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Il nostro obiettivo è restituire un nome alle vittime del Mediterraneo. Intervista a Cristina Cattaneo

13 Maggio, 2019

A conclusione del Premio Galileo 2019 per la divulgazione scientifica, pubblichiamo l’intervista alla vincitrice Cristina Cattaneo, professore ordinario di Medicina Legale presso l’Università degli Studi di Milano e direttore del LABANOF (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense), autrice del libro "Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo".


Prof.ssa Cattaneo, cosa significa restituire un nome alle vittime del Mediterraneo?

Significa innanzitutto restituire serenità ai familiari delle vittime. Questo è senz’altro l’aspetto più importante. Si tratta di un lavoro complesso e gli ostacoli sono molti, soprattutto quelli di carattere amministrativo. E poi, naturalmente, ci sono forti implicazioni per la salute mentale dei familiari delle vittime.

 

Quando ha scelto di dedicarsi all’identificazione dei migranti che muoiono nel Mediterraneo?

Al LABANOF, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense di Milano, ci occupiamo di identificare cadaveri dal 1995. Quando ho visto, io come altri miei colleghi, che di fronte a quella che si può definire la più grande emergenza di tipo umanitario dei nostri giorni, cioè l’immigrazione, nessuno faceva nulla, ho deciso di dedicarmi al problema in prima persona.

 

Qual è il suo primo dovere come medico legale?

Il mio primo dovere è quello di dare un’identità ai migranti che muoiono nel Mediterraneo. Per me, non esistono morti di serie A e morti di serie B. Insieme con i miei colleghi collaboro all’identificazione delle vittime. La nostra attività è supportata inoltre dal Commissario straordinario per le persone scomparse.

 

Una curiosità: i social network possono aiutare nell’identificazione delle vittime?

Assolutamente. Abbiamo cominciato ad utilizzare i social network dopo il naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013.

 

Quindi, non solo prove scientifiche, ma anche i social possono essere utili?

Naturalmente, usiamo prove scientifiche come, ad esempio, il DNA. Tuttavia, anche i social network possono tornare utili. A volte, si presentano i familiari delle vittime per identificare i loro cari. Ci mostrano fotografie presenti nei profili che le vittime avevano sui social network e questo può aiutare nell’identificazione della vittima.

 

Mi parli di un episodio che, più di altri, l’ha colpita nel corso delle sue ricerche per identificare i migranti.

Nel mio libro ne racconti diversi. Forse, la storia che più mi ha toccato di più è quella di un ragazzo eritreo vittima di un naufragio nel 2013. Ispezionando i vestiti del ragazzo ho trovato un sacchetto di terra e la prima cosa che ho pensato è stata che si trattasse di droga. Poi, un poliziotto che assisteva all’identificazione dei morti mi ha spiegato che i migranti che provengono dall’Eritrea sono soliti portare con sé un sacchetto contenente della terra raccolta nel loro Paese. La prima cosa che si fa quando si abbandona il Paese di origine per un viaggio simile è portarsi un elemento che in qualche modo ce lo ricordi.

 

Torniamo al suo libro. Lei dedica un capitolo al “barcone di Melilli” (provincia di Siracusa) che simboleggia la drammaticità del fenomeno migratorio. È recente la notizia che il relitto del barcone è stato trasportato a Venezia per essere esposto alla Biennale (Figura 1). Secondo lei è una giusta collocazione?

Non lo so e non conosco le intenzioni dell’artista che ha realizzato l’istallazione esposta alla Biennale di Venezia. Spero si valorizzi la storia del relitto e, soprattutto, la storia delle vittime che in quel naufragio sono morte. Il barcone naufragò nel canale di Sicilia il 18 aprile 2015 causando la morte di oltre mille persone. La gente deve conoscere ciò che accaduto.

 

Figura 1. Il relitto del barcone all’Arsenale di Venezia (foto: Andrea Campiotti)

 

Cosa pensa dell’azione del Governo sul fronte dell’immigrazione?

Non sono un politico e non so, di conseguenza, quale sia la migliore soluzione dal punto di vista politico. Sono un medico legale e mi occupo da molti anni di identificare cadaveri. L’unica cosa che posso dire è che bisogna agire affinché non accadano più tragedie come quelle che racconto nel mio libro. Tornando all’esposizione alla Biennale di Venezia, spero che il relitto del barcone di Melilli possa simboleggiare la drammaticità del fenomeno migratorio e quanto non deve più verificarsi.