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Una persona su dieci nel mondo vive in condizioni di povertà estrema

19 Ottobre, 2018

Secondo un recente rapporto della Banca mondiale, dal 1990 al 2015, oltre un miliardo di persone è uscito da una situazione di povertà estrema. Tuttavia, entro il 2030, il 90% di tutti i poveri del mondo potrebbe concentrarsi nella sola Africa subsahariana. La povertà cresce in Occidente: l’Eurostat censisce 118 milioni di persone a rischio povertà in Europa. Stando ai dati attuali, la strada verso l’eliminazione della povertà a livello globale, cioè il primo obiettivo dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, sembra essere ancora lunga. 


“Laddove gli uomini sono condannati a vivere nella miseria, i diritti dell'uomo sono violati. Unirsi per farli rispettare è un dovere sacro”. Queste furono le parole pronunciate da padre Joseph Wresinsky, in occasione di una manifestazione pacifica per dire no alla miseria, organizzata per sua iniziativa il 17 ottobre 1987 a Parigi. La manifestazione si tenne nel piazzale monumentale di Trocadérò e vi parteciparono oltre cento mila attivisti per i diritti umani (Figura in alto). Cinque anni più tardi, nel 1992, l’iniziativa di Wresinsky spinse le Nazioni Unite a riconoscere il 17 ottobre come Giornata mondiale contro la povertà. Dopo la Giornata mondiale dell’alimentazione dedicata alle disuguaglianze alimentari, celebrata il 16 ottobre, il 17 è stata la volta della Giornata mondiale contro la povertà, che ha come principale obiettivo quello di porre l’accento sul tema della povertà, non solo economica, ma in tutte le sue forme. Non è un caso che queste due ricorrenze ricadano ogni anno a distanza di un giorno. Fame e povertà sono due fenomeni strettamente legati: dove non c’è lavoro c’è indigenza, dove c’è carenza di risorse per sopravvivere c’è fame. In altre parole, sono due facce della stessa medaglia.

In occasione della Giornata mondiale contro la povertà, la Banca mondiale ha reso noti i dati relativi alla povertà estrema nel mondo. Secondo il rapporto Povertà e prosperità condivisa 2018, nel 2015, ultimo anno per cui sono disponibili gli ultimi dati, 736 milioni di persone, vale a dire una persona su dieci a livello globale, hanno vissuto in condizioni di povertà estrema, ovvero con meno di 1,90 dollari al giorno (secondo la definizione di “povertà estrema” delle Nazioni Unite). Si tratta della percentuale più bassa che sia mai stata registrata, sottolinea il rapporto, poiché è scesa di un punto percentuale ogni anno dal 1990, quando i poveri estremi erano circa 1,9 miliardi, al 2015. Questo significa che, in 25 anni, oltre un miliardo di persone è uscito da una situazione di povertà estrema. Si tratta di un trend in crescita: per il 2018, le previsioni preliminari della Banca mondiale indicano un’ulteriore riduzione della povertà estrema che, ad oggi, dovrebbe interessare l’8,6% della popolazione mondiale. Il calo della povertà estrema, si legge nel rapporto, è stato dovuto alla vertiginosa crescita economia che ha interessato il continente asiatico negli ultimi vent’anni circa, in particolare Cina e India. Inoltre, se le previsioni si dovessero concretizzare, fa sapere la Banca mondiale, l’obiettivo di ridurre i poveri  estremi al 9% della popolazione globale, fissato dalle Nazioni Unite per il 2020, sarebbe stato raggiunto con due anni di anticipo. Tuttavia, arrivano segnali preoccupanti circa l’aumento della povertà in Africa, soprattutto nella regione subsahariana, dove, stando alle stime, nel 2030, si concentrerà il 90% di tutti i poveri estremi del mondo. Già oggi, sottolinea il rapporto, quest’area del continente africano risulta la più colpita dalla piaga della povertà estrema: tra i Paesi più a rischio, figurano il Togo, in cima alla classifica mondiale per il numero di persone sotto la soglia di indigenza assoluta, il Sierra Leone, il Niger e la Repubblica Democratica del Congo. Per quanto riguarda l’Asia, i Paesi più poveri sono il Bangladesh, l’India e il Nepal, seguiti da Pakistan, Buthan e Sri Lanka. In America Latina, invece, il Paese più povero in assoluto è l’Honduras, seguito da Guatemala e Nicaragua. Questa è la classifica se si tiene conto solamente del reddito giornaliero. Se si prendessero in considerazione altre variabili, la classifica potrebbe essere leggermente differente.

La povertà non interessa solo i Paesi elencati dalla Banca mondiale. Anche in Occidente, sia pure con parametri di riferimento diversi rispetto a quelli usati nei continenti più esposti al fenomeno, la povertà è in forte crescita. In Europa, ad esempio, secondo l’Eurostat (Ufficio Statistico dell’Unione europea), 118 milioni di persone vivono a rischio povertà, cioè quasi un cittadino europeo su quattro. Per quanto riguarda l’Italia, secondo l’Istat, oltre 5 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà e oltre 17 milioni (circa il 30% della popolazione) rischiano di cadervi. Nella classifica dei Paesi europei per livello di povertà, l’Italia si colloca al quinto posto, dopo Bulgaria, Romania, Grecia e Lituania. Dopo la Grecia, l’Italia è il Paese europeo dove il rischio di cadere in povertà è maggiormente aumentato dal 2008 ad oggi, cioè negli anni della crisi economica. Dal rapporto Povertà in attesa, pubblicato dalla Caritas in occasione della Giornata mondiale contro la povertà, emerge inoltre che, dagli anni pre-crisi ad oggi, il numero di poveri è aumentato del 182%. Si tratta di un dato allarmante, fa sapere la Caritas, e in controtendenza rispetto a quello registrato nell’area Ue, dove il rischio di cadere in una situazione di povertà è salito solo dal 2009 al 2012 per poi scendere costantemente fino ad oggi. Stando ai dati attuali, la strada verso l’eliminazione della povertà a livello globale sembra essere ancora lunga. Il primo obiettivo dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che prevede di eliminare la povertà in tutte le sue forme e in ogni parte del mondo, rimane una delle principali sfide dei prossimi anni.