Contesto
Sin dalla fine degli anni '70 lo
studio delle particelle vulcaniche presenti nei sedimenti marini
indica chiaramente che i periodi di intensa attività vulcanica
degli ultimi 20 milioni di anni coincidono con i principali mutamenti
climatici.
Numerose ricerche ipotizzano l'influenza del vulcanismo sul clima,
tentando di valutare le ripercussioni delle emissioni di aerosol
nell'atmosfera. Sulla scia di queste ipotesi, le ricerche studiano
la relazione in senso inverso, ossia l'influenza del clima sull'attività
vulcanica. Si pensa che le variazioni di pressione sul mantello
terrestre dovute alle variazioni del volume degli oceani (conseguenza
dei mutamenti climatici che provocano l'accumulo o lo scioglimento
dei ghiacci delle regioni polari) incidano sull'attività
vulcanica.
Più recentemente, grazie al perfezionamento delle tecniche
di datazione, lo studio degli strati di tefriti (particelle vulcaniche
presenti nei sedimenti marini) ha consentito di individuare, nel
Mediterraneo, un'attività vulcanica particolarmente intensa
negli ultimi duecentomila anni. Questo periodo è caratterizzato
da un alternarsi di periodi glaciali e interglaciali, che ha causato
una fluttuazione del volume globale degli oceani.
Viene allora evidenziata una nettissima correlazione tra le variazioni
del livello del mare e l'intensità dell'attività
vulcanica nella regione: nei periodi di instabilità del
livello del mare l'attività vulcanica eruttiva si intensifica.
Poiché la maggior parte dei vulcani sono situati in zona
litoranea, è probabile che risentano direttamente delle
variazioni del livello del mare dovute ai mutamenti climatici.
Restano da spiegare, su scala locale, i meccanismi che portano
a tale comportamento.
Ricerca
Analizzando specifici casi concreti,
il progetto europeo SEAVOLC intende verificare le osservazioni
scaturite dall'analisi dei sedimenti del bacino mediterraneo.
E' possibile evidenziare comportamenti identici ricostruendo la
storia dei singoli vulcani presenti nella regione e confrontandola
con le variazioni locali del livello del mare?
Come principale soggetto di analisi è stato scelto l'Etna,
situato sulla costa orientale della Sicilia. Pur continuando a
studiarne il comportamento attuale, i ricercatori tentano di ricostruire
la cronistoria della sua attività con la massima precisione
possibile, per poi confrontarla con l'evoluzione locale del livello
del mare. Se verrà confermato l'influsso delle variazioni
del livello del mare, sarà allora necessaria una migliore
comprensione dei meccanismi che regolano tali comportamenti.
Per ampliare l'area di studio è stato parallelamente avviato
un lavoro sul campo relativo ad altri vulcani del bacino mediterraneo,
tra cui lo Stromboli nelle isole Eolie a nord della Sicilia, le
isole vulcaniche delle Canarie e Ischia, nel golfo di Napoli.
Infine, dopo aver trattato preliminarmente diversi programmi di
analisi informatica, è stato programmato un modello in
grado di valutare efficacemente gli effetti delle variazioni del
livello del mare sulla stabilità degli apparati vulcanici.
Risultati
Una campagna di datazione al 14C dei depositi piroclastici
dell'Etna ha permesso di individuare due grandi fasi di forte
instabilità e di intensa attività del vulcano nel
corso degli ultimi trentamila anni, periodo durante il quale il
livello del mare si è abbassato di 45 metri per poi risalire
di oltre 120 metri. La prima fase, compresa tra 26.000 e 22.000
anni, corrisponde ad un periodo di rapido abbassamento del livello
del mare. La seconda, tra 15.000 e 4.000 anni, coincide con un
periodo di rapido aumento del livello delle acque. Nell'intervallo
tra questi due periodi, corrispondente all'ultimo picco glaciale
e ad un livello minimo e stabile del mare, non sono state rilevate
tracce evidenti di instabilità e di attività intensa.
Le ricerche condotte nelle altre zone vulcaniche avvalorano l'ipotesi
di un'influenza del mare sull'attività vulcanica, confermando
inoltre la complessità dei meccanismi in questione, estremamente
diversi a seconda dei singoli vulcani.
Di norma, l'aumento del livello del mare porta ad un'erosione
dell'apparato vulcanico e ad un aumento delle sollecitazioni esterne.
L'abbassamento del livello causa invece la perdita del "sostegno"
fornito dall'acqua. Tuttavia, i vulcani reagiscono a questi effetti
destabilizzanti in modo molto diverso in funzione delle loro dimensioni,
della posizione rispetto all'arco tettonico regionale, della presenza
di faglie, della complessità delle loro strutture interne,
della topografia, ecc. Tra i vari programmi di analisi digitale
testati, i programmi QUICKFIELD e NIKE 2D/3D hanno fornito risultati
incoraggianti. Simulando un aumento del livello del mare di 100
metri intorno ad un vulcano simile all'Etna è stato possibile
individuare un incremento delle sollecitazioni di compressione
orizzontali a grandi profondità sotto il vulcano.
Questo meccanismo può essere all'origine di una risalita
di magma in superficie.
Contemporaneamente, il verificarsi di condizioni di tensione nel
vulcano ad una ridotta profondità può scatenare
l'eruzione del bacino magmatico superficiale e causare crolli
dell'apparato vulcanico.
Nel corso della seconda fase del progetto, le tecniche GPS (Global
Positioning System) hanno permesso di migliorare l'osservazione
del comportamento attuale dell'Etna. Si è proceduto inoltre
ad ulteriori ricerche su altri siti vulcanici, quali le isole
greche di Santorino e Nisyros, che si aggiungono ai siti noti
e a quelli ancora allo studio.
Il perfezionamento dei modelli digitali, che ha svolto un ruolo
di rilievo, costituisce la parte principale della relazione finale
pubblicata nella primavera 1995 ed è stato al centro delle
discussioni tenutesi a Londra nel mese di maggio in occasione
di un incontro organizzato dalla "Geological Society of London".
(Fonte: VIPS)