Centro Studi l'Uomo e l'Ambiente

Informazioni

La coscienza è un istinto. Il legame misterioso tra il cervello e la mente

Autore: 
Michel S. Gazzaniga
Editore: 
Raffaello Cortina
Anno: 
2019
Prezzo: 
€ 23,80

Note su "La coscienza è un istinto" di M. S. Gazzaniga

(di Roberto Ongaro)

Con queste note positive consigliamo la lettura e a tratti anche la rilettura del libro di Gazzaniga. L’excursus, nei primi 6 capitoli, sul pensiero occidentale e su come esso, principalmente in ambito filosofico e poi medico-sperimentale e biologico, ha affrontato il problema dell’esistenza o meno di una entità separata dalla fisicità chiamata coscienza, è un percorso positivo, soprattutto se si considera come si sia tentato, inizialmente senza strumenti anatomici e poi con essi, di capire cosa differenziava il cervello dell’uomo rispetto a quello di altri animali primati.

È un percorso di facile lettura che sistematizza pensieri e acquisizioni sia filosofiche che scientifiche, anche se non sono assenti nel dibattito scientifico e filosofico sfumature e opinioni differenti oppure anche altre evidenze di pensatori che portano a conclusioni opposte. Ma l’autore è dotato di una sana ironia che aiuta molto a vedere la relatività dell’assoluto e che spinge i pensiero di chi legge caso mai ad approfondire piuttosto che ad accogliere dogmaticamente.

Potremmo riassumere questa parte del libro in una sorta di accompagnamento certamente onesto intellettualmente verso la tesi che dà poi titolo al libro. Del resto Gazzaniga non manca di evidenziare le problematicità che sono esistite nel pensiero occidentale, sia nel definire la coscienza e sia nel trovarle un posto fisico in cui farla risiedere. E ancor più con l’ironia dello scienziato che sa di maneggiare materia incandescente si affida ai dati di fatto sperimentali, ma anche sottolinea che per troppo tempo c’è stata una “presunzione fideistica” nel trovare una soluzione che prescindesse dall’esame obiettivo di dove “forse” la coscienza si formava.

Dal pensiero filosofico alla fisica e quindi al metodo scientifico che da Galileo essa porta con sé, il passaggio è naturale. C’è un tratto che indica quale sia lo stato del dilemma a cui l’autore vuole dare una risposta. E lo fa attraverso la citazione di un fisico John Tyndall che in occasione di un intervento di fronte alla British Association Advancement of Science diceva “Il passaggio dalla fisica del cervello ai relativi fatti di coscienza non è umanamente pensabile. Ammettiamo pure che un certo pensiero si accompagni ad un certo processo molecolare localizzato nel cervello: non disponiamo comunque di un organo intellettuale in grado di aiutarci a passare dall’uno all’altro livello per mezzo di un ragionamento, e neppure dei rudimenti di un singolo organo.”

La domanda che ne sorge è “che cosa lega questi processi di ordine fisico ai fatti di coscienza?”. Era il 1868 e la domanda è rimasta in buona parte senza una risposta univoca. Il volume dal capitolo settimo sino alla sua conclusione cerca di dare una risposta che sia al tempo stesso convincente e adeguatamente supportata da passaggi logici e scientifici.

L’autore dice che comunque il processo di spiegazione passa attraverso leggi fisiche meccanicistiche e tributa, a quella che lui chiama scuola di Chicago, il fatto di aver superato quel recepimento da parte dei biologi dell’analogia metaforica tra l’uomo e la macchina messa in circolazione da Descartes, arrivando alla conclusione che i cervelli non sono macchine sofisticate, semmai le macchine sono cervelli imperfetti, pensiero di una attualità sorprendente quando ci si avvia per i sentieri dell’intelligenza artificiale e l’assunto mutuato da Polany è che gli esseri umani si sono evoluti per mezzo dell’evoluzione naturale, mentre le macchine esistono solo in quanto prodotto dell’uomo.

Possiamo dire che gli ultimi capitoli a partire dal nono sono ricchi di suggestioni di pensiero e all’interno delle frasi sono perfettamente congruenti, ma continuano la loro funzione anche al di fuori di esse, portando il lettore verso altre considerazioni collaterali che investono la presenza, il ruolo, la capacità dell’uomo di interagire in maniera originale con le leggi della fisica classica e non solo con queste.

Sono gli echi della battaglia contro il riduzionismo puro che è nata nell’Università di Chicago a proposito della biofisica matematica e della biologia teorica e che ruotavano sul problema fondamentale di cosa sia la vita arrivando alla conclusione che nessun insieme di descrizioni parziali di organismi poteva dire in cosa consistesse l’intero organismo come tale.

Insomma, bisognava capire che negli organismi c’è qualcosa d’altro di cui tener conto e se il pensiero meccanicista ci insegna tutto quello che c’è da sapere sulle parti, rimettere insieme il tutto implica un fattore di comprensione e di coordinamento di ordine superiore, “È il sistema, l’organismo stesso, a modulare gli strati di livello inferiore che lo producono.”

Esula da questa breve nota entrare nel merito dell’approccio che l’autore fa tra struttura e funzione, molto convincente e foriero di un’evoluzione del pensiero sul cervello e su come esso, attraverso le sue specializzazioni molteplici, funziona. Ma l’autore sottolinea che non sono le reazioni elettrochimiche a tramutarsi in ricordo o esperienza vissuta. Struttura e funzione sono proprietà complementari, da questo ne deriva che la ricerca dopo gli enormi progressi fatti in questi anni deve fare un ulteriore salto ambizioso cercando di descrivere e quindi di comprendere il neural design ovvero l’architettura celebrale nel suo insieme. Questo porta l’autore alla conclusione che la coscienza è una proprietà inerente a tutto il cervello, non è una funzione di una parte, ma rappresenta un aspetto costitutivo di tutte le sue diverse capacità.

Per arrivare alla conclusione ovvero se la coscienza sia davvero un istinto significa includere il fenomeno della coscienza in quella lunga serie di istinti che comprendono affetto, gelosia, ira, socievolezza, eccetera e che ci rendono, come specie, sempre più adatti e flessibili nel vivere nel nostro ambiente.

Consiglio di leggere con attenzione le ultime pagine che ridefiniscono il concetto di “istinto” perché in esse troviamo sia la definizione semplice, ma anche la sua controdeduzione. Escono termini come “predisposizione” “cognizione” che dimostrano l’insufficienza del lessico nel cogliere i fatti e le analogie tra il mondo animale e il mondo umano.

Le lunghe citazioni di William James su cos’è un istinto apparse in un articolo di 125 anni fa sono il filo su cui dedurre e contro dedurre, sapendo che alle spalle c’è tutta la ricerca filosofica, medica, biologica e l’irrompere rivoluzionario delle neuroscienze.

Le frasi su cui il libro si chiude spalancano una porta di pensiero e una delle sfide, dice l’autore, consisterà nel capire (in un’architettura a strati del cervello) cosa consente di aggiungere strati supplementari e di capire che cosa ciascuno degli strati di elaborazione fa di preciso aggiungendo la difficoltà ulteriore nel decifrare i protocolli comunicativi che consentono ciascuno strato di interpretare ed interagire con gli output degli strati adiacenti. “Solo il linguaggio della complementarietà consentirà di cogliere il modo in cui la sponda fisica, i neuroni, coopera con la sponda simbolica, le dimensioni mentali”.

Ecco, si potrebbe dire “è tutto qui”, ma capire come funziona e come trovare le connessioni tra l’esperienza soggettiva e l’elaborazione oggettiva ci riporta a quella porta spalancata da cui entra la luce del conoscere progressivo. Questo è un contributo importante, una direzione di ricerca, e su di essa ci saranno tutti gli avanzamenti che questo entusiasmante campo del conoscere sta provocando nel mondo delle neuroscienze.