Il MAXXI di Roma mette in scena il Paese della Biodiversità

Di Alessandro Campiotti


La mostra accompagna il visitatore in un percorso fotografico che esalta la ricchezza specifica che caratterizza il bacino del Mediterraneo e in particolare l’Italia e si chiude con un documentario realizzato dal NBFC per illustrare le numerose attività svolte e i principali risultati ottenuti a tutela della biodiversità.

Manifesto della mostra



Roma. Si è da poco conclusa la mostra Il Paese della Biodiversità, che ha avuto luogo dal 22 gennaio al 27 febbraio presso il Museo MAXXI (Museo nazionale delle arti del XXI secolo). L’iniziativa è stata promossa dal National Geographic Italia in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e il National Biodiversity Future Center (NBFC), il primo centro di ricerca italiano sulla biodiversità, finanziato dal PNRR.

Proprio la biodiversità italiana, intesa nelle sue variegate forme e sfaccettature, è stata al centro del percorso espositivo fotografico, curato da The Wild Line, un collettivo di fotografi naturalistici e scienziati composto da Marco Colombo, Bruno D’Amicis e Ugo Mellone, che tramite i loro preziosi scatti hanno offerto al pubblico l’opportunità di immergersi all’interno della ricchezza di specie animali e vegetali che caratterizza la penisola italiana. La sua collocazione al centro del Mediterraneo, infatti, fa dell’Italia uno dei luoghi più ricchi in termini di biodiversità, ospitando un patrimonio naturale unico, che costituisce oltre il 50% delle specie vegetali e il 30% di quelle animali endemiche e di interesse conservazionistico a livello europeo.

Tuttavia, l’ultimo Rapporto Annuale di NFBC registra che questa straordinaria ricchezza naturale non gode di buona salute, sottolineando che circa il 70% degli ecosistemi terrestri si trova in condizioni di forte stress e che il 30% delle specie endemiche rischia di estinguersi nei prossimi anni. Questa condizione di fragile precarietà è legata al concomitante impatto ambientale determinato sia dall’azione antropica che dalla crisi climatica ad essa associata, che si manifesta sotto forma di eventi estremi che vanno dall’aumento delle temperature alla siccità, dai nubifragi alla desertificazione.

Il percorso fotografico si è posto l’obiettivo di invitare i visitatori a riflettere sul controverso legame tra uomo e natura e su come le attività umane abbiano da un lato il potere di indebolire l’ambiente attraverso il costante sfruttamento delle risorse naturali, ma dall’altro la possibilità di mitigare le azioni predatorie e incentivare quelle di salvaguardia. A questo proposito, il NBFC ha individuato nella conservazione della biodiversità una delle principali sfide per il nostro Paese, come viene spiegato nel documentario trasmesso in conclusione del percorso espositivo, in cui le interviste ai referenti del Centro e a numerosi ricercatori, evidenziano come la tutela della biodiversità non sia solo una questione ambientale, ma anche una condizione necessaria alla sopravvivenza e al benessere dell’essere umano sul pianeta.

Il documentario riporta anche le principali attività condotte negli ultimi tre anni dagli oltre 2000 ricercatori e ricercatrici che sono coinvolti nell’ambizioso progetto, che vanno dall’individuazione delle minacce ambientali alla proposta e attuazione di strategie di monitoraggio, ripristino e valorizzazione della biodiversità. Tra i principali esempi, emergono una serie di sperimentazioni volte a testare approcci innovativi di restauro delle aree degradate, come interventi di forestazione urbana, reintroduzione di praterie di posidonie, riqualificazione di aree umide e strategie di connettività ecologica.

In questo contesto, il NBFC assume anche il ruolo di avvicinare le persone alle scienze naturali, tramite la promozione di attività di citizen science che coinvolgono i cittadini in azioni di monitoraggio, mappatura e analisi degli ecosistemi, senza tralasciare la missione prioritaria di investire sulla ricerca per sostenere l’attività di imprese e pubbliche amministrazioni, nonché stringere accordi internazionali e avviare progetti di diplomazia scientifica.

Agricoltura urbana: un ponte tra istituzioni e cittadini

Di Alessandro Campiotti


Negli ultimi anni la ritrovata esigenza di ristabilire un contatto con la natura ha spinto molte persone residenti in città a prendersi cura dei piccoli lotti di terra in cui allestire dei veri e propri orti urbani, rafforzando al contempo il senso di appartenenza alla comunità e il presidio del territorio.

Esempio di orto urbano – Foto di Alessandro Campiotti

Orti comunitari, giardini terapeutici, spazi didattici e tetti verdi, sono solo alcune delle numerose forme di agricoltura urbana che si sono sviluppate negli ultimi anni grazie ad una serie di accordi virtuosi stipulati tra le amministrazioni locali e le associazioni di cittadini. Fino a pochi decenni fa, infatti, l’agricoltura urbana non era regolamentata, e nelle periferie di molti comuni era possibile scorgere piccoli orti condotti spontaneamente dagli abitanti del luogo, con lo scopo di produrre frutta e ortaggi per autoconsumo o anche solo come passatempo.

Sul finire degli anni ’80, molte amministrazioni comunali hanno preso atto di questa esigenza iniziando a disciplinare l’agricoltura urbana tramite la pubblicazione di bandi per l’assegnazione di spazi da mettere a disposizione di associazioni, scuole e privati cittadini. Negli anni queste forme di gestione concordata del territorio si sono ampliate in termini di superficie ed evolute sotto il profilo degli obiettivi. Dall’originaria esigenza legata principalmente alla produzione alimentare, infatti, gli orti cittadini sono diventanti dei veri e propri strumenti di rigenerazione urbana, che perseguono numerose finalità che vanno dalla riduzione del degrado all’inclusione sociale, dalle attività didattiche a quelle terapeutiche, dal benessere mentale a quello fisico.

Inoltre, gli anni del Covid, con i lunghi periodi di chiusura forzata all’interno di appartamenti, spesso di dimensioni contenute e privi di balconi, hanno contribuito a rafforzare nelle persone l’esigenza di poter fruire di spazi aperti in cui ristabilire un contatto con la natura. Questo ha determinato un rapido aumento delle domande di realizzazione e gestione di nuovi orti urbani, che secondo le stime della Coldiretti oggi occupano una superficie complessiva di oltre due milioni di metri quadrati, pari a circa 200 ettari, che vedono al primo posto l’Emilia Romagna, seguita da Lombardia, Toscana, Veneto e Piemonte.

In questi anni, la collaborazione tra istituzioni e attori sociali ha favorito lo sviluppo di numerose iniziative lungo tutto il territorio nazionale, dove sono state avviate azioni di co-progettazione e co-gestione di aree verdi da riqualificare e restituire al pubblico per lo svolgimento delle più diverse attività. Diversi casi hanno visto il coinvolgimento di fasce deboli della popolazione, come persone a rischio di povertà alimentare, migranti, detenuti o ex detenuti, che hanno avuto la possibilità di essere protagonisti di iniziative benefiche e di inclusione sociale, in cui i prodotti degli orti sono stati devoluti ad associazioni impegnate a sostenere famiglie fragili tramite la distribuzione di pacchi alimentari. In altri casi, invece, queste iniziative sono state l’occasione per riqualificare spazi abbandonati o in condizioni di degrado, dove la presenza costante di cittadini impegnati nella tutela delle aree verdi e nella produzione di alimenti a chilometro zero si è tradotta nella costituzione di veri e propri presidi di legalità e custodia del territorio.

Tra le domande che ogni anno giungono presso gli uffici delle amministrazioni comunali, la concessione dei lotti di terra viene erogata in via preferenziale ad associazioni del terzo settore, pensionati e persone impegnate nell’assistenza di disabili, mentre le particelle rimanenti vengono ripartite tra gli altri richiedenti, tra i quali spiccano sempre più giovani interessati a svolgere per qualche ora un’attività ricreativa lontana dagli schermi di computer e cellulari. Tutti gli “ortisti” si impegnano poi a rispettare una serie di regole comuni che vietano l’utilizzo di prodotti chimici di sintesi nella coltivazione di frutta e ortaggi, così come la possibilità di piantumare nuovi alberi o realizzare nuove strutture senza un regolare permesso.

Inoltre, questi luoghi sono sempre più teatro di eventi sociali e iniziative culturali, dove persone di ogni età e provenienza geografica hanno l’opportunità di conoscersi, creare relazioni e condividere esperienze all’insegna del comune impegno per la tutela dell’ambiente e del comune interesse nel rafforzare il senso di appartenenza alla comunità. Allo stesso tempo, molti studi in ambito medico e psicologico sottolineano come gli orti urbani possano assumere anche la funzione di giardino terapeutico per persone affette da disabilità come autismo e Alzheimer, consentendo loro di entrare a contatto con la natura e contribuire a coltivarne i frutti.

A questo punto, qualche lettore si domanderà se sia o meno salutare consumare frutti e ortaggi prodotti in centri urbani spesso molto inquinati, e la risposta è che anche gli orti urbani necessitano della dovuta pianificazione e manutenzione, quindi non vanno realizzati in luoghi particolarmente trafficati e i frutti vanno sottoposti a controlli periodici per scongiurare il rischio di contaminazioni. Tuttavia, seguendo le corrette indicazioni, tali prodotti risultano perfettamente commestibili, a patto che non si dimentichi di effettuare la consueta pulizia con acqua corrente prima di servirli a tavola.

I numerosi impatti dello spreco alimentare

Di Alessandro Campiotti

Ogni anno nel mondo si spreca circa un terzo del cibo prodotto, con evidenti conseguenze in termini di perdite economiche, consumo di risorse naturali e inquinamento ambientale.

Foto di Alessandro Campiotti

Lo scorso 5 febbraio è stata celebrata la Giornata Nazionale per la prevenzione dello spreco alimentare, che da tredici anni pone all’attenzione dell’opinione pubblica una questione purtroppo sempre attuale, le cui conseguenze riguardano allo stesso tempo aspetti etici, sociali, economici, energetici e ambientali. Si stima che ogni anno circa un terzo del cibo prodotto a livello mondiale venga sprecato, con numeri che toccano il miliardo di tonnellate lungo l’intera filiera, che va dal campo alla tavola. Come si può immaginare, i dati relativi allo spreco variano notevolmente nelle diverse aree del pianeta, risultando superiori nei paesi con un maggiore benessere economico, dove la questione tende spesso a passare in secondo piano.

La popolazione dell’Unione europea (Ue), per esempio, spreca annualmente circa 60 milioni di tonnellate di cibo, che corrispondono ad una quantità pro capite superiore ai 120 chili. La situazione migliora leggermente in Italia, dove il valore pro capite si attesta intorno agli 80 chili annui, una quantità sempre molto alta, ma decisamente inferiore rispetto alla media europea. Un ulteriore distinguo emerge in relazione alla geografia nazionale, dove le regioni meridionali raggiungono livelli di spreco alimentare superiori del 7% rispetto alla media nazionale, mentre le regioni settentrionali manifestano un’attitudine più virtuosa nella gestione della dispensa.

Generalmente, i prodotti che più di altri finiscono nella pattumiera sono quelli freschi e facilmente deperibili, come frutta, verdura, pane, latte e yogurt, mentre carne e pesce si sprecano in misura inferiore, probabilmente per via del maggiore prezzo di vendita. Inoltre, il 60% dei volumi di spreco è attribuibile all’ambito domestico e alla scarsa attenzione delle famiglie nei confronti della spesa, che induce le persone ad acquistare una quantità di alimenti superiore a quella necessaria, spesso condizionate da logiche legate a sconti e promozioni. Se le famiglie sono responsabili del 60% degli sprechi, il restante 40% è riconducibile ai settori della ristorazione e della vendita al dettaglio.

Tuttavia, quando si parla di spreco alimentare, non bisogna dimenticare le numerose risorse naturali e artificiali impiegate per la produzione di cibo, che vanno dai terreni di coltivazione all’acqua di irrigazione, dall’energia elettrica per il funzionamento di serre e impianti di lavorazione al carburante necessario al funzionamento di macchinari agricoli e camion per il trasporto. A questo proposito, si stima che in Italia il settore agroalimentare presenti un consumo energetico complessivo di circa 13 Mtep, corrispondente a 13 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Di conseguenza, le 5 milioni di tonnellate annue di cibo sprecato in Italia si traducono in un consumo energetico che vale circa 4 miliardi di euro.

Ma i risvolti negativi dello spreco non finiscono qui. Oltre a quantificare i danni sotto il profilo energetico ed economico, infatti, bisogna considerare anche le conseguenze in termini di impatto ambientale, dal momento che i numerosi input che sostengono l’attuale sistema di produzione alimentare sono responsabili di circa il 10% delle emissioni di CO2 a livello nazionale, e del 16% a livello europeo.

Infine, occorre osservare che i numeri dello spreco di cibo fotografano una realtà moralmente inaccettabile che si scontra con la drammatica condizione di insicurezza alimentare che riguarda circa un terzo della popolazione mondiale, dove oltre un miliardo di persone soffre di fame acuta. Per tali ragioni, l’Ue persegue da anni politiche in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, promuovendo da un lato metodi di produzione alimentare più rispettosi dell’ambiente, dall’altro incentivando una maggiore consapevolezza del valore del cibo nelle persone tramite campagne di sensibilizzazione. Questo processo può contare sempre più sul coinvolgimento attivo di ampi settori della società, come associazioni, banche alimentari, istituzioni e scuole, dove la costante attività di formazione e informazione può produrre risultati tangibili, che in Italia si sono tradotti nel 2025 in un calo del 10% dello spreco alimentare rispetto all’anno precedente.

Per approfondire:

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), l’Agenda 2030 dell’Onu e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, 2020, https://asvis.it/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Fatti_%26_Cifre_2020.pdf;

European Commission, Food wastehttps://food.ec.europa.eu/food-safety/food-waste_en;

WWF, Spreco alimentare in aumento, le buone pratiche per ridurlo, 2025, https://www.wwf.it/pandanews/ambiente/spreco-alimentare-aumento-buone-pratiche-per-ridurlo/.