Soluzioni per un’industria tessile non inquinante
In Francia,specifici sistemi di disinquinamento
applicabili
soprattutto alle fasi di stampaggio e colorazione dei
tessuti.
Tra i processi industriali, alcuni hanno lo svantaggio di essere
particolarmente inquinanti e quelli tessili sono purtroppo un
esempio.
Proprio per il carattere intrinseco negativo sull’ambiente,
gli operatori tessili, imprese e centri di ricerca, dedicano un’attenzione
particolare ai problemi ambientali, sia per ridurre la produzione di agenti
nocivi sia per neutralizzarli.
In Francia, hanno sviluppato specifici sistemi
di disinquinamento soprattutto applicabili alle fasi di stampaggio e colorazione
dei tessuti. Dalla depurazione biologica all’ozonizzazione, passando
attraverso il microfiltraggio, questi sistemi hanno raccolto un significativo
successo in Francia, nell’area del Mediterraneo e nel resto del
mondo.
Depurazione biologica
La depurazione biologica è il processo più diffuso per
eliminare i liquidi residui dell’industria tessile. Il trattamento, che
può durare alcuni giorni, avviene in un reattore biologico composto da
una vasca in cui prolificano dei batteri che si nutrono con gli inquinanti
presenti negli scarichi e respirano l’ossigeno disciolto proveniente
dall’aria. Il corretto funzionamento dell’impianto è
assicurato dalla continua mescolatura meccanica del contenuto della vasca.
A
volte la depurazione biologica è completata con trattamenti addizionali
quali, ad esempio, una filtrazione su letto di sabbia od una precipitazione
delle particelle in sospensione.
Nella città meridionale di Mazamet, conosciuta per la tosatura delle
pelli provenienti dall’Australia, l’Istituto Tessile di Francia
(ITF) è diventato un centro di ricerca specializzato nella depurazione
biologica.
Jean-François Courtin, responsabile del servizio
ambientale, raccomanda l’uso di fanghi a debole carica che contengono un
elevato numero di batteri rispetto agli inquinanti entranti. I batteri
"lavorano" per un periodo più o meno lungo per degradare
completamente gli scarichi. In tal modo si realizza l’eliminazione di una
minor quantità di fanghi a processo ultimato.
A condizione che non
contengano coloranti metallici od al cromo, i fanghi residui degli stabilimenti
tessili possono essere trasformati in compost ad uso agricolo, senza
inconvenienti sia per l’ambiente che per le persone. I fanghi, infatti,
non emettono esalazioni particolari.
Questa scelta promossa dall’ITF
necessita di vasche di grandi dimensioni ed un maggior consumo energetico per
ossigenare i batteri.
Membrane di microfiltraggio
Le membrane di microfiltraggio hanno suscitato molto interesse presso le
industrie tessili e aziende specializzate nel trattamento degli scarichi.
Migliorano, infatti, la depurazione biologica dei residui e permettono di
ridurre le dimensioni del reattore biologico ottenendo gli stessi risultati.
Anche la quantità dei fanghi residui è ridotta di circa la
metà.
La Société d’Impression de Hem (SIH), che
stampa tessuti nel nord della Francia, ha chiesto alla società
d’ingegneria FLUIDES & AUTOMATION di migliorare il trattamento dei
propri scarichi.
Fluides & Automation ha messo a punto un trattamento di
microfiltraggio con tre livelli di membrane minerali per una superficie totale
di 189 m2. L’installazione, costata 2 milioni di euro, è
in grado di trattare 30 m3/h di effluenti inquinati e funziona in
continuo con una potenza installata di 300 kW.
Modulare e relativamente
standardizzato, questo tipo di installazione è indicato per le piccole e
medie imprese tessili, così come nell’agro-alimentare (birrifici o
lattifici ad esempio).
All’uscita delle membrane i 2 m3 di fanghi disidratati rimanenti (sui 30 m3 di effluenti trattati), vengono bruciati in un cementificio. L’acqua depurata è riciclata al 60% nelle operazioni di pulizia del materiale di stampa, mentre il rimanente viene riversato nella rete fognaria pubblica. L’installazione studiata dalla Fluides & Automation soddisfa le esigenze di depurazione ed offre il vantaggio di essere molto compatta e di funzionare automaticamente con una ridotta manutenzione.
Decolorazione all’ozono
Le aziende di tintura o di stampaggio devono confrontarsi con il particolare
problema dei coloranti. Fino a poco tempo fa, non era possibile decolorare gli
scarichi. Questo problema è ora in fase di soluzione grazie
all’ozono. Utilizzato già un secolo fa per la disinfezione
dell’acqua potabile, l’ozono è un gas molto ossidante ed
è anche impiegato nei grandi stabilimenti dell’industria cartaria
per la sbiancatura della pasta di carta in sostituzione del cloro.
Da qualche
anno, dunque, l’ozono è utilizzato per decolorare gli scarichi
dell’industria tessile.
La prima applicazione fu realizzata proprio in
Italia a Prato dalle società francesi Ozonia e Degrémont, che
hanno costruito una stazione di depurazione mista per gli scarichi della
città (180.000 abitanti) e delle sue 400 aziende.
L’impianto
riceve poco meno di 1.000 m3/h di effluenti ed è composto da
un trattamento biologico, un’installazione supplementare di decantazione
ed una stazione di ozonizzazione. L’ozono è prodotto con scariche
elettriche generate nell’aria da un ozonizzatore.
A Lavelanet, nel Sud della Francia, Degrémont ha realizzato nel 1998 una nuova stazione di depurazione che tratta gli scarichi urbani e quelli di undici insediamenti industriali. I tecnici hanno previsto un trattamento biologico, un passaggio supplementare per il filtraggio su sabbia ed un impianto di ozonizzazione, che consuma circa 30 kg/h di ozono. In questo caso, Degrémont ha scelto di utilizzare un ozonizzatore ad ossigeno puro. Anche nell’azienda di tintura De Cathalo, sempre nel sud della Francia, Degrémont ha installato con successo un ozonizzatore associato ad un trattamento biologico.
Nel quadro del programma europeo di ricerca applicata Life, l’ITF di Mazamet si è consorziato con altri partner europei per sperimentare la depurazione biologica accoppiata al microfiltraggio ed alla decolorazione con l’ozono.
Il centro tecnico ha sperimentato un impianto pilota in una tintoria ed
è prossima l’apertura di un’installazione a livello
industriale in uno stabilimento in Portogallo.
Il vantaggio di tale sistema
risiede nel fatto che le membrane trattengono tutte le particelle in
sospensione, conferendo una maggiore efficacia all’ozono che non ha altro
obiettivo se non quello di reagire direttamente con le molecole del
colorante.
Inquinante contro inquinante
La società d’ingegneria SCHAEFFER ENGINEERING ENTREPRISES (SEE), in Alsazia, si è occupata del problema degli scarichi provenienti dagli stabilimenti di scoloritura dei jeans. Poiché la moda richiede jeans scoloriti, esistono in Europa diverse decine di stabilimenti che scolorano in media 10.000 jeans/giorno. La maggior parte di essi utilizzano un processo di decapaggio con la pietra pomice: gli scarichi residui contengono coloranti indaco o zolfo, oltre a colla provenienti dal tessuto e, soprattutto, particelle in sospensione di pietra pomice con diametri variabili da 1 a 50 micron.
La polvere di pietra pomice deve essere assolutamente eliminata prima di riversare gli scarichi nella rete fognaria per non causare danni alle pompe degli impianti di depurazione.
La società SEE ha messo a punto un astuto processo che elimina nello
stesso tempo la pietra pomice, i pigmenti di colore ed i composti organici. Si
utilizza proprio la pietra pomice per intrappolare gli altri inquinanti. Gli
scarichi sono in primis indirizzati su una tela ad una pressione che può
raggiungere i 15 bar. Le particelle di pietra pomice arrivano per prime sul
tessuto e formano uno schermo che ferma i composti più fini e che viene
rimosso quando raggiunge uno spessore di circa 25 millimetri.
Questo tipo di
microfiltraggio, già conosciuto nel settore agro-alimentare (olio
d’oliva, vino,...) ha in questo caso un’elevata efficacia e consente
di trattenere tutti i materiali in sospensione, coloranti compresi. Abbatte,
inoltre, di circa il 70% l’inquinamento organico degli scarichi, misurato
secondo i parametri BOD (Biochemical Oxygen Demand). Per uno stabilimento medio
che tratta 10.000 jeans al giorno, si arriva a recuperare quotidianamente due
tonnellate di fanghi composti di polvere e coloranti. L’impianto della SEE
occupa solo 60 m2 di superficie e questa compattezza è molto
apprezzata dalle aziende delle zone mediterranee che generalmente non hanno
molto terreno a disposizione.
- "Senza la nostra soluzione, le aziende di scoloritura non avrebbero
avuto altra soluzione se non quella di sostituire la pietra pomice con la
diatomite, una polvere minerale che non danneggia le reti, ma che ha un prezzo
molto più elevato" -, assicura Francis Hobeika, l’inventore di
questo processo. - "Ne sarebbe derivato un costo di 6.000 FF (circa 1.000
euro) in più al giorno per un’azienda di medie
dimensioni".
Il processo della SEE è già stato venduto ad
una dozzina di aziende in Croazia, Tunisia, Marocco, Israele e due installazioni
funzionano anche in Francia.
La società SEE sta adattando il processo
ad altre forme di nobilitazione del tessuto, mentre sta studiando in Marocco la
possibilità di applicarlo alla conciatura.
(Fonte Citef)