{"id":12245,"date":"2018-10-23T13:49:46","date_gmt":"2018-10-23T13:49:46","guid":{"rendered":"https:\/\/scienzaegoverno.org\/openpublish_article\/ecco-i-siti-unesco-piu-rischio-causa-dei-cambiamenti-climatici\/"},"modified":"2018-10-23T13:49:46","modified_gmt":"2018-10-23T13:49:46","slug":"ecco-i-siti-unesco-piu-rischio-causa-dei-cambiamenti-climatici","status":"publish","type":"openpublish_article","link":"https:\/\/www.scienzaegoverno.org\/?openpublish_article=ecco-i-siti-unesco-piu-rischio-causa-dei-cambiamenti-climatici","title":{"rendered":"Ecco i siti Unesco pi\u00f9 a rischio a causa dei cambiamenti climatici"},"content":{"rendered":"<p><strong><em>Da Venezia a Ferrara, da Paestum a Siracusa, da Sabratha ad Efeso, un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Science Communications elenca decine di siti Unesco nell&rsquo;area costiera mediterranea che rischiano di essere danneggiati, o addirittura distrutti, da alluvioni ed erosioni entro la fine del secolo.&nbsp;<\/em><\/strong><\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\">Venezia e le isole della Laguna potrebbero essere sommerse da una serie di violente alluvioni. La stessa sorte potrebbero patire Ferrara, una delle citt\u00e0-simbolo del Rinascimento, e Aquileia, famosa per i suoi mosaici romani. E poi ancora Vicenza, Napoli, Pisa, Genova e Ravenna. Al di fuori dell&rsquo;Italia, sono fortemente a rischio la Medina di Susa, in Tunisia, il sito archeologico di Sabratha, in Libia, e la citt\u00e0 di Dubrovnik (&ldquo;Ragusa della Dalmazia&rdquo;), in Croazia. L&rsquo;erosione costiera minaccia poi i siti archeologici di Paestum, Pompei, Siracusa e Noto, l&rsquo;Heraion dell&rsquo;Isola di Samo, in Grecia, e gli scavi dell&rsquo;antica citt\u00e0 di Efeso, in Turchia. L&rsquo;elenco potrebbe proseguire. Questi sono alcuni tra i principali siti patrimonio dell&rsquo;umanit\u00e0 secondo l&rsquo;Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l&#39;educazione, la scienza e la cultura) che rischiano di essere danneggiati, o addirittura completamente distrutti, entro la fine del secolo, a causa dei cambiamenti climatici. A dirlo \u00e8 un recente <strong><a href=\"https:\/\/www.nature.com\/articles\/s41467-018-06645-9\">studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications<\/a>,<\/strong>&nbsp;condotto da un team di ricercatori dell&rsquo;Universit\u00e0 di Kiel (Germania). Lo studio ha preso in esame una serie di siti Unesco che si trovano nell&rsquo;area costiera mediterranea e per ciascuno di essi ha usato alcuni parametri, tra i quali la zona, la conformazione fisica, la tipologia d&rsquo;insediamento, la distanza dalla costa e la collocazione in contesti urbani o rurali. Sulla base delle caratteristiche dei siti, i ricercatori hanno valutato i possibili effetti dell&rsquo;innalzamento del livello del mare, dovuto all&rsquo;aumento della temperatura globale, elaborando quattro diversi scenari per la fine del secolo. Tra questi, quello pi\u00f9 ottimista prevede che si riesca a contenere l&rsquo;aumento della temperatura globale entro i 2 &deg;C (rispetto ai livelli preindustriali del 1850) entro la fine del secolo, in linea con l&rsquo;Accordo di Parigi. Limitare l&rsquo;aumento della temperatura globale ai 2 &deg;C entro il 2100, sottolinea lo studio, sarebbe un traguardo, dal momento che <strong>l&rsquo;ultimo Special Report dell&rsquo;Ipcc (Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite per la ricerca sui cambiamenti climatici), prevede che, con il trend attuale, potremmo arrivare ad aumento della temperatura globale di 3 &#8211; 4 &deg;C entro la fine del secolo. <\/strong>Sulla base delle previsioni sull&rsquo;aumento della temperatura globale e delle caratteristiche dei luoghi, il team di ricercatori ha stimato, per ciascuno dei siti Unesco, le possibili conseguenze relative a due fenomeni di origine climatica: l&rsquo;alluvione e l&rsquo;erosione delle coste. E i risultati non sono dei migliori. Dallo studio emerge infatti che, gi\u00e0 oggi, <strong>su 49 siti presi in esame, 37 rischiano di subire un&rsquo;alluvione distruttiva che ha l&rsquo;1% di probabilit\u00e0 di verificarsi ogni anno. 42 siti su 49, invece, potrebbero subire gravi danni a causa dell&rsquo;erosione delle coste.<\/strong> Se il livello del mar Mediterraneo si dovesse alzare di circa 1 metro e mezzo entro il 2100, sottolinea lo studio, il rischio di subire un&rsquo;alluvione distruttiva aumenterebbe del 50% e quello di subire gravi danni per l&rsquo;erosione delle coste del 13%. Tuttavia, rilevano i ricercatori, quest&rsquo;ultimo scenario ha una probabilit\u00e0 minima (circa il 5%) di verificarsi. Alla luce degli ultimi dati sull&rsquo;aumento delle temperatura globale e dei rischi cui si andr\u00e0 incontro se non si agir\u00e0 prontamente contro il cambiamento climatico, fenomeni estremi, come alluvioni ed erosioni, potrebbero verificarsi con maggiore frequenza nei prossimi anni. L&rsquo;unica soluzione, spiegano i ricercatori che hanno condotto lo studio, \u00e8 adottare quanto prima delle misure per mettere in sicurezza i siti Unesco presi in esame, che rappresentano luoghi di inestimabile valore storico, artistico e culturale. Tuttavia, sottolinea lo studio, gli sforzi per salvaguardare l&rsquo;enorme patrimonio potrebbero essere minimi, se non inutili, senza un impegno concreto a rispettare gli obiettivi dell&rsquo;Accordo di Parigi, primo fra tutti, quello che punta a limitare l&rsquo;aumento della temperatura globale entro i 2 &deg;C (con volont\u00e0 di contenerlo entro gli 1,5 &deg;C) entro la fine del secolo.<\/p>\n<hr \/>\n<p><strong><em>Nota:<\/em><\/strong><\/p>\n<p><em>L&rsquo;immagine d&rsquo;intestazione dell&rsquo;articolo mostra l&rsquo;Isola di San Giorgio vista da Piazza San Marco (Venezia). La foto \u00e8 stata scattata da Andrea Campiotti (autore dell&#39;articolo).<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><a data-mce-href=\"https:\/\/www.facebook.com\/CentroStudiUomoAmbiente\" href=\"https:\/\/www.facebook.com\/CentroStudiUomoAmbiente\" style=\"margin: 0px; padding: 0px; border: none; outline: 0px; vertical-align: baseline; font-style: italic; font-variant-numeric: inherit; font-variant-east-asian: inherit; font-stretch: inherit; font-size: 13px; line-height: inherit; font-family: Georgia; color: rgb(38, 121, 185); text-decoration-line: none; background-color: rgb(255, 255, 255); text-align: center;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" data-mce-src=\"http:\/\/scienzaegoverno.voxmail.it\/rs\/content\/facebook-logo.png\" height=\"15\" src=\"http:\/\/scienzaegoverno.voxmail.it\/rs\/content\/facebook-logo.png\" style=\"border: none; margin: 0px; padding: 0px; outline: 0px; vertical-align: bottom; font: inherit; max-width: 100%; height: auto;\" width=\"15\" \/><\/a><\/p>\n","protected":false},"author":4,"featured_media":12246,"template":"","meta":{"advgb_blocks_editor_width":"","advgb_blocks_columns_visual_guide":""},"argomenti":[4],"esterni":[],"class_list":["post-12245","openpublish_article","type-openpublish_article","status-publish","has-post-thumbnail","hentry","argomenti-ambiente"],"featured_img":"https:\/\/www.scienzaegoverno.org\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/Unesco-siti-a-rischio_principale.jpg","coauthors":[],"author_meta":{"author_link":"https:\/\/www.scienzaegoverno.org\/?author=4","display_name":"NoName"},"relative_dates":{"created":"Pubblicato 8 anni fa","modified":"Aggiornato 8 anni fa"},"absolute_dates":{"created":"Pubblicato il 23\/10\/2018","modified":"Aggiornato il 23\/10\/2018"},"absolute_dates_time":{"created":"Pubblicato il 23\/10\/2018 13:49","modified":"Aggiornato il 23\/10\/2018 13:49"},"featured_img_caption":"","tax_additional":{"argomenti":{"linked":["<a href=\"https:\/\/www.scienzaegoverno.org\/?argomenti=ambiente\" class=\"advgb-post-tax-term\">Ambiente<\/a>"],"unlinked":["<span class=\"advgb-post-tax-term\">Ambiente<\/span>"],"slug":"argomenti","name":"Argomentis"},"esterni":{"linked":[],"unlinked":[],"slug":"esterni","name":"Esternis"}},"series_order":"","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.scienzaegoverno.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/openpublish_article\/12245","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.scienzaegoverno.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/openpublish_article"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.scienzaegoverno.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/openpublish_article"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scienzaegoverno.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/4"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scienzaegoverno.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/12246"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.scienzaegoverno.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=12245"}],"wp:term":[{"taxonomy":"argomenti","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scienzaegoverno.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fargomenti&post=12245"},{"taxonomy":"esterni","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scienzaegoverno.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Festerni&post=12245"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}