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Luglio '99
 
L'alga Caulerpa taxifolia
 
Il punto sulla sua espansione nel Mediterraneo

L’espansione dell’alga marina Caulerpa taxifolia pone nel Mediterraneo un problema la cui ampiezza non riguarda più solo i siti toccati in partenza sulle rive del nord-ovest, ma ormai dei tratti marini molto distanti, fino al mar Tirreno e all’Adriatico. Può darsi che il litorale del resto del bacino non sia al riparo del contagio, anche se gli scienziati sono divisi sul livello del rischio che si corre. Siamo dunque di fronte ad una nuova sfida con cui si deve confrontare il Mediterraneo dalla fine degli anni ‘80, oltre alle sfide "tradizionali" dell’inquinamento e degli impatti delle attività umane. Il ricorso al principio di precauzione pare in ogni caso giustificato pienamente nel caso della Caulerpa.

La cronologia dell’alga tropicale Caulerpa taxifolia nel mar Mediterraneo non si presta ad alcun equivoco. Nel 1984, si scopre la presenza dell’alga in un solo sito del litorale francese, dell’ampiezza di un metro quadrato. Nel 1990, in tre siti del medesimo litorale dell’ampiezza di tre ettari. 1991: 30 ettari. In aprile 1995, in un documento PNUE sulla "presenza di Caulerpa taxifolia nel Mediterraneo" sottoposto nella riunione del Comitato scientifico e tecnico e del Comitato socio-economico del PAM, la superficie è valutata in 1500 ettari ,sulla base dei dati del 1994. Nel 1996, l’estensione raggiunge i 3.000 ettari (30 km2): raddoppiata dunque in un anno! Questa progressione esponenziale non rappresenta solo un’estensione a breve distanza, mediante riproduzione per talea intorno ai siti primitivi (litorale da Marsiglia a Nizza) ma anche a lunga distanza, mediante l’impianto di "colonie" (Imperia, Livorno, isola d’Elba, Sicilia, in Italia; Baleari, in Spagna; Split e Rijeka, in Croazia), dovute alla disseminazione di frammenti dell’alga attaccati alle ancore delle navi di diporto e alle reti dei pescatori. Si tratta quindi di una parte sempre più rilevante del Mediterraneo ad essere interessata al momento attuale. Le pubblicazioni e le riunioni scientifiche sull’alga permettono di fare il punto su una questione che potrebbe essere di grande importanza per l’avvenire dell’ecosistema del Mediterraneo.

"Una straordinaria capacità invasiva"
L’introduzione di una nuova alga nel Mediterraneo non è in sé un avvenimento. Dall’inizio del XX°secolo, sono state registrate più di 60 specie introdotte attraverso lo stretto di Gibilterra o il canale di Suez (da cui, in quest’ultimo caso , la loro qualificazione di "lessepsiennes", il nome del progettista del canale). Queste nuove specie vi si sono adattate senza creare grandi problemi. Ora, secondo le conclusioni del secondo seminario internazionale sulla Caulerpa taxifolia, (Barcellona,1994), "mai una specie introdotta aveva riunito in sé le seguenti caratteristiche: dominanza, tossicità, occupazione della totalità dei biotipi dell’infralitorale, assenza o rarità dei consumatori, longevità, assenza di stadi stagionali di riposo completo".

Il seminario più recente (Parigi, marzo 1997) rincara: "la straordinaria capacità invasiva di questa specie si basa su una larga ampiezza auto-ecologica, una crescita e una dispersione rapide ed efficaci e su una strategia "aggressiva". Sono precisamente queste caratteristiche che spiegano la sua stupefacente progressione e il fatto che abbia, in meno di dieci anni, suscitato una moltitudine di studi, ricerche, seminari, opere, etc (più di 300 rapporti, al giorno d’oggi). L’alga si adatta a tutti gli ambienti, i porti inquinati al pari delle baie isolate e salubri, resiste ad inverni rigidi, possiede una vitalità e una densità che non ha riscontro con specie trovate sotto i tropici, ciò che fa pensare che si tratti di un ceppo eccezionale, creata involontariamente nelle condizioni artificiali degli acquari (vedi riquadro: quali origini?), da un mutante, da un clone particolare, da un ibrido, da un poliploide, altrettanti ipotesi che la genetica si adopera a verificare. Questo spesso tappeto vegetale, tenace e quasi permanente, s’insedia a cinque - trenta metri di profondità (ma è stato trovato da sottomarini fino a 100 metri!) e finisce per occupare tutti i substrati, eliminando le altre alghe e, ciò che è più grave, fino agli erbari di Posidonie che giocano, lungo la circonferenza del Mediterraneo, un ruolo cardine (edificazione e protezione del litorale, rifugio, habitat, sito per la deposizione e fecondazione delle uova e vivaio per innumerevoli specie). L’intrusa può forse sostituirli? Ciò è fortemente dubbio. Innanzitutto, essa secerne parecchie tossine, come la calaurpenina, che se non sembrano ancora nocive per l’uomo, lo sono per molluschi e ricci di mare, pesci erbivori e flora sottomarina, mettendola così al riparo di predatori. E si constata in seno ai suoi popolamenti, in rapporto ai bassi fondali di Posidonia, una regressione rilevante della diversità specifica e della biomassa dei pesci. La minaccia che pesa sul funzionamento dell’ecosistema litoraneo è dunque palese e potrebbe sfociare un giorno su una uniformazione dei popolamenti e dei paesaggi.

L’evoluzione futura dell’alga resta imprevedibile, al presente, e non può essere l’oggetto di semplici ipotesi, rassicuranti o allarmistiche, secondo gli autori. E’ proprio in nome di questa incertezza che gli scienziati sono quasi unanimi nel reclamare l’applicazione del principio di precauzione. Per alcuni l’espansione dovrebbe raggiungere uno stallo, una regolazione naturale, sotto l’effetto, ad esempio, di un predatore finora sconosciuto. Ma la distruzione degli erbari di Posidonia che sarà causata da questa situazione, sarà nondimeno irreversibile a scala umana, e questo dato acquisito è da solo preoccupante. Se l’espansione prosegue nel Mediterraneo fino a guadagnare il Mediterraneo orientale, le condizioni termiche che regnano in quest’area dovrebbero accelerarla; ma alcuni ricercatori pensano, al contrario, che l’ecosistema del litorale sarà meno vulnerabile che al nord e all’ovest. Infine, non si può escludere un’uscita dell’alga attraverso Gibilterra e la sua discesa o risalita lungo il litorale atlantico dell’Africa o dell’Europa.

Che fare?
Attualmente, nell’insieme dei lavori di ricerca, dei rapporti e dati comunicati nelle riunioni e nei seminari internazionali e le pubblicazioni scientifiche, nessun elemento consente di prevedere un rallentamento naturale della progressione dell’alga, a maggior ragione la sua sparizione. La rilevanza delle superfici già invase, il rischio che esse fanno correre all’ecodiversità, alle risorse coltivate e a certe attività (l’immersione sottomarina, la pesca , il turismo) richiederebbero delle misure immediate. Quali? per il momento, il ventaglio dei mezzi di eliminazione a nostra disposizione è ahimè, molto ristretto. L’estirpazione manuale mediante dei sommozzatori addestrati e motivati può essere una soluzione in caso di piccole "macchie" dell’alga- benché non efficace al 100% in quanto si osservano talvolta delle ricrescite che obbligano a nuovi interventi successivi sul sito. Questa strategia ha permesso tuttavia di controllare lo sviluppo dell’alga nelle Baleari e a Porto-Cros, dalla prima comparsa delle "macchie", ma se si ha a che fare con superfici molto estese, sempre più frequenti ormai al presente, essa non è più considerabile e l’area può essere ritenuta perduta ( invasione in profondità, ricrescita assicurata e costi esorbitanti dell’operazione). Questa strategia sarebbe potuta essere efficace nel 1991, quando la copertura si limitava ancora a qualche ettaro.

Sono stati considerati altri procedimenti di eliminazione fisico-chimici, e testati in acquario o su un sito sperimentale: elettrodi di rame (il rame è tossico per i vegetali), dialisi ionica incrociata, draga aspiratrice ad aria, ghiaccio secco (?), ultrasuoni, lancio di acqua calda. Questi metodi non rispondono ad uno o più criteri ( efficacia, non ricrescita dopo un mese, non dispersione delle talee, assenza di effetti secondari su altri sistemi). La strategia, accessibile attualmente, non è dunque lo sradicamento totale ma il rallentamento della progressione mediante lo sradicamento delle macchie isolate e di piccola dimensione, con la combinazione di varie tecniche. Soluzioni di prospettiva potrebbero essere i metodi detti biologici, che consistono, ad esempio, nell’introduzione di predatori identificati della Caluerpa, come i molluschi ascoglossi (?). Studi sono in corso e l’attuazione di questi metodi dovrà circondarsi di tutte le autorizzazioni e precauzioni necessarie perché il rimedio, se si dimostra efficace, non comporti un’altra perturbazione imprevedibile per l’ecosistema. Infine la ricerca genetica, di cui si conoscono i folgoranti sviluppi, potrebbe anch’essa aprire delle piste nuove per l’eliminazione e la prevenzione. In attesa, e sperando che questi mezzi innovativi non giungano troppo in ritardo, esiste qualche misura di ordine pratico e preventivo:

* evitare nuove contaminazioni a partire dagli acquari. Le disposizioni legislative adottate in Francia e in Catalogna dovrebbero essere adottate nell’insieme dei paesi rivieraschi ( proibizione dell’acquisto, della vendita , del trasporto e della detenzione di Caulerba t.

* evitare la disseminazione a lunga distanza, informando i diportisti della necessità di verificare e pulire la loro ancora dopo l’ormeggio in una zona contaminata e proibendo l’ancoraggio nei settori fortementi contaminati. In realtà è necessario sistemare tutte le regolamentazioni, leggislazioni-nazionali e internazionali- sulle introduzioni delle specie, se non vogliamo che fenomeni analoghi a quello della Caulerpa ci prendano di nuovo alla sprovvista.

*Infine è necessario informare gli utenti del mare come i diportisti, sommozzatori, apneisti e pescatori perché avvertano le loro autorità locali e i servizi dell’ambiente, ogni volta che trovino una nuova macchia di popolamento. Questa informazione è indispensabile per continuare a valutare l’ampiezza e la progressione del fenomeno, e per prendere le decisioni d’obbligo.

Quali le sue origini?

In seguito alla scoperta della presenza di Caulerpa taxifolia nel Mediterraneo, si sviluppa una polemica, ampiamente riflessa dai mezzi di comunicazione, sulle origini dell’alga. Per la grande maggioranza degli scienziati, occorre incriminare lo scarico accidentale del contenuto di un acquario tropicale, dove l’alga era un fiore all’occhiello ornamentale di questo tipo di acquario-a causa del suo vigore e del suo magnifico "verde fluorescente", mentre era in libera vendita, a quell’epoca, in tutta la regione mediterranea. A sostegno di questa ipotesi, essi citano lo sviluppo iniziale esclusivo dell’alga attorno ad un solo sito, prossimo ad un acquario, e le caratteristiche particolari di Caulerpa nel mare Mediterraneo (gigantismo, grande densità, resistenza al freddo), che sono quelle del ceppo acquariologico e che la distinguono del tutto dalla Caulerpa taxifolia che si ritrova nei mari tropicali. Inoltre, sono stati ritrovati al centro di una delle prime "macchie" dell’alga, sulla costa francese, dei resti di coralli che "segnano" l’origine acquariale. Gli scienziati chiamati in causa dall’ipotizzato incidente di partenza (e ingiustamente chiamati in causa, perchè, come dichiara un algologo di Marsiglia, "nulla permetteva di prevedere l’assenza di choc termico e l’adattamento stupefacente di un’alga tropicale alle condizioni del Mediterraneo", reagiscono avanzando una controipoetesi "lessepsienne": l’alga sarebbe arrivata attraverso il canale di Suez, e sarebbe una variante morfologica della Caulerpa mexicana presente dal 1939 nella regione. In un primo tempo, a dicembre del 1995, l’Accademia degli scienziati francesi fa sua quest’ultima teoria, poi, sei mesi più tardi, la rinnega totalmente in un secondo rendiconto. Questa virata fa sensazione, la polemica si placa. A quell’epoca, dicembre 1994, i 130 specialisti riuniti a Barcellona per il secondo seminario internazionale sulla Caulerpa taxifolia si erano accordati a considerare come "molto improbabile" l’ipotesi dell’introduzione dell’alga attraverso il canale di Suez, lo stretto di Gibilterra o lo scafo di una nave, e "molto probabile" invece la sua provenienza accidentale da un’acquario tropicale. Quanto alle virtù benefiche di "disinquinamento" talvolta attribuite all’alga, queste sono state in generale contestate nel seminario internazionale tenuto a Parigi, il 13-14 marzo 1997, all’Accademia delle scienze: il rischio per l’ecosistema litoraneo è confermato e il ministero dell’ambiente ne ha preso atto ufficialmente. La "controversia scientifica" non c’è stata dunque mai, a volere essere precisi.

Caulerpa e il diritto
La comparsa e la propagazione della Caulerpa taxifolia interessano, per quanto riguarda il Mediterraneo, due disposizioni dell’art. 13 del nuovo Protocollo relativo alle aree specialmente protette della Convenzione di Barcellona recentemente adottata (1996) ma ancora non entrata in vigore, "Introduzione di specie non indigene o geneticamente modificate ":

1. Le Parti contraenti prendono tutte le misure appropriate per regolamentare l’introduzione volontaria o accidentale nella natura, di specie non indigene o modificate geneticamente e per interdire quelle che potrebbero comportare degli effetti nocivi sugli ecosistemi, habitat o specie, nella zona di applicazione del presente Protocollo.

2. Le Parti si sforzano di realizzare tutte le misure possibili per sradicare le specie che sono state già introdotte, quando appaia, previa valutazione scientifica, che queste causino o sono suscettibili di causare dei danni agli ecosistemi, habitat o specie nella zona di applicazione del presente Protocollo.

In un decreto del 4 marzo 1993, il ministro dell’ambiente e il segretario di Stato per il mare, del governo francese, hanno interdetto "messa in vendita, la vendita, l’acquisto, l’utilizzazione e lo scarico in mare di tutto o parte degli esemplari dell’alga Caulerpa taxifolia. La raccolta e il trasporto dell’alga sono egualmente sottoposte ad un’autorizzazione concessa su domanda ampiamente motivata". Il governo catalano ha preso delle misure analoghe, così come la comunità autonoma delle Baleari. Nel dicembre del 1994, con "l’Appello di Barcellona" firmato da sei degli specialisti più eminenti sulla questione (Spagna, Francia e Italia) e approvato dai 130 scienziati partecipanti al Secondo seminario internazionale sulla Caulerpa, è stato chiesto ai governi dei paesi interessati e agli organismi internazionali con competenza sull’ambiente di "attuare il principio di precauzione previsto dalla Convenzione di Rio e di definire una strategia internazionale coerente". Si aggiunga che , dopo il 1995, la Convenzione di Barcellona revisionata, che vincola i paesi mediterranei, integra in questi termini il principio di precauzione , al suo art.4.3.a: "Le Parti contraenti...applicano il principio di precauzione in virtù del quale, quando esistono minacce di danni gravi e irreversibili, l’assenza di certezza scientifica assoluta non dovrebbe servire da pretesto per rinviare l’adozione di misure efficaci in rapporto ai costi che mirano a prevenire la degradazione dell’ambiente".

Il Comitato permanente della Convenzione di Berna, relativa alla conservazione della vita selvaggia e dell’ambiente naturale dell’Europa, ha adotatto, nel marzo del 1995, una raccomandazione diretta alle parti contraenti rivierasche del mare Mediterraneo e del mar Nero , che va nella medesima direzione e prevede delle misure di sradicamento, quando sia possibile.

"Le introduzioni di specie costituiscono probabilmente il grande problema ambientale di questo fine secolo e del secolo a venire. Infatti, contrariamente ad altre minacce all’ambiente, si tratta di un fenomeno quasi sempre irreversibile...Il rischio di mecdonaldizzazione, vale a dire di uniformazione planetaria dei popolamenti e dei paesaggi, ad una data latitudine, accompagnata da una forte caduta della biodiversità, è dunque rilevante". Professore Charles Boudouresque e Alessandro Meinesz, comunicazione nel quadro di un progetto derivato dal programma Life dell’UE (DG XI) coordinato dal GIS Posidonia, Marsiglia.

Ringraziamenti e riferimenti informativi
Ringraziamenti vanno a:
* GIS Posidonie (Campus de Lumigny, case 901,163, avenue de Lumigny,1328 Marseille cedex 09, France) presso cui sono stati attinti i principali elementi di questo articolo:
* Second International Workshop on Caulerpa Taxifolia, 15-17 dicembre 1994,Barcellona, Spagna, Syntesis of results.
* The presence of the tropical alga Caulerpa taxifolia in the Mediterrean Sea (Pam/Pnue, Joint meeting od the Committee, Athenaes, mars 1995 Unep (Oca)/Med
* Spread of the green alga Caulerpa Taxifolia in the Mediterranean: possible consequences of a maior ecological event (
Boudouresque, Meinesz e al., Scienta Marina).
* Actes du Seminaire international de Paris,13-15 mars 1997.
(Fonte del Dossier: MEDONDES-Pnue)