One Health, One Future: la stretta relazione tra salute umana e ambientale

Di Alessandro Campiotti

Il National Biodiversity Future Center ha riunito a Roma i suoi partner per fare un bilancio del lavoro svolto nei primi tre anni di vita del Centro. Tra risultati accademici, progetti sperimentali e prodotti scientifici, i referenti istituzionali si sono interrogati sulle prospettive future del NBFC nel periodo post-PNRR.

A tre anni dalla sua nascita, il National Biodiversity Future Center (NBFC), primo centro di ricerca italiano sulla biodiversità, ha fatto il punto sui risultati conseguiti e sulle prospettive future con l’evento “One Health, One Future”, che ha avuto luogo mercoledì 8 aprile presso la sede romana del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). L’appuntamento, aperto al pubblico, è stato l’occasione per riunire i numerosi soggetti che in questi anni hanno preso parte ai lavori del NBFC, come gli attori istituzionali, le università, gli enti territoriali e le imprese private che operano nell’ambito dell’innovazione tecnologica e della sostenibilità ambientale.

Finanziato con 328 milioni di euro nell’ambito del PNRR, il NBFC si inserisce tra gli interventi strategici incentivati a livello nazionale per promuovere la conoscenza scientifica in materia ambientale e tutelare gli ecosistemi naturali, messi sempre più a rischio dalla crisi climatica e dallo sfruttamento massivo delle risorse naturali da parte delle attività antropiche. In apertura dei lavori, il presidente del CNR Andrea Lenzi ha sottolineato che “la salvaguardia della biodiversità rientra tra le sfide del nostro tempo, e richiede una visione integrata tra scienza, politiche pubbliche e sviluppo sostenibile”.

Successivamente, il presidente del NBFC Luigi Fiorentino e il direttore generale Riccardo Coratella hanno ripercorso le numerose tappe che hanno caratterizzato l’evoluzione e lo sviluppo del Centro, ricordando che la rete di ricerca ha coinvolto e coinvolge migliaia di ricercatori lungo il territorio nazionale e riunisce 50 partner, di cui 35 università, 7 enti pubblici e 8 imprese private. Al contempo, è stato ribadito che sebbene i fondi del PNRR si esauriranno nel 2026, il NBFC non è un progetto a termine, pertanto sarà necessario progettare la sua evoluzione in un’infrastruttura permanente, che consenta di non disperdere le competenze fin qui maturate e che sia in grado di attrarre nuovi talenti a livello internazionale.

Dalla governance scientifica, il dibattito si è quindi spostato sul ruolo strategico che la natura svolge nei confronti dell’ambiente e dell’essere umano, attraverso la fornitura di numerosi servizi ecosistemici, che vanno dall’approvvigionamento alimentare alla regolazione climatica, dal biorisanamento dell’aria al miglioramento del benessere socio-psicologico delle persone. A questo proposito, il saggista e piscoanalista Vittorio Lingiardi ha esposto alla platea il concetto di One Health(una sola salute), ufficialmente adottato dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) nel 2017, secondo il quale la salute umana e quella dell’ambiente non dovrebbero essere analizzate separatamente, in quanto sono strettamente legate e da una dipende il destino dell’altra.

Poi gli spoke leader hanno passato in rassegna alcuni tra i principali risultati conseguiti da NBFC nell’arco di questi primi tre anni, tra i quali spicca il Biodiversity Gateway, una piattaforma digitale che raccoglie i dati prodotti e mette a disposizione degli utenti una serie di cataloghi che vanno dal Geoportale del Mare al Catalogo delle Molecole Bioattive, passando per il NbS Cata-Tool, uno strumento di supporto alla progettazione di Soluzioni basate sulla Natura in ambiente urbano ed entra-urbano, utile per ricercatori, progettisti e funzionari degli enti territoriali. Tra gli obiettivi di NBFC, infatti, resta centrale l’impegno di promuovere la conoscenza scientifica presso i diversi attori sociali, fungendo da hub di riferimento per imprenditori e innovatori che intendono sostenere la tutela della biodiversità con azioni atte a salvaguardarla e a generare al contempo un valore economico.

Inoltre, i referenti del Centro hanno ribadito l’importanza di trasmettere la conoscenza prodotta anche ai non addetti ai lavori, attraverso attività di divulgazione scientifica e progetti di Citizen Science, che coinvolgano cittadini di ogni età e provenienza lavorativa in azioni concrete sul territorio, come attività di monitoraggio ambientale e campionamento di matrici naturali, ma anche tramite l’organizzazione di mostre, attività didattiche e incontri con i cittadini. L’onore e l’onere di chiudere l’incontro sono spettati infine ad un gruppo di giovani ricercatrici under 30, in rappresentanza di quella massa critica che ha consentito al NBFC di svilupparsi e crescere in questi primi tre anni di vita, stendendo le basi per gli anni futuri.

Per approfondire:

https://www.cnr.it/en/event/20464/one-health-one-future-il-futuro-della-biodiversita-risultati-e-prospettive-del-national-biodiversity-future-center

Le conseguenze della crisi in Medio Oriente sui sistemi agroalimentari globali

Di Alessandro Campiotti

La crisi mediorientale sta influendo negativamente sull’economia mondiale, tuttavia alcuni settori, come l’agricoltura, sono particolarmente colpiti a causa del rincaro dei prezzi dei fattori produttivi come carburanti e fertilizzanti. In questo contesto, gli agricoltori europei chiedono risposte rapide e strutturali.

Immagine di Alessandro Campiotti

Dopo più di un mese dall’inasprimento del conflitto in Medio Oriente, le conseguenze economiche della crisi internazionale continuano a destare forti preoccupazioni nel mondo produttivo, in particolare a causa del blocco commerciale attuato dall’Iran con la chiusura dello Stretto di Hormuz, il principale canale di esportazione delle merci, in seguito ai bombardamenti americani e israeliani su Teheran.

Sebbene gli effetti di questa crisi stiano toccando numerosi settori, mettendo a repentaglio equilibri commerciali consolidati nel tempo, alcuni comparti, come l’agricoltura, stanno soffrendo più di altri le conseguenze dell’instabilità politica dei Paesi del Golfo Persico. Il blocco delle merci, infatti, ha determinato un rapido incremento del prezzo di numerosi fattori produttivi, come carburanti, energia e fertilizzanti. Inoltre, l’aumento dei costi di produzione e il necessario ricorso alle scorte hanno messo sotto pressione i sistemi agroalimentari su scala globale, con una serie di rincari che si sono distribuiti lungo l’intera filiera che va dal campo al carrello della spesa.

In questo scenario, mentre l’aumento del prezzo dei carburanti è sotto gli occhi di tutti, come dimostrano chiaramente i cartelli di qualunque distributore o stazione di servizio, il rincaro dei fertilizzanti è meno evidente, ma non per questo può essere sottovalutato. Dopo Cina e Russia, infatti, i Paesi del Golfo Persico rappresentano il principale produttore ed esportatore mondiale di fertilizzanti chimici di sintesi, grazie ad un sottosuolo ricco di risorse strategiche come petrolio, gas naturale e altre riserve minerarie.

La contrazione dell’offerta di fertilizzanti, provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, sta incidendo notevolmente sulla produzione di numerose colture cerealicole, dove grano e mais sono quelle che più di altre potrebbero risentire della carenza di input in termini di quantità e qualità delle produzioni. Questa particolare categoria di fertilizzanti azotati, a base di urea o azoto ammoniacale, svolgono l’indispensabile funzione di arricchire il terreno di elementi nutritivi nel periodo di pre-semina e semina, e di sostenere lo sviluppo vegetativo nelle prime fasi di crescita delle piante.

Molti agricoltori stanno affrontando il periodo di incertezza riducendo l’apporto di fertilizzanti azotati, con il rischio di subire riduzioni delle rese che sono stimate tra il 20% e il 30%. Altri ancora, invece, stanno valutando la possibilità di modificare il proprio itinerario produttivo, sostituendo i cereali con colture meno esigenti in termini di fertilizzazione azotata, come le leguminose, che riescono a fissare autonomamente l’azoto atmosferico attraverso la simbiosi con i batteri del genere Rhizobium. Per queste ragioni, le associazioni di categoria in rappresentanza del mondo agricolo chiedono urgentemente una risposta da parte dell’Unione europea (Ue), affinché si intervenga quanto prima con misure straordinarie a sostegno di un settore già fortemente indebolito dalla crisi climatica e dall’instabilità dei mercati.

A questo proposito, un gruppo di Paesi capitanati da Italia e Francia chiedono che tali misure vengano finanziate rapidamente attraverso le risorse disponibili nell’ambito dell’attuale programmazione economica, mentre la Commissione europea sta lavorando a un piano di medio-lungo periodo per sostenere l’aumento della quota di fertilizzanti prodotta in Ue, rafforzando in questo modo il comparto agricolo europeo e riducendo la dipendenza dai paesi esportatori.

Allo stesso tempo, il contingente periodo di “vacche magre” dovrebbe essere l’occasione per riconcepire l’attuale sistema agricolo, oggi strettamente vincolato all’uso di prodotti chimici di sintesi, a favore di un maggior impiego di prodotti alternativi come i fertilizzanti organici di origine animale o vegetale. Tra questi, compost e digestato sono solo alcuni dei numerosi prodotti naturali annoverati tra le soluzioni economiche e sostenibili per migliorare la fertilità del suolo senza dipendere unicamente da prodotti frutto della chimica.


Per approfondire:

https://www.corriere.it/economia/consumi/26_marzo_31/fertilizzanti-alle-stelle-la-guerra-all-iran-fa-arrabbiare-gli-agricoltori-usa-e-ue-e-c-e-una-soluzione-italiana-06f143eb-e3c7-4efd-a8d8-b6e19912cxlk.shtml

https://www.ilpost.it/2026/04/01/guerra-agricoltura-italiana-prezzi-conseguenze-fertilizzanti

https://www.wired.it/article/fertilizzanti-guerra-medio-oriente-crisi-rincari-settore-alimentare

Biodiversity Gateway: un ponte tra scienza e società

Di Alessandro Campiotti

In occasione del primo Simposio internazionale di oceanografia, il National Biodiversity Future Centerha inaugurato a Venezia il Biodiversity Gateway, un hub di ricerca per avvicinare la cittadinanza alle scienze ambientali e trasmettere la conoscenza attraverso attività esperienziali e interattive.

Immagine di Ufficio Stampa CNR


Il National Biodiversity Future Center (NBFC) pianta una nuova bandierina sul territorio nazionale, questa volta a Venezia, consolidando la propria missione di trasmettere la conoscenza scientifica attraverso l’organizzazione di una rete di hub territoriali sulla ricerca ambientale, con lo scopo di rafforzare il rapporto tra scienza e società.
Dal 24 al 27 marzo 2026 il capoluogo veneto ha ospitato i lavori dell’International Symposium “Transformative Ocean Science”, primo convegno internazionale sulla scienza oceanica trasformativa, che ha visto la partecipazione di oltre 400 iscritti tra ricercatori, responsabili politici e membri delle imprese. I numerosi partecipanti, provenienti da 23 Paesi, si sono dati appuntamento a Venezia per discutere del preoccupante stato di salute in cui versano gli oceani, e per raccogliere riflessioni e proposte da tradurre in una tabella di marcia che delinei nero su bianco le strategie da attuare nei prossimi anni per la salvaguardia degli ecosistemi marini. In conclusione dell’iniziativa, sabato 28 marzo il NBFC ha colto l’occasione per inaugurare il Biodiversity Gateway, uno spazio permanente dedicato alla conoscenza della biodiversità marina, promosso in collaborazione con l’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-ISMAR), che ha messo a disposizione la storica Palazzina Canonica, poco distante dall’Arsenale, sede della Biennale di Venezia.
Il Centro è stato promosso nell’ambito del progetto nazionale NBFC e coerentemente con gli obiettivi europei in materia di sostenibilità ambientale, dal momento che la Commissione europea nel 2025 ha lanciato il Patto per gli Oceani, un’iniziativa strategica che mira alla protezione e al ripristino della biodiversità marina. Per queste ragioni, il nuovo spazio è stato concepito come un hub di conoscenza esperienziale capace di accogliere un pubblico di ogni età all’interno di un percorso immersivo, che attraverso istallazioni, laboratori didattici, percorsi di divulgazione e visite guidate, restituisce ai visitatori l’opportunità di viaggiare tra gli ambienti emersi e sommersi della laguna veneziana.

L’inaugurazione ha visto la partecipazione congiunta di rappresentanti del mondo accademico ed esponenti delle istituzioni, a conferma della stretta collaborazione che i diversi attori sociali hanno stabilito per giungere alla realizzazione del Biodiversity Gateway. Durante i saluti istituzionali, il Presidente del CNR Andrea Lenzi ha sottolineato che “la biodiversità è una risorsa strategica per il nostro Paese e la sua tutela richiede conoscenza, consapevolezza e responsabilità condivisa”, aggiungendo che “con questo spazio si costruisce un ponte tra scienza, cittadini e territori, per promuovere la diffusione dei risultati scientifici e la cultura della sostenibilità nella storica città di Venezia, purtroppo caratterizzata da una profonda fragilità ambientale”.

In rappresentanza dell’Amministrazione comunale è intervenuto l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, che dopo aver commentato positivamente la virtuosa sinergia che si è creata tra istituzioni locali e mondo scientifico, ha ringraziato il CNR e tutti i ricercatori per l’attenzione mostrata nel rendere la trasmissione del sapere stimolante e inclusiva. Durante la mattinata si sono quindi avvicendati gli interventi di numerose personalità, che vanno dal Presidente della Regione Veneto Alberto Stefani al Presidente del NBFC Luigi Fiorentino, passando per il Direttore Scientifico NBFC Massimo Labra e i coordinatori del Gateway Francesco Falcieri e Federica Foglini.

Nel pomeriggio, il Biodiversity Gateway ha finalmente aperto le porte al pubblico ed è stato avviato un ricco programma di iniziative di edutainment, un approccio pedagogico che integra didattica e intrattenimento, con l’obiettivo di migliorare la consapevolezza collettiva e sottolineare il ruolo strategico che una comunità di cittadini informati, insieme ad enti del territorio capaci, possono svolgere per affrontare le sfide globali legate al cambiamento climatico e alla tutela della biodiversità.