Far fronte allo choc demografico
di Michel AndrieuCi vollero 10.000 anni perché la
popolazione mondiale raggiungesse un miliardo di individui nel 1800, cento anni
ancora per raddoppiare a due miliardi e meno di un altro secolo per triplicare e
raggiungere i 6 miliardi di individui. Cosa avverrà nel prossimo secolo e
come farvi fronte?
Pubblichiamo qui di seguito un articolo di Michel Andrieu,
sul programma dell’OCDE (Organisation de Cooperation et de Developpement
Economiques) sull’avvenire, tratto dall’Observateur, n°217 -
218, 1999, perché riteniamo possa offrire un quadro attendibile, concreto
e utile, sulle prospettive demografiche.
Ringraziamo la direzione editoriale dell’Ocde per la cortese concessione.
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Un boom demografico mondiale
In seguito alle ultime proiezioni demografiche a lungo termine delle Nazioni Unite (1998), lo scenario di fecondità media "più realistico" prevede che il tasso di fecondità si stabilizzerà leggermente al disotto dei due figli. Secondo questo scenario, la popolazione mondiale, che si situava intorno ai 5,7 miliardi di individui nel 1995, dovrebbe praticamente raddoppiare da qui alla fine del XXI secolo raggiungendo i 10,4 miliardi. La maggior parte dei paesi classificati oggi nei paesi in via di sviluppo dovranno conoscere "una transizione demografica", vale a dire passare da un regime caratterizzato da tassi di natalità e di mortalità elevati, ad un regime di "post-transizione" con bassi tassi di natalità e di mortalità. Questa fase di transizione si tradurrà sostanzialmente in un aumento della popolazione. In compenso, la popolazione dei paesi sviluppati in pratica non aumenterà perché questi hanno già realizzato la loro transizione demografica. Per il fatto che questo boom demografico si produrrà essenzialmente nei paesi in via di sviluppo, la ripartizione geografica della popolazione mondiale ne risulterà considerevolmente modificata, poiché la parte che vive nei paesi sviluppati dovrebbe passare dal circa 20% del 1995 al 10% alla fine del prossimo secolo. Inoltre, l’abbassamento simultaneo della fecondità e della mortalità si tradurrà in un invecchiamento spettacolare della popolazione di questi paesi. Secondo lo scenario della fecondità media, la percentuale delle persone anziane con più di 60 anni passerà dal 10% della popolazione mondiale nel 1995 al 30% nel 2150.
Fatto particolarmente significativo, dal punto di vista politico, è che il boom demografico sarà più forte nel corso della prima metà del XXI secolo (la popolazione passerà dai 5,7 miliardi del 1995 ai quasi 10 miliardi nel 2050). E’ dunque nel corso dei prossimi cinquant’anni che si eserciteranno le pressioni più intense sulle risorse e sull’ambiente. Questo periodo sarà anche quello in cui si presenteranno nuove opportunità in termini economici.
Invecchiamento della popolazione dei paesi sviluppati
Nei paesi sviluppati, l’invecchiamento della popolazione sin tradurrà in un abbassamento in valore assoluto del numero dei giovani (individui dell’età da 15 anni a 24 anni ), che saranno più di 135 milioni nel 2020 contro 176 milioni del 1975. Parallelamente il numero delle persone anziane aumenterà considerevolmente. Nel 2030, la percentuale delle persone anziane di 65 anni e oltre nei paesi dell’OCDE sarà compresa tra il 33% in Australia e il 49% in Germania, contro rispettivamente il 13,9% e il 16% del 1960.
E’ inutile precisare che queste evoluzioni determineranno profondi rovesciamenti politici e sociali. Sul piano economico, l’invecchiamento della popolazione, coniugato con l'allungamento dell’aspettativa di vita e con l’evoluzione dei tassi di attività, comporterà un abbassamento del numero di anni trascorsi in attività produttive. Se non si produce alcun aggiustamento sul mercato del lavoro, la durata del periodo di attività degli uomini sarà solo di 33 anni nel 2030 mentre raggiungeva i 50 nel 1950. Questo fenomeno potrebbe a sua volta determinare un abbassamento del reddito per abitante. Secondo uno studio dell’OCDE, la diminuzione del reddito per abitante nel periodo 1998-2050 potrebbe essere dell’ordine del 10% negli Stati Uniti, del 18% nei paesi dell’Unione europea e del 23% nel Giappone.
L’invecchiamento della popolazione metterà certamente le finanze pubbliche a dura prova.
Prima di tutto, in conseguenza dell’aumento considerevole del rapporto di dipendenza economica (numero di persone di età inferiore ai 15 anni e di età superiore ai 64, rapportato alla popolazione in età di lavoro 15 - 64 anni) i regimi di pensionamento pubblico per settore, si ritroveranno sull’orlo dell’asfissia. I rapporti di dipendenza economica dovrebbero passare dal 52 al 65% negli Stai Uniti, tra il 1998 e il 2050, dal 49 al 78% nell’Unione europea e dal 44 all’86% nel Giappone. Peraltro, l’aumento del numero delle persone anziane, in particolare di persone dipendenti, determinerà un aumento sempre più rilevante della domanda di servizi sociali e di sanità.
Le conseguenze politiche saranno anch’esse considerevoli. L’invecchiamento della popolazione modificherà inevitabilmente la struttura del corpo elettorale a favore delle persone anziane. Queste ultime saranno allora in grado di ottenere una parte più rilevante di investimenti pubblici a danno di altri, ad esempio nelle scuole; cosa che potrebbe esacerbare le tensioni tra le generazioni.
Nei paesi in via di sviluppo, il numero di giovani che affluiranno sul mercato del lavoro sarà superiore all’insieme della popolazione attiva dei paesi sviluppati nel 1990.
La sfida che rappresenta la crescita demografica nei paesi in via di sviluppo è totalmente diversa. La maggior parte di questi paesi dovrebbero conoscere un fenomeno di "transizione demografica" nel corso dei prossimi cento anni, con il passaggio da un regime demografico in cui la natalità e la mortalità sono elevate, a un regime caratterizzato da bassi tassi di natalità e di mortalità simili a quelli conosciuti dalla maggior parte dei paesi dell’OCDE. Solo che, in quanto la mortalità diminuisce più velocemente della natalità, la popolazione aumenta più rapidamente durante la fase iniziale della transizione. Quindi, in un secondo tempo, la natalità diminuisce e il ritmo di accrescimento della popolazione rallenta. Il caso dell’America latina è un buon esempio. Nel 2050 la popolazione di questo continente dovrebbe aumentare fino a 810 milioni di abitanti contro i 447 milioni del 1990, prima di cominciare a stabilizzarsi grazie alla diminuzione del tasso di natalità. Durante questo stesso periodo, la popolazione dell’India dovrebbe passare da 856 milioni a 1,5 miliardi di individui, quella della Cina da 1,14 miliardi a 1,5 miliardi, e quella del resto del continente asiatico potrebbe più che raddoppiare in rapporto al suo livelle del 1990, passando da 1,1 miliardi a 2,4 miliardi di individui. E’ nella categoria dei paesi meno avanzati che la transizione si effettuerà più lentamente e che il boom demografico sarà dunque più rilevante. La popolazione dell’Africa dovrebbe così passare dai 642 milioni del 1990 ai 2 miliardi nel 2050, e raggiungere 2,7 miliardi circa nel 2100.
La principale difficoltà consisterà nel creare occupazione per i giovani che affluiranno nel mercato del lavoro- circa 700 milioni in età lavorativa tra il 1990 e il 2010, ossia più dell’insieme della popolazione attiva dei paesi sviluppati nel 1990! Infatti la popolazione attiva dei paesi in sviluppo sarà praticamente raddoppiata da qui al 2050, raggiungendo 3,1 miliardi contro 1,7 miliardi di oggi. Il lato positivo della situazione è che questa transizione demografica può essere l’occasione, per numerosi paesi in via di sviluppo, di una situazione economica favorevole per investire nella sanità, nell’educazione e nel capitale umano, e fare in modo che l’abbassamento della fecondità e della mortalità proseguano. Tali investimenti potrebbero stimolare il loro sviluppo economico e alleggerire il gravame che potrebbe rappresentare, a più lungo termine, l’invecchiamento della loro popolazione.
Tuttavia anche nei paesi che giungeranno a gestire convenientemente la loro transizione demografica, appaiono inevitabili profondi sconvolgimenti sociali. Le trasformazioni delle strutture economiche comporteranno ingenti movimenti migratori e l’esodo delle popolazioni delle campagne verso le città proseguirà con la medesima intensità per parecchi decenni ancora, aggravando i rischi di conflitti etnici, di violenza urbana e di degrado dell’ambiente. I paesi più poveri si dovranno confrontare con difficoltà ancora maggiori: per il fatto che la transizione verso un regime di bassa natalità si farà più lentamente, questi paesi conosceranno i tassi d'accrescimento demografico più elevati. La povertà potrà allora aggravarsi, costringendo un numero ancora più rilevante di persone ad ammucchiarsi nelle bidonville e sulle terre più fertili, con conseguenze disastrose per l’ambiente. Al contrario, certi paesi come la Cina potrebbero conoscere una transizione demografica troppo rapida, generatrice di gravi squilibri demografici, in particolare tra i sessi e le classi di età. Cercare di trovare soluzioni a tali questioni e risolvere così tutti gli altri problemi posti dall’accresciemnto demografico nel corso degli anni prossimi, rappresenta un compito monumentale. Un compito che potrebbe verificarsi più difficile se problemi sociali o di corruzione nella vita politica, così come conflitti etnici, dovessero allargarsi.
Bibliografia
* "The Macroeconomic Implications of Ageing in a Global Context", OCDE, Working Papers, n° 193, 1998.
* Dantec Alexis, "Convergence des Viellissements en Europe e retraites", Observations e Diagnostics Economiques dell’OCDE, n°64, 1998.
* Rostow, "The Great Population Spike and After: Reflections on the 21st Century", W: W Oxford University Press, Oxford,1998.
Fonte: L'observateur, été '99