Tre tendenze nei rapporti aziende-utenti
Negli anni '90 in molte città
d'Italia, anche grazie ad ottimi esempi che provengono dalle regioni
dell'Europa centrale, sta gradualmente prendendo spazio un nuovo
rapporto tra Aziende, specie pubbliche ma talora anche private,
che svolgono i servizi di igiene ambientale ed utenti.
Da parte degli utenti, sia singoli che organizzati in associazioni,
maturano esigenze di partecipazione alle scelte, di informazione
non generiche ed occasionali e di miglioramento della qualità
dei servizi; da parte delle aziende si mettono in pratica
politiche molto differenti nelle varie città e settori,
che si possono sintetizzare in tre tendenze:
a. efficienza dirigista: l'azienda taglia sprechi, aumenta la meccanizzazione dei processi, punta ad offrire servizi sempre più efficienti che non richiedono alcuna partecipazione attiva da parte degli utenti, più informati ma contemporaneamente sempre più de-responsabilizzati.
b. efficienza partecipativa: l'azienda riduce i costi attraverso un forte coinvolgimento sia degli utenti che degli operatori; più che sulla meccanizzazione punta sull'organizzazione, l'informazione e la motivazione economico-ambientale della cittadinanza.
c. inefficienza burocratica: l'azienda ripete lo stesso modulo organizzativo, amministrativo e tecnologico del decennio precedente, puntando al massimo profitto attraverso l'aumento delle tariffe (di discarica o altro) incurante dei problemi ambientali, di trasparenza amministrativa e ancor meno di partecipazione degli utenti.
E' evidente che, da parte degli utenti
ed in particolare delle associazioni che li rappresentano, c'è
una netta preferenza verso la tendenza di "efficienza
partecipativa", una altrettanto netta contrapposizione
verso "l'inefficienza burocratica" (purtroppo ancora
molto diffusa in larga parte delle regioni italiane e dietro cui
talora si nascondono anche interessi speculativi o della malavita
organizzata) ed un rapporto dialettico verso "l'efficienza
dirigista che può, nel breve periodo, risolvere alcuni
problemi più spiccioli o emergenze, ma porta di solito,
nel giro di mesi o di anni, a forti tensioni sociali e spesso
anche a problemi di impatto ambientale.
Mi sforzerò perciò di illustrare alcuni aspetti,
forse non i principali, di una politica aziendale di "efficienza
partecipativa" contrapponendoli ad aspetti paralleli della
tendenza dirigista tralasciando come priva di interesse la tendenza
burocratica.
Prenderò come esempio di base il problema dei rifiuti
solidi urbani e delle Aziende che si dedicano al loro smaltimento.
La scelta della partecipazione attiva degli
utenti
Alla base del modello di "efficienza
partecipativa" sta la convinzione, che deve essere
propria sia dell'Ente Locale (Comune, Consorzi di Comuni, Provincia),
sia dell'Azienda di Igiene Ambientale, che coinvolgendo fortemente
la cittadinanza si ricava un vantaggio sia in termini di efficienza
quantitativa e di riduzione di costi, che di qualità del
servizio.
Al contrario, spesso tra gli amministratori pubblici e
privati vi è un forte pre-giudizio pessimista sulla
scarsa sensibilità e scarsa buona volontà della
cittadinanza che porta la dirigenza politica e aziendale a classificare
come "utopie" più o meno ingenue le proposte
che fanno leva più sull'organizzazione degli utenti che
sullo sviluppo della meccanizzazione. Nel settore del verde
pubblico si tratta del coinvolgimento di gruppi di anziani nella
vigilanza dei giardini, di associazioni ambientaliste o di quartiere
nella piantumazione e cura delle piante, di intere scuole o singole
classi, nella progettazione e realizzazione di zone verdi, "percorsi
vita", giardini botanici nelle vicinanze della scuola, ecc.
Ma è nel settore dei rifiuti che la "scommessa"o
meno sulla partecipazione dell'utenza modifica radicalmente le
scelte dell'azienda.
In particolare la scelta di fondo è tra queste due
opzioni:
a. puntare su impianti a tecnologia complessa - separatori di "compost - RDF" e combustori a recupero di energia - che risolverebbero il problema dei rifiuti senza pretendere importanti modificazioni nei comportamenti degli utenti;
b. attivare la raccolta per flussi separati, in particolare l'umido (verde e scarti alimentari) il secco recuperabile (carta, vetro, metalli, plastiche) ed il secco non recuperabile.
I fautori della prima scelta, che per
brevità chiameremo "dirigisti" mettono in rilievo
volta a volta le meraviglie della tecnologia nell'ultima versione,
la quale risolverebbe sia i problemi di scarsa qualità
del prodotto recuperato (compost non a norma di legge per parametri
tossicologici e anche agronomici; RDF, cioè combustibile
derivato dai rifiuti, che non riesce a trovare utilizzazione energetica
in italia) sia quelli di impatto ambientale ed economico (emissione
di micro inquinanti) clorurati dai camini dei combustori, scarsa
efficienza energetica ed alti costi degli stessi paragonati ad
un buon recupero delle materie attraverso la raccolta per flussi
separati).
A sentire i "dirigisti" e, soprattutto, i produttori
e venditori di tali impianti, c'è sempre un nuovo impianto
appena entrato in funzione, o in via di costruzione in qualche
paese del mondo (meglio se oltre oceano così si può
organizzare un discreto viaggio di studio) che non ha alcun problema;
salvo smentirsi da soli negli anni successivi, per proporre l'ulteriore
"ultimo modello".
I fautori della seconda scelta, tra cui si colloca il sottoscritto
e gran parte delle associazioni di utenti e che per brevità
chiameremo i "partecipativi" mettono in rilievo invece
le enormi potenzialità che anche in Italia, come
ormai in quasi tutti i paesi dell'Europa, sono presenti in
grandi settori della cittadinanza che ha maturato la volontà
di risolvere il problema rifiuti riducendone la produzione
e puntando sul riuso dei contenitori (vuoto a rendere),
e il riciclo dei materiali umidi per fare un compost di
qualità e dei materiali secchi recuperabili.
Negli anni '80 i dirigisti replicavano che "al massimo la
raccolta differenziata può arrivare al 10% del totale,
ma in Italia non arriva neppure al 2% perché da noi non
c'è la mentalità tedesca o svizzera".
Poi, di fronte alle prime esperienze
che, senza altri mezzi oltre alla volontà dell'Amministrazione
Comunale di coinvolgere e dar fiducia ai cittadini-utenti, hanno
dimostrato come quel 10% potesse diventare 30, 40, 50%
(Tresigallo FE, S. Benedetto Po MN, Breganze VI, ecc.), i dirigisti
replicavano che "il modello può andare bene per i
Comuni di piccole dimensioni, i costi sono comunque maggiori,
ma nelle grandi città, dove si concentrano le emergenze,
il modello partecipativo è inimmaginabile".
La storia li sta smentendo.
La partecipazione, dai piccoli comuni alla grande città: Milano
Le esperienze di grandi città tedesche,
come Freiburg (o Hannover), in cui un'azione di
informazione e organizzazione molto seria ha portato nell'arco
di 10 anni dal 1985 al 1995 alla riduzione del 52% degli RSU avviati
a smaltimento in discarica o inceneritore (con un programma che
porterà nel 1997 alla riduzione complessiva del 73%
- base 1985) non sono ovviamente sufficienti a convincere della
praticabilità della proposta partecipativa anche in italia.
C'è allora l'esperienza della più grande città
del Nord, Milano, sommersa nell'autunno 1995 da una incredibile
emergenza rifiuti, per esaurimento delle discariche e insufficienza
- inefficienza degli inceneritori.
Le ottime esperienze di una ventina di piccoli comuni della
cintura milanese come Buscate, Carnate o Bellusco che nel
1994-95 hanno iniziato la raccolta secco/umido riducendo il
conferimento in discarica di percentuali sbalorditive di rifiuti
come il 60-65-70% hanno convinto anche la grande Milano a
seguire la strada partecipativa; così il 18 dicembre 1995
770.000 abitanti dei 12 quartieri della fascia esterna
di Milano (Niguarda, Loreto, Lambrate, Giambellino, S. Siro,
ecc.) hanno iniziato l'avventura, che qualcuno chiamava "pazzesca"
solo qualche settimana prima, dei tre sacchi:
a. rifiuti umidi
(sacco grigio, piccolo, raccolto tre volte la settimana)
b. rifiuti secchi recuperabili (blu, condominiale, raccolto
una volta/settimana).
c. rifiuti indifferenziati (nero, raccolto due volte la
settimana).
Vetro e lattine vanno nelle campane, già
in funzione da anni, che vengono però potenziate di numero.
Inoltre 580.000 abitanti del centro per una prima fase,
fino ad aprile '96, partono solo con due sacchi (uno per la plastica
ed uno per l'indifferenziato) e molti nuovi cassonetti per vetro/lattine
e per la carta. Da maggio '96 anche una parte del centro raccoglierà
l'umido e da settembre, quando saranno pronti tutti gli impianti
per la trasformazione dell'umido in compost, tutta la città
farà la raccolta secco /umido con l'asportazione porta
a porta a giorni alterni.
I risultati sono stati a dir poco sorprendenti.
Nonostante la sperimentalità, la fretta dettata dall'emergenza,
i mille problemi di un avvio così massiccio ed improvviso,
e nonostante ci fossero di mezzo le vacanze di Natale in cui si
producono quantità molto superiori di rifiuti sia organici
che da imballaggio, già nel primo mese di separazione
i rifiuti "diversificati" hanno raggiunto la percentuale
del 26.1% sul totale delle 2.300 tonnellate quotidianamente.
L'obiettivo dell'amministrazione era il 20% entro tre mesi.
Tutto ciò sta a dimostrare la portata fondamentale
della proposta partecipativa anche nelle medie e grandi città
d'Italia.
Altri strumenti di partecipazione
Non è solo la raccolta per
flussi a sostanziare un utile protagonismo degli utenti; due altri
esempi sono il compostaggio domestico e la "stazione ecologica".
a. Il compostaggio domestico
ha una efficienza ancora maggiore della raccolta separata dell'umido
con compostaggio negli impianti, perché non solo toglie
rifiuti dalle discariche, ma risparmia anche il "ciclo virtuoso"
della raccolta pubblica dell'umido/suo trasporto nell'aia di compostaggio/gestione
per alcuni mesi del cumulo e poi vendita o distribuzione del compost
prodotto; gli scarti umidi di cucina o di potatura rimangono infatti
nel giardino o nel terrazzo di casa e lì vengono trasformati
in compost nella "compostiera" di legno orizzontale
(se c'è spazio) o nel "bio-composter" verticale
se spazio ce n'è meno; il ciclo sarà in questo caso
totalmente virtuoso perché quegli scarti non diventeranno
mai rifiuti recuperabili, ma svolgeranno la loro utile funzione
di migliorativo del terreno direttamente nell'orto o nel giardino,
come si è fatto per millenni nelle abitazioni di campagna.
Il vantaggio per l'amministrazione è la riduzione
di circa il 30% del rifiuto di quella famiglia o condominio
e molti comuni (Ceggia, Noale, Dolo in provincia di Venezia, Mozzecane
VR, Vipiteno BZ, ecc.) stipulano con le famiglie un contratto
in cui, a fronte dell'impegno di compostare in proprio la parte
umida dei rifiuti, il Comune riduce di una percentuale del 25-30%
(secondo i casi) la tassa comunale sull'asporto rifiuti.
La cosa funziona molto bene, talora anche con sussidi per l'acquisto
del bio-composter.
b. La stazione ecologica,
detta anche "ricicleria" è un luogo in
parte chiuso e in parte aperto, vigilato e gestito di solito da
una cooperativa di giovani (Amici dello Scarto a Brescia, La Ringhiera
a Bergamo, Emmaus a Verona, Pluricoop a Vecchiano - PI - ecc.)
che è situato all'interno del perimetro della città
e che accoglie i cittadini che, in orari prestabiliti, portano
non solo le normali frazioni di RSU recuperabili come vetro, carta,
metalli, verde, ma anche vestiti, mobilia, elettrodomestici ed
altri "rifiuti" che possono tornare ad essere utili
come materiali (riciclo) ma anche come oggetti (riuso) ma volta
puliti e/o riparati.
Ci sono città, come Prato, dove questo avviene da secoli
per particolari tipi di cose; ci sono associazioni, come Emmaus
o la Charitas, che hanno grandi esperienze del genere in molte
città.
Sono una validissima alternativa alle raccolte anonime e incustodite
di "ingombranti" che si trasformano sistematicamente
in orribili discariche abusive nelle periferie; e sono anche un'occasione
per la creazione di centinaia o migliaia di posti di lavoro. Ma
sono soprattutto una proposta che stimola la partecipazione e
l'intelligenza degli utenti che trovano nelle riciclerie un luogo
persino di piacevoli incontri e scoperte oltre che di acquisto
di oggetti usati e ancora utili.
La partecipazione si impara
Lo sforzo maggiore perché
la proposta partecipativa abbia buona accoglienza e risultati
concreti va dedicato a:
a. Gli aspetti organizzativi del servizio, in particolare alla formazione degli operatori ecologici e di tutti i quadri tecnici ed amministrativi sia dell'Azienda che degli Uffici comunali competenti, perché siano partecipi di tutti gli aspetti delle politiche, capiscano e possibilmente ne condividano le motivazioni, in modo da poterle trasmettere agli utenti in generale e, in particolare, affrontino le inevitabili difficoltà di percorso cercando di risolverle e non di fermarsi al primo ostacolo.
b. Un'informazione chiara, aggiornata e
completa agli utenti, usando la
stampa locale, appositi depliant per le famiglie ed un adeguato
servizio telefonico e di sportello per chi vuole chiarimenti,
fare osservazioni o dare consigli.
Insomma, non il burocratico manifesto, magari illeggibile di ottocentesca
memoria, ma i moderni mezzi di comunicazione che vanno oltre,
ma non escludono, l'ufficio reclami, perché accolgono volentieri,
anzi ricercano, la collaborazione.
c. Sussidi didattici per la scuola: il rispetto dell'ambiente, l'uso oculato delle risorse, la filosofia del risparmio, riuso, riciclo si impara da ragazzini con una grande facilità; gli insegnanti sono spesso ottimi educatori in questo senso, non solo alle elementari, ma anche prima e dopo. Mancano invece di solito gli strumenti didattici (video, mostre, kit per esperimenti) che rendono più produttivo il loro lavoro.
La trasparenza aiuta la partecipazione
Vi è un altro aspetto nella
vita delle aziende di igiene ambientale che può svolgere
un ruolo notevole per il miglioramento dei servizi, dei rapporti
con gli utenti e del consenso-partecipazione nelle scelte di breve
e lungo periodo: la trasparenza dei bilanci, la trasparenza delle
bollette ma, soprattutto, la trasparenza dell'iter decisionale
circa le scelte sulle tecnologie, i modelli organizzativi e la
localizzazione dei vari tipi di impianti.
a. La trasparenza dei bilanci e delle bollette
dovrebbe essere un dato assolutamente scontato nell'era dell'informatica,
in cui esistono programmi che possono rendere leggibili, anche
agli utenti del tutto digiuni di contabilità, economia
e diritto, tutti i documenti amministrativi; ciò, invece,
non è per nulla il dato generale; di norma i bilanci
non sono fatti conoscere agli utenti né tanto meno scritti
in modo da esplicitare le scelte di investimento, la struttura
dei costi e quella dei ricavi, ecc. Tutto questo rende estranei
alla vita delle Aziende la quasi totalità dei cittadini.
Ancor più grave è la scarsa leggibilità che
caratterizza ancora oggi (nel 2.000!) la maggior parte dei modelli
di bollette usati dalle Aziende di Igiene ambientale in
Italia con la conseguenza di una conflittualità endemica
che, quando non nasconda reali problemi, sarebbe del tutto evitabile,
dando spazio alla collaborazione aziende-utenti.
b. La trasparenza nell'iter decisionale
di modelli organizzativi, tecnologie, investimenti e siti.
L'esperienza degli anni '80 e '90 dimostra, purtroppo con troppi
esempi, come la scorciatoia dirigista delle scelte fatte
da piccolissimi gruppi di politici ed "esperti",
molto lontani da occhi ed orecchie dei cittadini-utenti, lungi
dall'abbreviare i tempi di decisione e di realizzazione di impianti,
hanno dato origine ad ogni tipo di sospetti e di opposizioni
anche poco motivate o pregiudiziali, che di fatto hanno fatto
arenare per anni, o per sempre, progetti di impianti dati
già per "quasi realizzati".
E', al contrario, essenziale la massima trasparenza nell'iter
decisionale, l'esplicitazione degli obiettivi e dei metodi per
raggiungerli, la definizione dei parametri utilizzati per proporre
le tecnologie e per individuare le località più
adatte ad accogliere gli impianti.
Solo con il metodo della partecipazione dei cittadini-utenti
a tutte le fasi dell'iter decisionale potranno essere selezionati
i problemi veri da quelli ingigantiti ad arte, in
modo da ridurre all'essenziale l'area dei conflitti, sia sociali
che ambientali. E' il metodo con cui, negli USA, si conduce la
Valutazione di Impatto Ambientale sulle proposte di intervento,
confrontando pubblicamente varie alternative sia tecnologiche
che di localizzazione.
In Italia si stanno qua e là timidamente sperimentando,
non costretti dalla legge ma per libera e intelligente volontà
delle parti, questi metodi di trasparenza amministrativa che puntano
alla risoluzione consensuale dei conflitti. Vale la pena di moltiplicare
tali sperimentazioni e di inserire questi metodi nelle legislazioni
nazionali e regionali.
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maggio '96