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Settembre '99


Curare con gli anticorpi terapeutici

Per lottare contro il cancro o le malattie virali, la Commissione europea sostiene alcune strategie originali che utilizzano anticorpi prodotti da cellule di cui questa non è la funzione primaria.




 Cellule modificate

La terapia genica è indiscutibilmente la grande sfida della medicina di questo scorcio di secolo. Da più di dieci anni, gli istituti di ricerca pubblici o privati e le multinazionali dell'industria farmaceutica vi hanno investito massicciamente. L'utilizzazione diretta del DNA a scopi terapeutici offre in effetti molte speranze per svariate patologie. A tutt'oggi, più di 170 sperimentazioni condotte con circa 1.200 pazienti sono in corso negli Stati Uniti, in Europa e in Asia, e riguardano malattie come il cancro, le malattie virali, genetiche, auto immuni, parassitarie, ecc.

Uno degli approcci, al centro di un progetto europeo, consiste nel rendere certe cellule atte a produrre anticorpi terapeutici nel sistema sanguigno. A tale scopo un campione di mioblasti, di epatociti o di fibroblasti viene prelevato dal paziente, per modificarli ex vivo mediante ingegneria genetica. In seguito, vi viene integrato un gene capace di produrre anticorpi contro la malattia che colpisce il paziente. Le cellule vengono quindi reimpiantate nel tessuto da cui provengono. La tecnica è scaturita dalla difficoltà di iniettare regolarmente nel malato gli anticorpi purificati. Si tratta in effetti di un trattamento estremamente costoso (varie migliaia di ECU), che inoltre è spesso reso inefficace dalla risposta troppo rapida dell'organismo contro le immunoglobuline iniettate.

La funzione terapeutica di questi anticorpi potrebbe essere legata all'eliminazione delle cellule cancerose residue (dopo l'intervento chirurgico sul tumore o la chemioterapia) oppure alla neutralizzazione di un'infezione virale. Uno dei principali vantaggi di questa tecnica sta nel fatto che le cellule modificate provengono dal paziente. Di conseguenza non sono riconosciute come agenti estranei dopo il reinnesto e dunque non vengono attaccate dal sistema immunitario. Ciò consente alle cellule modificate di esercitare la loro funzione in modo duraturo, garantendo così un trattamento prolungato (le cellule muscolari, per esempio, vivono dai 2 ai 5 anni). "Idealmente, quando sono disponibili gli anticorpi appropriati, si potrebbe prevedere una protezione a vita dalle recidive di certi tumori incurabili o di malattie virali come l'AIDS", spiega Marc Piechaczyk, che dirige questi studi all'Institut de génétique moléculaire di Montpellier (FR).

Clonazione

In un primo tempo, i ricercatori hanno dovuto clonare il gene che sintetizza l'anticorpo terapeutico. In seguito, devono inserirlo nel tipo di cellula scelto utilizzando un retrovirus che funge da veicolo. Dopo questa operazione, occorre innestare questo fibroblasto, questa cellula muscolare o questo epatocita nel tessuto ad hoc dell'animale. Se tutte queste fasi sono attualmente operative, le si deve tuttavia ancora migliorare ed ottimizzare, tra l'altro per favorire una produzione corretta di anticorpi.

Trattamenti a lunga scadenza

I primi risultati probanti hanno messo in evidenza che era tecnicamente possibile fare di cellule non specializzate (ossia diverse dai linfociti B) cellule in grado di produrre anticorpi sia in vitro che in vivo. Alcuni lavori mostrano, per esempio, che le cellule muscolari modificate, innestate nelle zampe anteriori di un topo, rilasciano regolarmente anticorpi nella circolazione sanguigna. Aspetto molto importante, queste immunoglobuline hanno un'affinità contro il loro antigene altrettanto grande di quelle sintetizzate "naturalmente". Inoltre, poiché questi anticorpi sono prodotti sul lungo termine, si possono prevedere trattamenti prolungati.

Parallelamente, è stata sviluppata un'altra tecnica per l'innesto in vivo di cellule produttrici di anticorpi. Questa volta, si cercava di integrare in materiali inerti cellule selezionate per la loro elevata produzione di immunoglobuline. Tra tutti i polimeri studiati, è stato scelto il solfato di cellulosa per i numerosi vantaggi che presenta: i suoi grandi pori permettono la liberazione degli anticorpi; non è rigettato dall'organismo; presenta eccellenti proprietà meccaniche ed ha una lunga durata di vita nella circolazione sanguigna.

Infine la tecnica d'incapsulamento è molto semplice, aspetto decisivo per una produzione su vasta scala. Dagli esperimenti relativi all'innesto delle capsule sotto la pelle è risultato che gli anticorpi vengono liberati durante quattro mesi. Fatto molto importante, dopo dieci mesi non era stata rilevata nessuna risposta infiammatoria nel punto di innesto delle capsule. Ultimamente, grazie a questa tecnica (oramai brevettata) sono stati ottenuti ottimi risultati con i topi. Prima di validarli nell'uomo, saranno avviati rapidamente esperimenti con i primati.

(Fonte VIPS)