I numerosi impatti dello spreco alimentare

Di Alessandro Campiotti

Ogni anno nel mondo si spreca circa un terzo del cibo prodotto, con evidenti conseguenze in termini di perdite economiche, consumo di risorse naturali e inquinamento ambientale.

Foto di Alessandro Campiotti

Lo scorso 5 febbraio è stata celebrata la Giornata Nazionale per la prevenzione dello spreco alimentare, che da tredici anni pone all’attenzione dell’opinione pubblica una questione purtroppo sempre attuale, le cui conseguenze riguardano allo stesso tempo aspetti etici, sociali, economici, energetici e ambientali. Si stima che ogni anno circa un terzo del cibo prodotto a livello mondiale venga sprecato, con numeri che toccano il miliardo di tonnellate lungo l’intera filiera, che va dal campo alla tavola. Come si può immaginare, i dati relativi allo spreco variano notevolmente nelle diverse aree del pianeta, risultando superiori nei paesi con un maggiore benessere economico, dove la questione tende spesso a passare in secondo piano.

La popolazione dell’Unione europea (Ue), per esempio, spreca annualmente circa 60 milioni di tonnellate di cibo, che corrispondono ad una quantità pro capite superiore ai 120 chili. La situazione migliora leggermente in Italia, dove il valore pro capite si attesta intorno agli 80 chili annui, una quantità sempre molto alta, ma decisamente inferiore rispetto alla media europea. Un ulteriore distinguo emerge in relazione alla geografia nazionale, dove le regioni meridionali raggiungono livelli di spreco alimentare superiori del 7% rispetto alla media nazionale, mentre le regioni settentrionali manifestano un’attitudine più virtuosa nella gestione della dispensa.

Generalmente, i prodotti che più di altri finiscono nella pattumiera sono quelli freschi e facilmente deperibili, come frutta, verdura, pane, latte e yogurt, mentre carne e pesce si sprecano in misura inferiore, probabilmente per via del maggiore prezzo di vendita. Inoltre, il 60% dei volumi di spreco è attribuibile all’ambito domestico e alla scarsa attenzione delle famiglie nei confronti della spesa, che induce le persone ad acquistare una quantità di alimenti superiore a quella necessaria, spesso condizionate da logiche legate a sconti e promozioni. Se le famiglie sono responsabili del 60% degli sprechi, il restante 40% è riconducibile ai settori della ristorazione e della vendita al dettaglio.

Tuttavia, quando si parla di spreco alimentare, non bisogna dimenticare le numerose risorse naturali e artificiali impiegate per la produzione di cibo, che vanno dai terreni di coltivazione all’acqua di irrigazione, dall’energia elettrica per il funzionamento di serre e impianti di lavorazione al carburante necessario al funzionamento di macchinari agricoli e camion per il trasporto. A questo proposito, si stima che in Italia il settore agroalimentare presenti un consumo energetico complessivo di circa 13 Mtep, corrispondente a 13 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Di conseguenza, le 5 milioni di tonnellate annue di cibo sprecato in Italia si traducono in un consumo energetico che vale circa 4 miliardi di euro.

Ma i risvolti negativi dello spreco non finiscono qui. Oltre a quantificare i danni sotto il profilo energetico ed economico, infatti, bisogna considerare anche le conseguenze in termini di impatto ambientale, dal momento che i numerosi input che sostengono l’attuale sistema di produzione alimentare sono responsabili di circa il 10% delle emissioni di CO2 a livello nazionale, e del 16% a livello europeo.

Infine, occorre osservare che i numeri dello spreco di cibo fotografano una realtà moralmente inaccettabile che si scontra con la drammatica condizione di insicurezza alimentare che riguarda circa un terzo della popolazione mondiale, dove oltre un miliardo di persone soffre di fame acuta. Per tali ragioni, l’Ue persegue da anni politiche in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, promuovendo da un lato metodi di produzione alimentare più rispettosi dell’ambiente, dall’altro incentivando una maggiore consapevolezza del valore del cibo nelle persone tramite campagne di sensibilizzazione. Questo processo può contare sempre più sul coinvolgimento attivo di ampi settori della società, come associazioni, banche alimentari, istituzioni e scuole, dove la costante attività di formazione e informazione può produrre risultati tangibili, che in Italia si sono tradotti nel 2025 in un calo del 10% dello spreco alimentare rispetto all’anno precedente.

Per approfondire:

Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), l’Agenda 2030 dell’Onu e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, 2020, https://asvis.it/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Fatti_%26_Cifre_2020.pdf;

European Commission, Food wastehttps://food.ec.europa.eu/food-safety/food-waste_en;

WWF, Spreco alimentare in aumento, le buone pratiche per ridurlo, 2025, https://www.wwf.it/pandanews/ambiente/spreco-alimentare-aumento-buone-pratiche-per-ridurlo/.

L’intelligenza artificiale e la minaccia al ruolo del web

Di Alessandro Campiotti


In pochi mesi i sistemi di intelligenza artificiale generativa hanno modificato le modalità di ricerca dell’informazione online, determinando un crollo del traffico di utenti e mettendo in discussione l’industria editoriale mondiale.

Immagine generata con una piattaforma di AI

Molti lettori si saranno accorti che negli ultimi mesi le modalità di ricerca delle informazioni sul web hanno subito alcuni piccoli grandi cambiamenti, che da un lato rendono più rapida e intuitiva la navigazione online, ma dall’altro stanno comportando una serie di gravi ripercussioni sull’industria editoriale, oltre che sulla stessa qualità della ricerca. Le modifiche in atto sono attribuibili allo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale (IA) sempre più all’avanguardia, che in breve tempo hanno raggiunto un tale livello di pervasività sul web da mettere in discussione il sistema di navigazione che abbiamo conosciuto negli ultimi trenta anni.

Per decenni, infatti, i motori di ricerca online hanno svolto la funzione di ordinare e indicizzare le innumerevoli informazioni presenti in rete, fornendo all’utente la possibilità di scegliere tra migliaia di siti, più o meno autorevoli, da cliccare per poter accedere alle informazioni desiderate. Questa modalità di accesso ai portali online ha contribuito all’aumento delle visite giornaliere, consentendo a testate giornalistiche, siti e blog di diversificare i propri profitti vendendo slot delle proprie piattaforme online al mercato pubblicitario, che paga gli spazi in relazione alla visibilità della pagina web e al numero di click eseguiti dal traffico di utenti.

Tuttavia, negli ultimi mesi la cosiddetta “click-economy” sembrerebbe essere stata messa in discussione dall’avvento dei sistemi di intelligenza artificiale generativa, che hanno la capacità di generare risposte basate sull’enorme bagaglio di informazioni presenti sul web. È il caso di AI Overview, il servizio di intelligenza artificiale lanciato da Google nel 2024 negli Stati Uniti e diffusa in Europa a partire dal 2025, che alla domanda dell’utente fornisce una risposta immediata e visualizzabile in cima alla pagina, senza il bisogno di cliccare su alcun sito. La risposta viene confezionata come una sintesi chiara, strutturata e apparentemente completa dell’argomento ricercato, per di più corredata dalle fonti bibliografiche da cui sono state selezionate le informazioni.

La gran parte dei lettori resta soddisfatta da questa modalità di risposta e di conseguenza non è più indotta a proseguire la ricerca aprendo altre pagine e alimentando le visite online. L’approccio “zero-click” ha determinato rapidamente il crollo del traffico di utenti nei siti web “tradizionali”, che hanno visto ridurre le visite mensili da 2,3 miliardi nel 2024 a 1,7 miliardi nel 2025, con evidenti ricadute sotto il profilo degli introiti pubblicitari. A fare le spese di questo cambio di paradigma sono soprattutto le imprese editoriali, già gravate da anni di crisi generale del settore, che in pochi mesi si sono trovate a dover gestire un ulteriore colpo che si è tradotto in un calo di traffico compreso tra il 40-50% per molte testate americane.

In Italia non ci sono ancora stime precise in merito a questo fenomeno, tuttavia i primi segnali di scricchiolio del sistema hanno spinto le associazioni di categoria del settore editoriale a muoversi secondo le vie legali. Ad ottobre 2025, la Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG) ha depositato un ricorso all’AGCOM nei confronti dei sistemi di intelligenza artificiale di Google, che a loro dire opererebbero in condizioni di concorrenza sleale. Gli editori puntano il dito contro questa nuova modalità di presentare le risposte agli utenti, che sfrutterebbe le informazioni prodotte secondo metodi tradizionali, per rielaborarle sinteticamente e offrirle al lettore da un pulpito privilegiato, che surclassa ogni altro risultato presente sul web, riducendone visibilità e reperibilità.

A questo punto, qualcuno potrebbe obiettare che le azioni promosse dai rappresentati del panorama editoriale italiano e internazionale abbiano come unico scopo quello di frenare l’innovazione tecnologica e favorire la salvezza di un settore già abbastanza in crisi. Tuttavia, la questione non si limita ad essere analizzata solo sotto la lente economico-finanziaria, ma chiama in causa anche alcuni aspetti etici legati alle forme di accesso all’informazione. Al momento, infatti, le stime sostengono che circa il 70% delle persone deleghi la ricerca di informazioni agli algoritmi che muovono i sistemi di IA generativa, senza troppo preoccuparsi della veridicità e soprattutto della parzialità delle risposte fornite.

Questo approccio può risultare senza dubbio più comodo nel momento in cui ci rivolgiamo al nostro assistente virtuale per chiedere delle informazioni pratiche, come gli ingredienti di una ricetta culinaria o le indicazioni stradali per raggiungere un certo luogo. Tuttavia, la risposta potrebbe non essere ugualmente attendibile e soddisfacente nel caso in cui ci addentrassimo in temi più complessi, legati alla salute, all’opportunità di un investimento finanziario, ad una valutazione politica e più in generale alle scelte individuali.

Per queste ragioni, dovremmo essere consapevoli del fatto che il crescente utilizzo di sistemi di IA per fini informativi e valutativi trasferirà sempre più la responsabilità di verificare la conoscenza e produrre informazione a degli algoritmi gestiti da poche grandi aziende, che in questo modo avrebbero il potere di filtrare le notizie e promuovere una fonte o un’interpretazione piuttosto che un’altra, con il rischio tangibile di ledere la pluralità dell’informazione, da sempre elemento chiave delle democrazie.

Per approfondire:

https://www.repubblica.it/tecnologia/2025/12/09/news/ia_calo_traffico_online_fine_del_web-425031575

https://www.wired.it/article/nuova-ricerca-ai-mode-google-fine-del-web

Clima, agricoltura e carbon farming: la nuova strategia europea per ridurre le emissioni

Di Alessandro Campiotti

Dal 2026 agricoltori e silvicoltori potranno vedere riconosciuto il proprio impegno nella gestione sostenibile di agroecosistemi e foreste attraverso il riconoscimento di crediti di carbonio per gli interventi che promuovono il sequestro della CO2atmosferica

Immagine di un impianto industriale – Foto di Alessandro Campiotti


I risultati recentemente pubblicati da Copernicus, il programma europeo di osservazione satellitare della Terra, hanno confermato che gli ultimi undici anni sono stati i più caldi mai registrati, con temperature medie superiori di circa 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale. Larga parte del mondo scientifico sostiene che il graduale aumento delle temperature sia legato all’incremento delle emissioni di gas serra in atmosfera, attribuibili principalmente a cause di natura antropica, che vanno dalle attività industriali all’agricoltura intensiva, dalla gestione dei rifiuti alle pratiche di deforestazione.

L’inquinamento atmosferico e l’aumento delle temperature sono due fenomeni strettamente legati, e insieme responsabili di una serie di impatti negativi sia sull’ambiente che sulla salute umana. Tra i principali gas serra figura l’anidride carbonica (CO2), che secondo le stime è prodotta per quasi il 30% dalla Cina, seguita da Stati Uniti (14%), India (7%), Unione europea (6%) e Russia (5%). Per far fronte alla scottante questione climatica, con l’approvazione del
Green Deal nel 2019, l’Ue ha scelto di orientare le proprie politiche industriali e ambientali verso la progressiva decarbonizzazione, impegnandosi al contempo a tutelare le risorse naturali tramite l’approvazione di un pacchetto di provvedimenti come la Legge sul ripristino della natura (Nature Restoration Law), approvata dal Parlamento europeo nel giugno del 2024.

Sebbene le forti critiche mosse nei confronti del Green Deal da parte degli Stati membri abbiano determinato un ridimensionamento degli obiettivi iniziali, l’impianto sostanziale di queste politiche resta in piedi, così come l’intento di mitigare gli effetti del riscaldamento globale. In questo contesto, non basta ridurre le nuove emissioni in atmosfera, ma risulta sempre più urgente attuare degli interventi concreti volti al sequestro della CO2 e al suo stoccaggio sotto forma di carbonio all’interno di piante e aggregati naturali del suolo. Per queste ragioni, oltre a rimodulare i processi industriali ed energetici in una logica di maggiore sostenibilità ambientale, l’Ue ha individuato nel settore agricolo e forestale uno dei principali asset su cui investire per promuovere processi naturali di decarbonizzazione. Un ruolo strategico nel conseguimento di questi obiettivi è stato attribuito al patrimonio forestale europeo, che si estende su circa 182 milioni di ettari, pari a oltre il 40% della superficie dell’Ue, e che rappresenta un serbatoio naturale di ricchezza ecosistemica e di biodiversità, con un forte potenziale di sequestro delle emissioni.

Allo stesso tempo, anche il settore agricolo dovrà fare la sua parte, destinando una parte dei terreni a pratiche agronomiche conservative volte a mantenere i suoli coperti, come l’adozione di prati permanenti, pascoli e colture di copertura, che necessitano di poche lavorazioni e riducono le emissioni in atmosfera. Per favorire la diffusione di queste pratiche presso le aziende agricole, alla fine del 2024 l’Ue ha approvato il regolamento Carbon Removals and Carbon Farming (CRCF), che definisce un quadro armonizzato di monitoraggio e rendicontazione delle azioni relative all’agricoltura del carbonio (carbon farming).

Il provvedimento, entrato in vigore nel 2025, promuove con incentivi economici le tecnologie e le pratiche agroforestali di rimozione e stoccaggio della CO₂, favorendo allo stesso tempo una gestione sostenibile dell’agroecosistema e nuove opportunità di reddito per agricoltori e silvicoltori. Gli interventi saranno oggetto di monitoraggio satellitare tramite tecnologie di telerilevamento e gli operatori del settore potranno fare richiesta delle certificazioni singolarmente o in gruppo, in modo tale da ridurre il carico amministrativo per i piccoli agricoltori. In Italia il provvedimento è stato recepito nel 2025 e ad ottobre il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (MASAF) ha istituito il Registro nazionale dei crediti di carbonio volontari generati dal settore forestale. La gestione del dispositivo è stata affidata al CREA (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria) ed è operativo dall’inizio del 2026. In questo modo, il settore agroforestale italiano potrà avvalersi di strumenti normativi e operativi idonei a monitorare, certificare e valorizzare i progetti di rimozione della CO₂, contribuendo in modo concreto agli obiettivi climatici nazionali.

Per approfondire:

Copernicus: 2025 terzo anno più caldo a livello globale e in Europa, con due fattori principali | Euronews

https://www.europarl.europa.eu/topics/it/article/20180301STO98928/emissioni-di-gas-serra-per-paese-e-settore-infografica.

https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it