Attualmente l'utilizzo del solare fotovoltaico copre solo l'1% della produzione di energia elettrica mondiale, ma il fermento del mondo scientifico, riunitosi a S.Francisco (CA) il 10-14 settembre 2006 al meeting dell'American Chemical Society porta alla luce tecnologie di nuova concezione lasciando intuire come tale contributo sia destinato a crescere rapidamente. L'elemento fondamentale utilizzato nella produzione di celle è il silicio, un minerale dagli elevati costi di estrazione e dalla sempre più scarsa reperibilità. In alternativa è già possibile utilizzare altri materiali ben più economici, ma nessuno pareggia il silicio in fatto di efficienza: le unità fotovoltaiche in silicio si aggirano intorno al 15-20% (con picchi anche del 30% ottenuti in esperienze di laboratorio) mentre le corrispondenti a base di polimeri raggiungono un modesto rendimento del 3-4%. L'impiego di ossido di titanio (TiO2) migliora l'efficienza della conversione da energia solare ad elettrica. Inserendo uno strato di ossido di Ti tra la superficie da cui vengono emessi gli elettroni e quella che li riceve, le celle plastiche divengono più sensibili alle lunghezze d'onda di maggiore intensità luminosa. Con pochi minuti di forno a 150°C lo strato plastico si cristallizza determinando un aumento dell'efficienza. All'interno della struttura cristallina, infatti, gli elettroni vengono più facilmente indirizzati nella direzione utile. La tecnologia - messa a punto dai professori Kwanghee Lee della Pusan National University (Corea del Sud) e Alan Heeger dell'Università di California, Santa Barbara - porta l'efficienza di conversione fino a 5,6%. Il risultato è già buono, considerati i minori costi di produzione rispetto al silicio, ma c'è ancora molta strada da fare. Secondo il dr. Lee raggiungendo efficienze del 7% le celle entrerebbero già in competizione con le corrispondenti in silicio. La cella di Graetzel, emula della natura La terza soluzione arriva dall'Università di Notre Dame (Indiana) per opera dell'equipe del professor Prashant Kamat che ha scelto dei nanotubi in carbonio come elettroconduttori. Ricoprendo la superficie di una cella, costituita da sulfito di cadmio, ossido di zinco e diossido di titanio, con minutissimi cilindretti di carbonio, come fossero capelli, viene facilitato il passaggio degli elettroni liberi che dalla cella si spostano verso l'elettrodo ricettore. Applicando i microscopici tubicini in carbonio alle celle di Kamat si ottiene un'efficienza di conversione, con luce ultravioletta, che dal 5 arriva fino al 10% e, secondo il professore, si possono ottenere risultati analoghi anche con le celle plastiche o con quelle con addizione di pigmento. Fonte: The Economist |
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