PARCO E COMUNITA' LOCALI
SCAMBIO O MOBILITAZIONE DEI VALORI?
Giorgio Osti, Dipartimento di Scienze dell'Uomo, Università di Trieste

Abstract
"Natural park and local community. Exchange or mobilization of values?
The paper deals with the problem of consent in natural parks. Usually this is very low. The paper suggests to look at the issue of local people consensus as a matter of exchange with the park authority. Both park and local community have areas of incertainty. One can cover the other incertainty and viceversa. The functions of park towards the local community are listed. So those of local people towards the park. Unfortunately, the park needs more help from community than the opposite situation. At the end of the paper, three ways of balance the power of local community are briefly commented.

Introduzione
Confusione, estremismi e conflittualità aperta o strisciante dominano i rapporti fra parco e comunità locali. Raramente si segnalano buone e durature intese. Perché questa logorante tensione? E' proprio impossibile trovare qualche punto di convergenza? Dobbiamo rassegnarci ad una pace armata? Per rispondere a queste domande bisogna cercare di individuare le esigenze reciproche dei parchi e delle comunità locali. L'obiettivo di questo lavoro è fornire alcuni strumenti di analisi per meglio capire su quali basi avvengono e possono avvenire gli scambi fra ente parco e popolazioni sul cui territorio esiste l'area protetta.
Anzitutto, va precisato che con la dizione "comunità locale" si designa un insieme spesso disarticolato di enti e gruppi. Di questa fanno parte - e a volte vengono identificati con - gli enti locali (comuni e comunità montane), le associazioni locali senza fini di lucro, imprese e associazioni di categoria che le rappresentano, privati cittadini aventi la residenza in loco. Sotto un'altra visuale, la comunità locale può essere vista come "comunità di spirito", insieme cioè delle persone contraddistinte da una medesima identità etnica, religiosa, linguistica o più generalmente socio-culturale. Inoltre, si può porre sotto la dizione comunità, oltre ai tratti di similarità, anche la solidarietà ovvero l'obbligo morale di aiutarsi reciprocamente. Una visuale ancora diversa tende a concepire la comunità come una rete di enti e organizzazioni, accomunate da intensi scambi di varia natura commerciale, affettiva, solidale, di autorità, ecc. I confini di questa comunità locale non sono tanto quelli territoriali quanto la frequenza e l'intensità relativamente più elevate degli scambi rispetto all'ambiente più vasto. Comunque, i confini territoriali sono importanti, soprattutto nelle aree-parco nelle quali la popolazione è più dispersa e quindi sente maggiormente il vincolo spaziale (distanza-tempo) cui sono sottoposte le possibili relazioni (Strassoldo 1987). Questo modo di concepire la comunità locale non dovrebbe escludere l'analisi di eventuali comunità di spirito. Sarà, pertanto, il punto di vista adottato in questo lavoro.

Uno schema per capire i rapporti comunità locale-parco
Lo schema teorico per inquadrare i rapporti comunità locale-parco fa leva su due concetti: i fini dell'organizzazione e gli scambi fra questa e le altre organizzazioni (Rhodes 1980).
Il parco come ciascuna delle organizzazioni di cui si compone la comunità territoriale viene considerato come un attore, un soggetto che si pone dei fini, degli obiettivi e interagisce con l'ambiente alla ricerca dei mezzi per realizzarli. In questa ottica, che potrebbe sembrare di per sé scontata, cambia invece il fuoco dell'analisi tradizionale: dall'organizzazione interna alle relazioni con l'esterno. Da una visione statica di organizzazione come mezzo per raggiungere un certo fine assegnato dall'esterno (l'organizzazione è frutto di un adattamento all'ambiente) si passa ad una visione in cui l'organizzazione stessa ha fini propri che entrano in interazione con quelli posti dalla società (Thompson 1988).
Il parco, non è un puro meccanismo messo in moto dalle istituzioni per realizzare la protezione della natura, ma un'entità dotata di una propria capacità di autodeterminazione. Non si tratta ovviamente di passare da una concezione adattiva ad una volontaristica. Ogni attore è sottoposto a determinati vincoli, il suo potere può essere limitatissimo. Purtuttavia, ogni organizzazione ha margini di manovra non completamente assorbibili dall'ambiente o da altre organizzazioni.
Il parco a livello ufficiale ha una molteplicità di fini scarsamente gerarchizzati fra loro. Già questo rappresenta un margine di manovra, una possibilità di giocare fra obiettivi, che l'organizzazione-parco può, più o meno abilmente, accappararsi. Vi sono poi altri fini latenti, non dichiarati, spesso in conflitto con quelli ufficiali. Il primato dell'autoconservazione, l'occasione di avere "poltrone" e posti di lavoro, l'uso del parco come vetrina di partiti e personaggi.
La definizione formale dei fini nelle leggi e negli statuti più che essere un dato assoluto è un vincolo alla negoziazione fra le parti interne ed esterne all'organizzazione. E' dalle interazioni, dalle trattative, dagli scambi che nascono i fini reali1).
In conclusione, si tratta di guardare al parco come entità complessa, con contraddizioni interne, fini manifesti e latenti, in continua interazione con l'ambiente, alla ricerca di mantenere la struttura e perseguire i propri obiettivi. Tuttavia, la ricerca del fine da parte di un'organizzazione non ci dice granché sulle modalità di relazione con l'ambiente. Bisogna introdurre altri elementi. In base a quale "regola" avviene lo scambio fra parco e comunità locali? Gli studiosi di organizzazione parlano di tensione a ridurre lo spazio di incertezza. Ogni entità cerca di avere attorno a sé un ambiente stabile e prevedibile. E' questa la condizione per poter operare, fare delle scelte, effettuare degli investimenti, progredire. Se l'organizzazione percepisce il proprio ambiente come molto turbolento, capace di scatenare perturbazioni che le impediscono di valutare quali siano i mezzi più idonei per realizzare i propri obiettivi, si adopererà per ridurre questo stato di incertezza.
Ad esempio, se il parco valuta che la pressione venatoria è molto forte ai confini dell'area protetta e questo pregiudica l'equilibrio di una certa specie, si adopera per ridurla. Per farlo ha in linea teorica due strade: o assumersi esso stesso il compito di ridurre questa fonte di incertezza oppure scendere a patti con organizzazioni esterne. L'assunzione diretta del compito è spesso la soluzione più onerosa. In ogni caso, conoscendo la dotazione di risorse del parco, è quasi sempre la meno praticabile. L'alternativa è far eseguire tale compito ad un'organizzazione esterna ovvero instaurare una relazione di potere. Secondo Crozier e Friedberg (1978), il potere è la capacità di far fare a qualcun altro qualcosa che serva ai nostri scopi. Non una qualità inerente un soggetto ma un tipo di relazione, un modo con cui due attori definiscono il loro rapporto.
Come si forma questa relazione di potere? Questa si forma in base alla capacità di un'organizzazione di coprire zone di incertezza di un'altra. Quanto più un ente è in grado di garantire in maniera esclusiva il controllo di aree di incertezza di un altro, tanto più acquista potere nei suoi confronti. Da ciò discende un fattore molto importante: la relazione di potere fra parco e comunità locali è biunivoca: come il primo può operare per ridurre spazi di incertezza al secondo, così il secondo può fare per il primo riguardo ad altri spazi di incertezza.
Gli elementi che entrano in questa relazione di scambio sono tre: le risorse di ciascun soggetto, le strategie per formare le regole del gioco, la mobilitazione dei valori. Brevemente, si può dire che le risorse sono di almeno tre tipi: quelle materiali (denaro e materie prime), quelle normative (autorità) e quelle tecnico-scientifiche (competenza). Le strategie sono le azioni volte a creare regole del gioco favorevoli alla propria organizzazione. Lo scambio, la relazione di potere non avviene nel vuoto o in un terreno completamente neutrale. Quasi sempre esistono regole del gioco, formali e informali, che strutturano il campo di azione dei contendenti. Queste non sono immutabili, né puramente stabilite per via gerarchica, ma pur sempre vincoli cui l'attore deve prestare attenzione. L'abilità consiste nel modificare tali regole a proprio vantaggio2).
Il terzo elemento che entra nella relazione di scambio è la capacità degli attori di invocare valori, di richiamare ideali presenti nella nostra società a sostegno del proprio punto di vista. Non si tratta di un richiamo accademico. Chi lo fa suppone che questi valori abbiano un seguito nell'opinione pubblica; suppone che, se calpestati, vi sia una reazione sociale, si crei quel clima che "inclina" (bias) favorevolmente verso una soluzione piuttosto che un'altra, verso un'organizzazione piuttosto che un'altra. E' un parametro difficile da cogliere ma che entra nelle valutazioni di ogni ente quando si appresta a fare una scelta. Può avere anche dei risvolti pratici molto ampi. Basti pensare al ripensamento della Shell riguardo all'affodamento della piattaforma petrolifera, in seguito alle proteste e alle mobilitazioni di tutta Europa. La stessa cosa che non è avvenuta per la decisione del governo francese di sospendere i test atomici, anche se una valutazione dei costi complessivi di tale scelta rivelerebbe probabilmente un danno su altri versanti per la Francia. Non a caso, la mobilitazione dei valori riguarda questioni ambientali, nelle quali lo sbilanciamento nelle relazioni di potere è molto accentuato. I gruppi ambientalisti spesso non posseggono altra arma che l'appello ai valori, la campagna denigratoria, nella speranza che questi inneschino anche una reazione sociale. Organizzazioni giovani e con poche risorse nascono e possono far valere le proprie ragioni soprattutto in virtù della mobilitazione dei valori. Così ottengono una legittimazione sociale, alla quale possono seguire una legittimazione giuridica e anche risorse materiali. Per richiamare l'impostazione generale qui seguita, si dirà che la mobilitazione dei valori è una funzione di controllo del clima sociale, di controllo di quell'ambiente più vasto che finisce per avere influenza sull'operatività dell'organizzazione stessa.

Le zone di incertezza di parchi e comunità locali
Si è detto che lo scambio fra parco e comunità locale è fondato sul reciproco bisogno di avere dall'altro un controllo delle zone di incertezza. Vediamo per ciascuno quali possano essere le zone controllabili dall'altro. Il parco ha bisogno delle comunità locali per almeno tre funzioni:

- conoscenza-monitoraggio-gestione dei beni naturali. La risorsa che può fornire la comunità locale è ascrivibile alla competenza. Le comunità locali sono depositarie di saperi particolari sui beni naturali; sanno quale evoluzione possono avere nel tempo. Il loro metodo conoscitivo è prevalentemente empirico, è la decantazione di pratiche ripetute numerose volte3). Di fronte a gravi problemi il parco può aver bisogno di consultare questi saperi. Questi non servono solo a cumulare la conoscenza dell'ambiente naturale servono anche a gestirlo in maniera più accurata.
Sempre sul piano della competenza, la comunità locale può essere un valido ausilio nella sorveglianza del parco. La quotidiana presenza in loco, la frequentazione dei luoghi più remoti per lavoro fornisce un supporto alla custodia del parco. L'attaccamento ai luoghi degli abitanti locali può essere una formidabile molla ad avere un capillare strumento di controllo degli usi illeciti dei beni del parco. Se le prime due competenze (conoscenza-gestione) hanno un valore relativo per il parco, quest'ultima (sorveglianza) appare invece determinante. Va a coprire una vasta zona di incertezza, la capacità effettiva di conservare l'ambiente naturale. L'imprevedibilità aumenta poi in aree protette molto aperte, con beni fragili facilmente accessibili, laddove esistono gruppi radicalmente ostili al parco o particolarmente inclini ad atti di vandalismo.
- clima sociale favorevole (mobilitazione dei valori). In questo caso non è necessario spendere molte parole. Già gli esempi citati precedentemente fanno capire quanto sia utile al parco avere un clima sociale favorevole. Questo gli permette di lavorare con serenità, di prendere provvedimenti decisi, senza la paura di essere continuamente attaccato o delegittimato. Clima sociale favorevole vuol dire anche maggiori possibilità di attirare finanziamenti e operatori. E' noto, ad esempio, come le imprese di alto livello tecnologico, nelle decisioni sulla localizzazione di nuove unità produttive, siano particolarmente sensibili al clima sociale di un'area. E' in altre parole una fonte di incertezza vaga, ma di cui il parco ha sicuramente bisogno.
- consenso dei rappresentanti degli enti locali (autorità). Il parco pur avendo una prevalente legittimazione dall'alto (stato o regione), ha bisogno del consenso degli amministratori locali. Questi, anche se in minoranza, contribuiscono a ridurre l'incertezza derivante dai meccanismi di consultazione e decisione. Aiutano a sveltire i processi decisionali, oltre che, indirettamente, a migliorare le altre due funzioni (clima sociale e competenza sull'ambiente).
In conclusione, il parco ha un bisogno vitale delle comunità locali. Queste non esercitano solo un potere politico su di esso ma contribuiscono a rendere effettiva la funzione di protezione attiva della natura4). Evidentemente, questo è un ragionamento teorico. Queste funzioni dipendono molto dal "tipo" di comunità locali nei cui territori esiste il parco. A priori questo non può essere stabilito. Troppo diverse sono le situazioni socio-economiche. Ad esempio, la capacità di controllo dell'ambiente è legata alla coesione interna della comunità e alla presenza in essa di consolidati meccanismi di sanzionamento dei devianti. Una comunità lacerata al proprio interno o con forti polarizzazioni di classe difficilmente è in grado di garantire quelle funzioni di cui si diceva sopra.
Passiamo ora a esaminare quali aree di incertezza delle comunità locali può coprire il parco. Anche in questo caso, vi è un'estrema variabilità dovuta alle differenti situazioni socio-economiche di dette comunità. Se ne può fare un elenco e verificare in seguito le funzioni più determinanti del parco. Questo rispetto alle comunità locali può:

- essere un'opportunità per posti di lavoro e in generale per stimoli all'economia (funzione fin troppo decantata!);
- essere uno strumento per sveltire le pratiche burocratiche (sportello unico per autorizzazioni dell'uso dell'ambiente);
- fornire consulenze per problemi igienico-sanitari e agronomici (es. invasioni di zecche; presenza di troppi cinghiali);
- essere occasione per dare lustro e prestigio all'area, i cui abitanti vivono complessi di inferiorità verso l'esterno (i beni naturali esaltati dal parco sono motivo di orgoglio locale);
- essere uno strumento per valorizzare l'identità locale attraverso il recupero di manufatti e pratiche dimenticate (la malga, la segheria, il mulino, la festa, l'artigianato locale ecc.).
Sfortunatamente, la principale funzione del parco - la conservazione della natura - non essendo un bene perfettamente divisibile, può entrare solo limitatamente come elemento di scambio con le comunità locali5). Un ambiente più naturale, con maggiore biodiversità fornisce un beneficio diffuso (teoricamente per tutta la comunità mondiale), di cui il parco difficilmente può arrogarsi il merito e così "ricattare" la comunità locale.
Le funzioni elencate sono in gran parte funzioni "ausiliarie" del parco. Esso è disposto a svolgerle perché indirettamente lo agevolano nella sua funzione principale6). Ma di per sé sarebbero poco pertinenti. Altre istituzioni hanno lo stesso compito o potrebbero legittimamente arrogarselo (si pensi ad una comunità montana).
Tuttavia, vi è una funzione nella quale il parco è vicino alla propria "vocazione" e nello stesso può andare a coprire un'area di incertezza delle comunità locali. E' il caso in cui esso si pone come mediatore di successo in conflitti sull'uso delle risorse naturali. E' il caso in cui il parco diventa il capofila della difesa di una risorsa naturale di cui la popolazione ha particolarmente bisogno. Esempi possono essere una sorgente d'acqua contesa fra più comunità o il conflitto fra agricoltori e cacciatori. In questi casi, il parco svolge una funzione importante per la comunità e vicina alle proprie competenze istituzionali.

Tre strade per un parco che voglia dialogare con le comunità locali
L'analisi fatta nel paragrafo precedente meriterebbe molti approfondimenti. Molte variabili entrano in gioco. Oltre alle condizioni socio-economiche dell'area, che determinano il grado di incertezza delle comunità locali, vi sono scarse conoscenze sui poteri del parco. Non quelli formali stabiliti in leggi e regolamenti ma quelli effettivi, legati alla capacità di tale ente di far fare qualcosa ad altri che serva a se stesso. Questo potere dipende dall'attribuzione formale di autorità (risorsa autorità) ma dipende anche da come il parco riesce a sfruttare tale norma senza ingenerare reazioni di tale portata da annullare i benefici derivanti dall'applicazione della legge. Qui emerge la strategia come capacità di anticipare le reazioni altrui, come abilità di usare le risorse.
La dipendenza del parco dalle comunità locali è notevole (soprattutto per sorveglianza, clima sociale, rappresentanti locali nella sua amministrazione). Per molti aspetti appare maggiore di quella che la comunità locale ha verso il parco. E' utile allora più che invocare l'autorità fine a se stessa (come sembrano fare purtroppo ancora molti ufficiali pubblici), valutare come bilanciare questo rapporto di scambio fra parco e ambiente locale.
Le strade per un miglior bilanciamento sono almeno tre. La prima potrebbe essere quella di insistere e perfezionare le funzioni ausiliarie (sviluppo economico, culturale, organizzativo della comunità). La gente riconosce questo sforzo e gli effetti benefici che comporta e quindi a sua volta accentua le proprie funzioni di sostegno alle zone di incertezza del parco. Questa strada però ha lo svantaggio di mantenere sempre il parco sotto la critica di non svolgere azioni pertinenti. C'è anche il rischio che altri enti, che si ritengono usurpati nelle loro funzioni, cerchino di ostacolarlo o peggio di delegittimarlo.
La seconda strada è quella di accentuare la cosiddetta funzione mista, di mediazione su conflitti ambientali. Questa, come si è detto, mette al riparo dalla critica precedente ma richiede condizioni particolari. In primo luogo, deve esserci conflittualità sull'uso delle risorse o all'interno della comunità o fra questa e il centro. In secondo luogo, il parco deve avere un qualche margine di manovra. Se la questione della caccia è regolamentata da altri enti, e dentro l'area protetta il parco stesso non può dire nulla (perché tutto è regolamentato per legge), allora lo spazio della mediazione è davvero risicato. Questa strada poi ha un rischio definibile come progressiva distorsione dei fini. Il parco per accrescere il proprio ruolo di mediazione coopta i rappresentanti degli interessi in conflitto al proprio interno, finendone però vittima. Questi infatti si impossessano dell'istituzione e ne distorcono i fini a tal punto da stravolgerne la fisionomia (Selznick 1974).
La terza strada è quella di andare oltre la logica delle funzioni siano esse ausiliarie o miste per puntare decisamente sulla mobilitazione dei valori. La logica dello scambio può essere asfittica, garantisce la sopravvivenza, ma non produce innovazioni. Vi è un mutuo interesse di parco e comunità locali a mantenere determinati rapporti, senza stimoli a trovare vie nuove slegate dagli interessi. Questi valori però sono difficili da individuare in una società disincatata e pluralista come la nostra. Si è anche detto che i grandi disegni utopici sono finiti, che non vi sono ideali o "cause" per le quali valga la pena di lottare.
La mobilitazione dei valori è sicuramente una strada difficile sulla quale le nostre conoscenze sono scarsissime (Osti 1995). Realisticamente, le tre strade appaiono come le tappe di un percorso dei parchi: dapprima rafforzare la struttura e la presenza del parco grazie alle funzioni ausiliarie, poi porsi come autorevole mediatore nelle questioni ambientali, pretendendo un decentramento delle decisioni in questo campo, infine, ricercare e promuovere valori culturali che aprano nuovi orizzonti. La scansione in tappe sarebbe però un errore se qualcuno pensasse, per sano realismo, di fermarsi ad una di queste.

NOTE
1
) Nel contesto italiano nella realizzazione delle politiche si fa un largo uso di negoziazioni e trattative informali fra e con le istituzioni pubbliche (Dente 1990).
2) Da non confondere con la risorsa autorità. In quel caso si tratta di una competenza formale cioè di un potere attribuito per legge o delegato da un organismo sovraordinato. Le regole del gioco invece sono frutto delle capacità degli attori di far valere il loro controllo di zone di incertezza. In questo ovviamente possono far ricorso alla risorsa autorità. Non sempre però questa è la risorsa cruciale. Ad esempio, il capoufficio può far valere il proprio ruolo di "capo", ma questo non sempre gli permette di modificare una regola (uscire per il caffè) vigente nel suo ufficio.
3) Sarebbe stupido pensare che un parco non abbia bisogno dei saperi locali nella conoscenza degli ecosistemi. La prevalenza dell'approccio riduzionistico della scienza e le difficoltà obiettive di tenere sotto controllo un gran numero di variabili - come è il caso degli ecosistemi - spinge a molta modestia e a tenere in grande considerazione fonti di conoscenza non ufficiali, ma codificate nei saperi locali.
4) In rapporto a questo aspetto, va segnalato il dibattito sul ruolo dell'uomo nell'incrementare la biodiversità. Vedasi i pareri opposti di Wood (1995) e Brandon (1995). Se si accetta l'idea che una certa contaminazione umana aumenta la bio-diversità, le comunità locali diventano per il parco "consunstanziali" ovvero non tanto portatrici di funzioni ausiliarie (consenso, sorveglianza...) ma parte essenziale dell'ecosistema da proteggere e sviluppare.
5) Vi sono casi in cui il parco più che coprire zone di incertezza della comunità, le può creare a questa. Ad esempio, grazie alla possibilità di chiudere una strada forestale può mantenere in scacco gli operatori economici del settore. In tal senso possiede una risorsa (autorità) rilevante. La questione è però quanto è in grado di farla valere e quali ripercussioni ha poi questa rivalsa sugli equilibri generali con le comunità locali.
6) Questo è coerente con la logica dei beni collettivi di Olson (1983). Per questo autore, l'organizzazione che tutela un bene collettivo, quando ha un elevato numero di membri, è costretta per sopravvivere a erogare servizi ausiliari. Deve cioè trovare degli incentivi extra alla partecipazione dei membri altrimenti tentati ad assumere un atteggiamento opportunistico (free rider).

BIBLIOGRAFIA

Brandon K. 1995
People, parks, forests or fields. A realistic view of tropical forest conservation
Land Use Policy, vol. 12, n. 2

Crozier M. e Friedberg E. 1978
Attore e sistema sociale
Etas, Milano

Dente B.(a cura di) 1990
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Il Mulino, Bologna

Olson M. 1983
La logica dell'azione collettiva.I beni pubblici e la teoria dei gruppi
Feltrinelli, Milano

Osti G. 1995
Il parco naturale: un mito della modernità
in Legambiente Emilia-Romagna (a cura di), Ecoannuario. Vive la conservation! Tra natura e mercato: parchi e aree protette
CDS Edizioni, Ferrara

Rhodes R.A.W. 1980
Analyzing intergovernmental relations
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Selznick P. 1974
Pianificazione regionale e partecipazione democratica
Angeli, Milano

Strassoldo R. 1987
Comunità
Dizionario di Sociologia, Paoline, Milano

Thompson J.D. 1988
L'azione organizzativa
Isedi, Torino

Wood D. 1995
Conserved to death. Are tropical forests being over-protected from people?
Land Use Policy, vol. 12, n. 2