale di petrolio. Le emissioni derivanti dal settore petrolchimico aumenteranno del 20% entro il 2030 e del 30% entro il 2050, mettendo a rischio gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, primo fra tutti, quello che punta a contenere l’aumento della temperatura globale entro gli 1,5 °C entro la fine del secolo. Secondo il Club di Roma, l’unica strada possibile è quella dello sviluppo sostenibile. 


Nei prossimi anni, la produzione mondiale di plastica aumenterà e sosterrà la domanda globale di petrolio. A dirlo è l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) in un suo recente rapporto dal titolo The future of Petrochemicals, pubblicato lo scorso 5 ottobre. Negli ultimi decenni, si legge nel rapporto, la maggior parte del petrolio estratto a livello globale è servito per fornire carburante ai trasporti dotati di motori a scoppio. Tuttavia, nei prossimi anni, potrebbe registrarsi un’inversione di tendenza: la domanda di petrolio per i trasporti dovrebbe diminuire entro il 2050 a causa dell’aumento dei veicoli elettrici e di motori a combustione più efficienti, ma ciò sarebbe compensato dall'aumento della domanda di prodotti petrolchimici. La domanda globale, sottolinea la IEA, nel 2017 rappresentava circa il 12% della domanda totale di petrolio, circa 12 milioni di barili di petrolio al giorno, e si prevede che possa salire al 14% nel 2030 e al 16% nel 2050, sfiorando quota 18 milioni di barili al giorno. La crescita della domanda di prodotti petrolchimici si registrerà soprattutto in Cina e nei Paesi mediorientali, dove sono in costruzione grandi impianti industriali. Al contempo, la produzione di plastica, il prodotto petrolchimico più diffuso a livello globale, aumenterà vertiginosamente: del 30% entro il 2030 e del 60% entro il 2050, secondo le stime della IEA. Già oggi, sottolinea il rapporto, la domanda di plastica rappresenta il principale motore dell’industria petrolchimica e, dal 2000 ad oggi, ha superato quella di tutti gli altri materiali sfusi come acciaio, alluminio e cemento.

Nel 2015, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances, sono state prodotte circa 380 milioni di tonnellate di plastica a livello globale (nel 1950 erano solo 2 milioni di tonnellate). Nel 2050, invece, secondo il rapporto della IEA, si produrranno oltre 1 miliardo di tonnellate di plastica ogni anno e tutto ciò avrà un enorme impatto sull’ambiente. Oltre all’inquinamento da plastica degli oceani e dei mari – la Fondazione Ellen MacArthur sostiene che, di questo passo, nei mari e negli oceani ci sarà più plastica che pesci entro il 2050 (The New Plastics Economy: Rethinking the future of plastics) – ci sarà anche quello dovuto alle emissioni di CO2 derivanti dall’industria petrolchimica, che aumenteranno del 20% entro il 2030 e del 30% entro il 2050.

La crescita della domanda globale di plastica, insieme con l’aumento delle emissioni di CO2, causato dalla crescita dell’industria petrolchimica, metteranno a rischio gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, primo fra tutti, quello che punta a contenere l’aumento della temperatura globale entro gli 1,5 °C entro la fine del secolo. E secondo l’ultimo Special Report dell’Ipcc, l’organismo scientifico delle Nazioni Unite per la ricerca sui cambiamenti climatici, una delle soluzioni necessarie affinché si raggiunga l’obiettivo sarà proprio quella di abbandonare le fonti di energia fossili e intraprendere la strada dello sviluppo sostenibile. A questo proposito, un rapporto pubblicato nei giorni scorsi, in occasione del summit per il cinquantennale del Club di Roma, suggerisce che l’unica strada possibile per evitare la catastrofe climatica nei prossimi anni passa attraverso tre azioni fondamentali: l’eliminazione di tutte le fonti di energia fossili entro il 2050, la fine delle prospezioni per la ricerca di depositi geologici di carbone e dei sussidi a petrolio, carbone e gas e una carbon tax a livello globale.

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Una persona su dieci nel mondo vive in condizioni di povertà estrema

Secondo un recente rapporto della Banca mondiale, dal 1990 al 2015, oltre un miliardo di persone è uscito da una situazione di povertà estrema. Tuttavia, entro il 2030, il 90% di tutti i poveri del mondo potrebbe concentrarsi nella sola Africa subsahariana. La povertà cresce in Occidente: l’Eurostat censisce 118 milioni di persone a rischio povertà in Europa. Stando ai dati attuali, la strada verso l’eliminazione della povertà a livello globale, cioè il primo obiettivo dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, sembra essere ancora lunga. 


“Laddove gli uomini sono condannati a vivere nella miseria, i diritti dell'uomo sono violati. Unirsi per farli rispettare è un dovere sacro”. Queste furono le parole pronunciate da padre Joseph Wresinsky, in occasione di una manifestazione pacifica per dire no alla miseria, organizzata per sua iniziativa il 17 ottobre 1987 a Parigi. La manifestazione si tenne nel piazzale monumentale di Trocadérò e vi parteciparono oltre cento mila attivisti per i diritti umani (Figura in alto). Cinque anni più tardi, nel 1992, l’iniziativa di Wresinsky spinse le Nazioni Unite a riconoscere il 17 ottobre come Giornata mondiale contro la povertà. Dopo la Giornata mondiale dell’alimentazione dedicata alle disuguaglianze alimentari, celebrata il 16 ottobre, il 17 è stata la volta della Giornata mondiale contro la povertà, che ha come principale obiettivo quello di porre l’accento sul tema della povertà, non solo economica, ma in tutte le sue forme. Non è un caso che queste due ricorrenze ricadano ogni anno a distanza di un giorno. Fame e povertà sono due fenomeni strettamente legati: dove non c’è lavoro c’è indigenza, dove c’è carenza di risorse per sopravvivere c’è fame. In altre parole, sono due facce della stessa medaglia.

In occasione della Giornata mondiale contro la povertà, la Banca mondiale ha reso noti i dati relativi alla povertà estrema nel mondo. Secondo il rapporto Povertà e prosperità condivisa 2018, nel 2015, ultimo anno per cui sono disponibili gli ultimi dati, 736 milioni di persone, vale a dire una persona su dieci a livello globale, hanno vissuto in condizioni di povertà estrema, ovvero con meno di 1,90 dollari al giorno (secondo la definizione di “povertà estrema” delle Nazioni Unite). Si tratta della percentuale più bassa che sia mai stata registrata, sottolinea il rapporto, poiché è scesa di un punto percentuale ogni anno dal 1990, quando i poveri estremi erano circa 1,9 miliardi, al 2015. Questo significa che, in 25 anni, oltre un miliardo di persone è uscito da una situazione di povertà estrema. Si tratta di un trend in crescita: per il 2018, le previsioni preliminari della Banca mondiale indicano un’ulteriore riduzione della povertà estrema che, ad oggi, dovrebbe interessare l’8,6% della popolazione mondiale. Il calo della povertà estrema, si legge nel rapporto, è stato dovuto alla vertiginosa crescita economia che ha interessato il continente asiatico negli ultimi vent’anni circa, in particolare Cina e India. Inoltre, se le previsioni si dovessero concretizzare, fa sapere la Banca mondiale, l’obiettivo di ridurre i poveri  estremi al 9% della popolazione globale, fissato dalle Nazioni Unite per il 2020, sarebbe stato raggiunto con due anni di anticipo. Tuttavia, arrivano segnali preoccupanti circa l’aumento della povertà in Africa, soprattutto nella regione subsahariana, dove, stando alle stime, nel 2030, si concentrerà il 90% di tutti i poveri estremi del mondo. Già oggi, sottolinea il rapporto, quest’area del continente africano risulta la più colpita dalla piaga della povertà estrema: tra i Paesi più a rischio, figurano il Togo, in cima alla classifica mondiale per il numero di persone sotto la soglia di indigenza assoluta, il Sierra Leone, il Niger e la Repubblica Democratica del Congo. Per quanto riguarda l’Asia, i Paesi più poveri sono il Bangladesh, l’India e il Nepal, seguiti da Pakistan, Buthan e Sri Lanka. In America Latina, invece, il Paese più povero in assoluto è l’Honduras, seguito da Guatemala e Nicaragua. Questa è la classifica se si tiene conto solamente del reddito giornaliero. Se si prendessero in considerazione altre variabili, la classifica potrebbe essere leggermente differente.

La povertà non interessa solo i Paesi elencati dalla Banca mondiale. Anche in Occidente, sia pure con parametri di riferimento diversi rispetto a quelli usati nei continenti più esposti al fenomeno, la povertà è in forte crescita. In Europa, ad esempio, secondo l’Eurostat (Ufficio Statistico dell’Unione europea), 118 milioni di persone vivono a rischio povertà, cioè quasi un cittadino europeo su quattro. Per quanto riguarda l’Italia, secondo l’Istat, oltre 5 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà e oltre 17 milioni (circa il 30% della popolazione) rischiano di cadervi. Nella classifica dei Paesi europei per livello di povertà, l’Italia si colloca al quinto posto, dopo Bulgaria, Romania, Grecia e Lituania. Dopo la Grecia, l’Italia è il Paese europeo dove il rischio di cadere in povertà è maggiormente aumentato dal 2008 ad oggi, cioè negli anni della crisi economica. Dal rapporto Povertà in attesa, pubblicato dalla Caritas in occasione della Giornata mondiale contro la povertà, emerge inoltre che, dagli anni pre-crisi ad oggi, il numero di poveri è aumentato del 182%. Si tratta di un dato allarmante, fa sapere la Caritas, e in controtendenza rispetto a quello registrato nell’area Ue, dove il rischio di cadere in una situazione di povertà è salito solo dal 2009 al 2012 per poi scendere costantemente fino ad oggi. Stando ai dati attuali, la strada verso l’eliminazione della povertà a livello globale sembra essere ancora lunga. Il primo obiettivo dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che prevede di eliminare la povertà in tutte le sue forme e in ogni parte del mondo, rimane una delle principali sfide dei prossimi anni.