Centro Studi l'Uomo e l'Ambiente

Informazioni

La natura quale fattore produttivo di profitto

 


Il concetto di “profitto” è statico nella sua struttura ed è storicamente irreversibile: per dirla con Karl Marx, esso rappresenta la capacità remunerativa del proprietario dei mezzi di produzione aziendali [1], ma può anche essere profitto azionario o anche fondiario, e da ultimo anche tramite attività di relazioni sociali, tutto viene mercificato, ma anche da varie forme di relazione con la natura.
Il concetto di ambiente è dinamico perché dinamico è irreversibilmente l’ambiente nella sua accezione, nelle sue forme e nei suoi profumi. Dalla incessante manipolazione dell’ambiente facilmente si ricava profitto, ma per la bramosia del profitto, difficilmente si presta attenzione e cura verso l’ambiente.
Questo è un rapporto iniquo in cui una parte trae vantaggio dalla vulnerabilità dell’altra, ma inesorabilmente, per i meccanismi che irrompono dentro l’equilibrio, tale vulnerabilità diventa una potenza ineluttabile che si sviluppa contro l’uomo manipolatore e devastatore. Per giustificare tale devastazione, le catastrofi generate assumono l’appellativo di “naturali”.
Purtuttavia, i decisori pubblici ciarlieri, artefici di politiche proni verso i grandi capitali, proseguono deliberatamente con l’estrazione e il consumo dei combustibili fossili per dare vita alle attività frenetiche dell’uomo pronto a portare sulla pietra sacrificale il delicatissimo equilibrio della Natura in nome del profitto.
Qual è l'acme di resilienza della Terra? È quello che stiamo per raggiungere, quello che ci offrirà il punto di non ritorno all’equilibrio. Ma il pianeta Terra, a lungo termine, ha capacità di rigenerarsi, l’umanità no. 
De facto, nelle pratiche estrattive dei combustibili fossili, la pressione dei liquidi altamente inquinanti usati nelle perforazioni, creano grossi danni ambientali, fra cui il rischio delle contaminazioni delle falde acquifere, con ricadute sulla salute dell’uomo. Un esempio rilevante è quello che succede nell’ isola di Giava in Indonesia, il vulcano Lusi già dal 2006 sprigiona fango in grandi quantità, con la conseguenza dell’evacuazione di migliaia di famiglie[2]. La causa sarebbe la pressione dei liquidi usati durante le perforazioni che provoca la frattura idraulica delle rocce dalle quali fuoriesce il fluido contenuto nei loro pori, questa pratica assume la denominazione di “fracking”. Tuttavia, queste sono pratiche frequenti soprattutto negli Stati Uniti, anche se sono causa talvolta di sprofondamento della crosta terrestre, la cosiddetta “subsidenza”, che a sua volta può causare l’apertura di altre bocche vulcaniche [3].
Dette estrazioni provocano anche la combustione dei fossili con sprigionamento del gas flaring dalle torri petrolifere in fiamme, con conseguente produzione di anidride carbonica CO2, di anidride solforosa SO2 e di protossido di azoto N2O, inter alia tale gas risulta nocivo al sistema periferico dell’uomo, incide fortemente sullo sviluppo della demenza e dell’Alzeheimer [4].
Inoltre, i ricercatori della rivista “Scientific American” affermano che esistono forti legami fra movimenti sismici e le attività di trivellazione per petrolio e gas e citano parecchi casi clamorosi in molte parti del mondo. I vari consessi governativi, trascinati da interessi delle grandi lobbies, non sono lungimiranti nello scegliere politiche a favore dei consumi delle risorse naturali non rinnovabili: si estraggono più risorse di quanto la Natura ne possa offrire. “Oggi con i combustibili fossili prendiamo ciò che si è accumulato nell’arco di milioni di anni e lo liberiamo in un istante geologico” [5]. I combustibili fossili sono limitati, invece sono le fonti rinnovabili che la Natura ne dà in abbondanza, e il loro uso e consumo è ben integrabile con le attività umane.
Su questo argomento, inevitabilmente è d’uopo accennare all’altra violenza perpetrata a danno dell’ambiente, mi riferisco alla riduzione delle foreste. Per la F.A.O. si definisce foresta quel grande complesso arboreo avente tre caratteristiche [6]:

  1. deve coprire almeno il 10% del territorio su cui sorge
  2. deve avere una superficie minima di 0,5 ettari
  3. l’altezza degli alberi deve essere minimo di 5 metri.

Sappiamo che le foreste assorbono CO2, quindi sono vitali per il nostro pianeta, inoltre proteggono dalle alluvioni, altrimenti sarebbero devastanti, e proteggono il suolo dall’erosione. Ma quando le foreste vengono abbattute (deforestazione) a fini speculativi per il legname pregiato o per monocolture intensive per produrre biocarburante come materia prima per l’industria, o ancora per l’espansione urbana o per infrastrutture, si ha incremento della CO2 nell’atmosfera e come conseguenza, l’aumento del fenomeno dei gas serra e del riscaldamento globale, ergo un decremento dei livelli di biodiversità. Ed allora risultano insufficienti le pratiche di riforestazione.
La deforestazione provoca il rilascio del carbonio responsabile del 15% dell’inquinamento globale (WWF). Per fermare la deforestazione è necessario contenere la crescita della domanda di materie prime che la provocano. Per cui si rende necessario aumentare la produttività dei terreni già lavorati e orientare l’espansione dell’agricoltura verso aree degradate, anziché verso le foreste. Negli ultimi venti anni sul Pianeta Terra è stata deforestata un’area pari a Francia, Germania, Spagna e Portogallo messe assieme [7].
“L’impoverimento ambientale può innescare la transizione economica, ma il cambiamento strutturale rischia un risultato regressivo” [8].
Secondo la F.A.O. (Food and Agriculture Organization) inizialmente le foreste erano 6,2 mld di ettari, oggi restano solo 4 mld di ettari, circa il 30% di meno, una perdita irrecuperabile.
“Quando si pianta un albero, si pianta il seme della pace e della speranza”[9].
Per quanto riguarda la manipolazione e la devastazione del territorio, è il caso di non tralasciare le grandi opere finanziate dalla Banca Mondiale per la costruzione di dighe e di sbarramenti fluviali con miliardi di dollari negli ultimi vent’anni. Ma già nel 1981 con le dighe costruite in Cina, la quale detiene il 50% delle dighe progettate nel mondo, circa 22.000 di cui la più costosa è stata quella” Delle tre gole” con 28 mld di dollari e terminata il 2006 dopo 13 anni di lavoro, con 70 città sommerse, migliaia di villaggi scomparsi, 1 mln di persone trasferite [10]. La “Commissione mondiale sulle dighe” ha calcolato che a livello globale, gli sfollati per la costruzione di dighe sono tra i 40 e gli 80 mln, quasi sempre con l’intervento dei bulldozer e della polizia.
“I costi per l’impatto ambientale, ecologici e sociali, superavano di gran lunga i benefici che venivano gonfiati per dare le informazioni che gli utili dovevano essere superiori al capitale investito dalla Banca Mondiale”[11].
La maggior parte di questi grandi progetti non hanno portato alcun miglioramento economico, l’energia prodotta viene destinata alle grandi industrie, "e hanno aumentato il peso del debito pubblico e in un periodo di fragilità idrogeologica le grandi dighe aumentano la vulnerabilità climatica dei paesi poveri" [12].
Ogni uomo ha un ben preciso fine nella vita e i mezzi per raggiungerlo devono essere gestiti in modo molto oculato per non inficiare il futuro di quelli che verranno, in quanto il rapporto uomo – natura deve essere considerato "bene comune" nel senso che ognuno di noi deve agire con responsabilità verso gli altri e non con indifferenza e individualismo per il "dio profitto", sottoponendosi al dominio del denaro.
"L’uomo può essere felice nella misura in cui rende felici gli altri". Raoul Follereau, poeta francese.
ESSO, posto al centro dell’universo, non può arrogarsi il potere di recare nocumento a tutto e a tutti, anzi ha l’obbligo di donare e donarsi per il bene dell’universo stesso al fine di migliorarlo.
Si parla di sviluppo e di progresso, ma come si può concepire tale concetto se non si lascia ai popoli futuri un mondo sviluppato sotto l’aspetto economico, sociale ed etico? L’antropocentrismo è stato soppiantato dal pecuniacentrismo. L’era glaciale dell’animo mira a spegnere l’universalità dei diritti dell’uomo per dare ulteriore vitalità all’arte della "crematistica degenerata", Aristotele la definiva "crematistica non naturale", quell’arte che monetizza ogni cosa, persino le nostre vite.

 

 

 

 


[1] Karl Marx: Teorie sul plusvalore, Editori Riuniti, Roma, 1971
[2] Dal National Geographic del marzo 2011
[3]AdnKronos del 27.08.2015 (Agenzia di stampa italiana), sede nella città di Roma
[4]Da uno studio 2016 del Crown Corporation Public Health Ontario del Canada
[5]James Zachos, Università della California, Santa Cruz, National Geographic, ottobre 2011
[6] Dal rapporto “Brevetto Foreste” del 2013, dell’Alleanza mondiale fra i giovani e le Nazioni Unite (Yunga)
[7] Dal rapporto di aprile 2015 del WWF (World Wild Fund)
[8] Structural change and economic dynamics, “Distibutive impact of structural change: does environmental degradation matter?”, Angelo Antoci, - Paolo Russu – Elisa Ticci, Dicembre 2009, pag. 266
[9] Wangari Muta Maathai, 1940 – 2011, ambientalista e biologa Keniota, Premio Nobel per la pace 2004, dal National Geographic, ottobre 2011
[10] Corriere della Sera del 25 luglio 2015
[11] Vandana Shiva: Le guerre dell’acqua, Ed. Feltrinelli, Milano, 2004, pag.78
[12] Libre (associazione di idee) del 22.03.2014 (rivista online).

 

Torna su

Mercoledì, 29 Maggio, 2019