I modelli di circolazione generale dell'atmosfera si vanno perfezionando e permettono previsioni più precise. Tuttavia, per comprendere esattamente le conseguenze di un riscaldamento del pianeta sulle calotte glaciali, i climatologi sviluppano dei modelli climatici su scala regionale.
Contesto
Nel XIX secolo, interpretando le
tracce lasciate dalle grandi glaciazioni, l'uomo prende coscienza
dell'aspetto dinamico del clima. Scopre dapprima le variazioni
naturali connesse con le modificazioni dei dati astronomici della
terra (posizione rispetto al sole).
Quindi, con l'avvento della civiltà industriale e l'aumento
nell'atmosfera dei gas ad effetto-serra, comprende negli anni
'70 che le variazioni del clima possono avere anche un'origine
antropica.
Il clima è un sistema complesso, in cui interagiscono l'atmosfera,
gli oceani, le calotte glaciali, la biosfera e perfino la costa
superficiale del mantello terrestre. Questo sistema è dinamico
perchè è composto da fluidi in movimento gli uni
rispetto agli altri, ed è termodinamico poichè vi
si effettuano degli scambi interni e/o esterni d'energia. Il numero
di variabili di cui si deve tenere conto è enorme: da oltre
due decenni gli scienziati si sono assunti l'enorme compito di
tradurre in equazione il sistema climatico.
Grazie ai progressi nel campo dell'informatica, essi sono progressivamente
in grado di mettere a punto strumenti sufficientemente potenti
da prevedere l'evoluzione del clima.
Per quanto riguarda le previsioni a breve termine, i meteorologi
devono gestire un minor numero di dati e progrediscono rapidamente.
I climatologi invece, che studiano l'evoluzione del clima su lunghi
periodi, debbono integrare un maggior numero di variabili e le
loro ricerche sono pertanto più lente. La maggior parte
dei modelli messi a punto (GCM, Modelli di Circolazione Generale)
considerano il sistema climatico su scala globale e fanno astrazione
di una miriade di processi fisici attivi su scala regionale.
Tuttavia, la comprensione di questi meccanismi è una condizione
indispensabile per una migliore padronanza dei dati climatici.
Recentemente, varie spedizioni scientifiche effettuate nelle regioni
polari hanno infine permesso di raccogliere una grande quantità
di informazioni indispensabili per testare e perfezionare modelli
climatici regionali.
Ricerca
L'obiettivo fondamentale della ricerca
è di perfezionare la comprensione e la rappresentazione
numerica dei processi fisici, su media scala, che intervengono
nei bilanci energetici e nei bilanci di massa delle calotte glaciali.
Poichè essi dipendono in larga misura dalle interazioni
con l'atmosfera, si tratta di sviluppare sia modelli atmosferici
che di superficie (neve/ghiaccio).
Grazie ai dati sperimentali raccolti nel quadro dei programmi
di ricerca nella zona artica (Greenland Ice Margin Experiments
- 1990/91) e antartica (Terra Nova Bay e IAGO), i ricercatori
testano e convalidano i modelli regionali che mettono a punto.
Mentre un'équipe olandese si concentra sul miglioramento
di un modello di bilancio energetico di superficie, un'équipe
francese ed una ceca si occupano del perfezionamento di modelli
atmosferici (versioni 2D dei modelli SALSA e PIAPBLM). Un'équipe
belga, perfezionando il proprio modello atmosferico (MAR), tenta
di abbinarlo ai modelli di superficie e di valutare i tassi d'ablazione
del ghiaccio su un periodo più lungo e in base a differenti
ipotesi.
Risultati
Per quanto riguarda il comportamento
del ghiaccio, gli scienziati hanno fatto un'inattesa scoperta
sul campo: una larga striscia ai margini della calotta della Groenlandia
è caratterizzata da un tasso di radiazione solare riflessa
nettamente più basso che altrove.
La riduzione dell'albedo nella zona d'ablazione e in periodo di
disgelo sembra legata all'accumulo in superficie dell'acqua di
fusione. Questo comportamento incide in larga misura sul bilancio
energetico della calotta: in effetti, una diminuzione d'albedo
significa che una maggior quantità d'energia solare è
assorbita dal ghiaccio ed è dunque suscettibile di farlo
fondere. A sua volta, l'acqua di fusione implica una riduzione
dell'albedo, e si crea pertanto un circolo a effetto retroattivo
positivo.
Per quanto riguarda il miglioramento dei modelli atmosferici,
i ricercatori giungono a risultati incoraggianti grazie allo studio
dei venti. In estate, la parte occidentale della Groenlandia è
caratterizzata da una zona priva di neve e di ghiaccio, la tundra.
In quel punto, la temperatura dell'aria può raggiungere
i 20 °C, mentre ai margini della calotta è prossima
agli 0 °C in superficie. A livello locale, tale gradiente
di temperatura ha un sostanziale impatto sulla circolazione atmosferica:
esso è all'origine di un effetto "rompighiaccio"
che si unisce ai venti catabatici (ossia i venti che discendono
i versanti), favorendo gli scambi termici tra la superficie e
l'atmosfera. D'altronde, sembrerebbe che anche l'influsso della
tundra sul tasso di fusione del ghiaccio sia fortemente attenuato
dai venti regionali, che in tale periodo dell'anno spirano principalmente
da ovest, ossia dall'oceano, le cui temperature sono molto più
basse.
Questa migliore conoscenza del comportamento del ghiaccio, dell'atmosfera
e delle relative interazioni permette d'integrare nei modelli
un insieme di variabili essenziali.
Ormai, nella maggior parte dei casi, le simulazioni conducono
a risultati molto più vicini alla realtà. Abbinando
i due modelli (superficie/atmosfera) su un periodo più
lungo, i risultati sono altrettanto incoraggianti e si avvicinano
sensibilmente alle osservazioni sul campo. Simulando ad esempio
un rialzo della temperatura media del globo di 2 °C (nell'ipotesi
di un livello di anidride carbonica pari al doppio dell'attuale
nel corso del prossimo secolo) i modelli, in risposta soprattutto
alle variazioni dell'albedo, prevedono un aumento della fusione
quotidiana del 10% ai margini della calotta e di circa il 55%
a livello della linea d'equilibrio (altezza dalla quale possono
esistere innevamenti o ghiacciai perenni).
Questo studio suggerisce dunque che i modelli regionali possono
potenzialmente permettere di valutare le conseguenze dei mutamenti
climatici e sottolinea perfettamente l'impatto che può
avere il riscaldamento del pianeta sul tasso di fusione delle
calotta glaciali.
(Fonte: VIPS)