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Emilia Romagna, boom di rifiuti tecnologici trasformati in risorse

1 Luglio, 2016

I dati di Cobat presentati nella tappa di Ravenna di Panorama d’Italia
Nel 2015 +31% di raccolta di batterie esauste, bene anche i RAEE.

Si è tenuto il 30 giugno scorso a Ravenna, nell’ambito del tour Panorama d’Italia, il convegno: “Economia circolare in Emilia Romagna: riciclo, legalità e best practice”, organizzato da Cobat – Consorzio Nazionale Raccolta e Riciclo e dal settimanale Panorama nell’ambito della tappa di Ravenna di Panorama d’Italia, un tour in dieci città italiane organizzato dal settimanale Panorama per scoprire le eccellenze della Penisola con eventi, incontri e dibattiti,

Sono 18 mila le tonnellate di rifiuti tecnologici raccolte in Emilia Romagna nel 2015. L’equivalente, sulla bilancia, di 700 container a pieno carico. Una quantità che arriva quasi ad eguagliare il risultato complessivo di Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. Si tratta di smartphone, tablet, elettrodomestici e batterie che Emiliani e Romagnoli hanno deciso di buttare e che, grazie a un circolo virtuoso che dall’isola ecologica porta agli impianti di riciclo, sono stati trasformati in nuove materie prime da reimmettere nel ciclo produttivo.

“Nel 2015 Cobat – spiega Michele Zilla, direttore generale del consorzio – ha raccolto e avviato al riciclo in Emilia Romagna oltre 16 mila tonnellate di pile e batterie esauste. La stessa sorte è toccata a circa 1.500 tonnellate di rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (noti anche con l’acronimo RAEE), categoria che oltre ai dispositivi elettronici include anche i moduli fotovoltaici, sempre più presenti sui tetti della regione e che necessitano di particolari procedure di trattamento per evitare il paradosso di un’energia pulita che sporca l’ambiente quando diventa rifiuto”.

Nel dettaglio, nel 2015 l’Emilia Romagna si conferma in termini assoluti la seconda regione italiana per raccolta delle batterie per automobili, preceduta solo dalla Lombardia, in netta crescita (+31%) rispetto all’anno precedente.

L’attività di Cobat è l’ultimo anello di una lunga catena chiamata economia circolare, ha spiegato Giancarlo Morandi, presidente del consorzio. “I produttori fabbricano beni” -ha detto – “li compriamo, li utilizziamo, li rompiamo oppure ne vogliamo di nuovi. E quindi decidiamo di disfarcene, portandoli nella più vicina isola ecologica comunale. Poi entra in gioco Cobat, che raccoglie quei prodotti, li porta in impianti adeguatamente attrezzati e li restituisce all’industria sotto forma di nuove materie prime”.

In Emilia Romagna, il Consorzio Nazionale Raccolta e Riciclo conta su tre Punti Cobat – aziende autorizzate alla raccolta e allo stoccaggio distribuite in maniera omogenea su tutto il territorio, che raggiungono le isole ecologiche e le imprese di piccoli e grandi comuni – e su un impianto specializzato nel trattamento dei RAEE.

Il contributo dell’economia circolare al tessuto produttivo dell’Emilia Romagna è tuttavia costantemente minacciato dalla criminalità. Le cronache recenti mettono l’Emilia Romagna al centro di attività di traffico illecito di rifiuti, come illustrato durante il convegno da Alfonso Scimia, Commissario Capo del Corpo Forestale dello Stato di Ravenna, e Giuseppe Bennardo, comandante del Nucleo Operativo Ecologico (NOE) dei Carabinieri di Bologna.

Al convegno è intervenuta anche Serena Righi, docente di Analisi del Ciclo di Vita presso l’Università di Bologna, per spiegare come, anche alla luce delle ultime indicazioni del Pacchetto europeo sull’Economia Circolare, il dialogo tra il mondo della produzione e quello del riciclo sia fondamentale per creare beni sempre più riciclabili.

 “Il ricorso a soggetti non autorizzati per la gestione dei rifiuti – spiega Michele Zilla, direttore generale di Cobat – non genera risparmio. E non si tratta solo delle sanzioni su chi commette gli illeciti. Il problema è l’impatto sul sistema: queste attività creano una turbativa di mercato, che altera i reali costi di gestione dei rifiuti, penalizza le imprese che rispettano la legge e, soprattutto, porta a gravi danni ambientali.”