LE ALGHE E I LORO PRODOTTI: I POLISACCARIDI DELLE MACROALGHE MARINE
Roberta Congestri, Milena Bruno
Laboratorio di Igiene Ambientale - Istituto Superiore di Sanità, Roma

Le macroalghe marine, appartenenti essenzialmente alle divisioni Clorofite, Rodofite e Feofite, comprendono organismi autotrofi e bentonici, visibili ad occhio nudo, che vivono associati al substrato nelle zone intertidale e subtidale delle acque neritiche (Lobban et al. 1985). Esse presentano spesso una complessità biologica piuttosto spinta e caratteristica all'interno dei Protisti. Questa complessità è correlabile all'organizzazione multicellulare della maggior parte di queste alghe (alcune Clorofite, Caulerpa, ecc., sono organismi unicellulari multinucleati che raggiungono ugualmente strutture complesse, Jacobs 1995), e sfocia, in alcuni casi, nel raggiungimento di dimensioni notevoli e nel differenziamento del tallo in organi analoghi a quelli delle piante "superiori" (Campbell 1993). La complessità morfo-funzionale di questi organismi può essere interpretata come adattamento evolutivo ad un ambiente particolare sottoposto a condizioni chimico-fisiche spesso variabili e stressanti: l'azione delle onde, quella del vento e l'alternarsi delle maree, che può implicare una esposizione dei talli all'essiccamento dell'atmosfera e alla luce non filtrata dalla massa d'acqua (Campbell 1993). Lo sviluppo di una serie di "accorgimenti" anatomici e biochimici specifici ha contribuito a decretare il successo delle macroalghe nel mare (Campbell 1993). Queste, infatti, sintetizzano una grande varietà di sostanze polisaccaridiche adibite in vivo allo svolgimento di svariate ed importanti funzioni. La molteplicità di queste funzioni si può intuire dalla notevole varietà di strutture chimiche con cui questi polimeri si presentano nei talli vitali (Percival 1979). Le loro unità di base possono essere, ad esempio, sia zuccheri neutri (glucosio, galattosio, mannosio, xilosio, arabinosio, ecc.) sia acidi uronici (acido glucuronico, acido guluronico, acido mannuronico, ecc.), sia zuccheri esterificati da gruppi solfato; questi ultimi, non riscontrabili nei vegetali terrestri, costituiscono un carattere esclusivo delle "piante" marine (Percival 1979). Si ritrovano, tra l'altro, anche in Zostera marina (Zosteracee, Elobie), una fanerogama "riadattata" all'ambiente acquatico (Mabeau, Kloareg 1987). Le diverse modalità di legame tra i singoli monomeri e le possibilità di alcuni di legarsi a ioni metallici introduce un ulteriore fattore di variabilità strutturale e, conseguentemente, funzionale di questi polimeri (Percival 1979).
Nei tessuti vegetali i polisaccaridi svolgono generalmente due principali funzioni: rappresentano risorse energetiche, immediate e non, e conferiscono sostegno strutturale (Mc Candless 1981), localizzandosi soprattutto nelle pareti delle cellule algali, esternamente al plasmalemma. La varietà chimica dei polisaccaridi algali ha comunque indotto gli studiosi ad ipotizzare e via via verificare altre possibili funzioni: alcuni risultano implicati nella prevenzione dell'essiccamento delle parti emerse, altri nei fenomeni osmotici e di regolazione ionica delle cellule, altri non ancora nei meccanismi di adesione delle spore al substrato (Evans 1989).
La possibilità di uno sfruttamento commerciale di alcuni polisaccaridi macroalgali ha dato notevole impulso alla caratterizzazione di queste molecole, al fine di individuarne la struttura e le proprietà reologiche che ne determinano l'utilizzazione industriale (Bressan, De Luca). La possibilità di una variazione del contenuto in polisaccaridi tra individuo e individuo della stessa specie (Mosely 1990; Hurtado-Ponce 1995) e tra le diverse porzioni del tallo di uno stesso individuo (Sandford, Baird 1983), l'eventualità che generazioni distinte del ciclo vitale di una singola specie presentino un "corredo polisaccaridico" diverso (Craigie 1990), ma soprattutto l'influenza dei diversi fattori ambientali sulla qualità e quantità di polisaccaridi prodotti hanno contribuito e contribuiscono tuttora a complicare il quadro generale di conoscenze sugli organismi produttori di queste sostanze.
Questi prodotti responsabili della sensazione viscida al tocco di molte macroalghe marine, vengono detti anche ficocolloidi (dal termine greco phykos=alga e dalla loro proprietà di formare soluzioni colloidali quando dispersi in acqua, Chapman 1970), sono generalmente idrosolubili e dotati di proprietà gelificanti, addensanti, emulsionanti, stabilizzanti e di controllo sulla crescita di cristalli che li rendono particolarmente utili, come vedremo, all'industria alimentare (Guist 1990). Sebbene le alghe produttrici vengano utilizzate, soprattutto a scopo alimentare, in Oriente (Cina, Giappone e Corea) da molti secoli (il primo rapporto sull'uso dell'agar è del 1658; Guist 1990), la loro applicazione ha subito di recente un processo di diversificazione esplosivo (Cabioc'h et al. 1992) in medicina, farmacologia, dentistica, biotecnologie, dietetica, talassioterapia, cosmetica, produzione di bio-carta, agricoltura. Ciò ha imposto la necessità di un continuo affinamento delle tecniche di analisi, estrazione e utilizzazione dei ficocolloidi. Recentemente la crescente richieste di queste sostanze dall'industria ha diretto gli studi verso la coltura delle specie maggiori produttrici (maricoltura), al fine di ottenere risorse rinnovabili e, possibilmente, di ottimizzarne i prodotti.
Ai ficocolloidi e alle loro applicazioni verrà dedicata in questa review una particolare attenzione.
Nel taxon delle Clorofite si inseriscono organismi i cui polisaccaridi (solfatati), estremamente complessi, risultano, a tutt'oggi, poco noti e non particolarmente sfruttati industrialmente. Probabilmente, però, le loro funzioni in vivo sono riconducibili a quelle dei polisaccaridi delle altre due divisioni (Percival 1979).
Generalmente le Clorofite sintetizzano amido come prodotto di riserva, piuttosto simile a quello delle piante superiori sebbene i granuli siano più piccoli e meno strutturati (Painter 1983). Nelle Dasicladali, un gruppo molto "antico" di Cloroficee tropicali e subtropicali, tra cui si inserisce il genere Acetabularia (Acetabulariacee), presente anche nei nostri mari e riconoscibile per la caratteristica forma ad ombrello assunta dal tallo durante una fase del ciclo vitale, il metabolita di riserva è l'inulina (Percival 1979).
La componente polisaccaridica più importante nelle Clorofite è rappresentata da eteropolisaccaridi polidispersi nei quali almeno alcuni idrossili compaiono esterificati da gruppi solfato (Percival 1979). Questi zuccheri sono acidi forti ed esistono in vivo sottoforma di sali di vari metalli (Percival 1979). I vari generi di questa divisione possono essere collocati in pochi gruppi principali sulla base dell'eteropolisaccaride prodotto.
Così, ad esempio, in Ulva lactuca, Enteromorpha compressa (Ulvacee, Ulvali) e alcuni generi di Cladophoracee (Cladophorali) troviamo dei glucuronoxiloramnani solfatati; nei generi Chaetomorpha, Cladophora, Rhizoclonium (Cladophoracee, Cladophorali), Codium (Codiacee, Caulerpali) e Caulerpa (Caulerpacee, Caulerpali) troviamo invece degli xiloarabinogalattani solfatati (Percival 1979). Qual'è la funzione di queste molecole dal nome e struttura così complessi? Poichè si ritrovano in vivo sottoforma di gel o mucillagini, la cui consistenza varia in base al metallo con cui sono associati, si è supposto che contribuiscano al mantenimento dell'equilibrio ionico delle cellule funzionando da elettroliti anionici. Vivendo tutte le macroalghe in un ambiente salino, esse necessitano di meccanismi di scambio ionico per assorbire selettivamente ioni essenziali come calcio e potassio (Bressan, De Luca). Inoltre la presenza di questi polisaccaridi in forma di gel compatti al di fuori delle cellule suggerisce un ruolo nella difesa da altri organismi e nel conferire resistenza alla parete cellulare fornendo, anche, flessibilità all'organismo per resistere al meglio al movimento dell'acqua (Percival 1979).
Uno studio particolare condotto su Ulva lactuca (Huag, in Percival 1979) ha provato che i polisaccaridi di fronde poste in acqua distillata perdevano l'aspetto gelatinoso e passavano in soluzione; se all'acqua distillata veniva aggiunto calcio o borato ciò non avveniva. Si è supposto quindi che il borato e il calcio contribuissero al mantenimento dello stato di gel. Poichè la presenza del solfato legato agli idrossili preverrebbe il complessarsi del polisaccaride al borato, l'alga in tal modo sarebbe in grado di regolare la "consistenza" del gel a seconda delle diverse condizioni ambientali cui è sottoposta in natura, riuscendo in una sorta di modulazione della sua flessibilità in sintonia con l'esterno. Un ulteriore ruolo potrebbe essere quello di prevenire l'essiccamento dei talli esposti alle maree: questi polisaccaridi infatti sono sostanze igroscopiche in grado di trattenere l'umidità in condizioni di secco esterno.
Nonostante la presenza dei polisaccaridi solfatati nelle pareti cellulari delle Clorofite, i veri polisaccaridi strutturali di queste alghe sono gli xilani, i mannani e la cellulosa (Percival 1979). Nei generi Valonia (Valoniacee, Cladophorali), Cladophora, Chaetomorpha, Rhizoclonium, ad esempio, la componente fibrillare, strutturale della parete è prevalentemente cellulosica. In Valonia la cellulosa, in forma cristallina, è presente sottoforma di lunghe e regolari microfibrille (Painter 1983), orientate ordinatamente nei diversi strati che compongono la parete cellulare del suo tallo vescicoloso. In Ulva ed Enteromorpha sono presenti xilani e cellulosa in quantità paragonabili. Nei talli di Acetabulari e Bryopsis (Bryopsidacee, Caulerpali) è presente la cellulosa solo durante la fase gametofitica, aploide, del ciclo vitale; negli sporofiti, diploidi, si ritrovano i mannani (Painter 1983). In Caulerpa, Halimeda e Udotea (Udoteacee, Caulerpali) sono presenti esclusivamente gli xilani, in Codium fragile i mannani (circa il 95%). Infine ricordiamo le sostanze adesive extracellulari prodotte, a livello dell'apparato dei Golgi, dalle spore del genere Enteromorpha. Queste molecole sono glicoproteine la cui funzione è di garantire protezione e attacco al substrato alle fasi iniziali del ciclo biologico di queste alghe (Evans 1989).
Nella divisione delle Rodofite ritroviamo le agarofite e le carragenofite, cioè gli organismi che sintetizzano alcune tra le più importanti famiglie di ficocolloidi. Anche le Rodofite producono amido, noto come amido delle Floridee, dal nome di uno dei due subphyla di questa divisione ma, a differenza di quello delle Clorofite, esso non contiene amilosio (Percival 1979). Le sue caratteristiche ricordano l'amilopectina delle piante terrestri e, parzialmente, il glicogeno degli animali (Percival 1979). La frazione polisaccaridica quantitativamente più importante, però, è rappresentata da galattani consistenti in unità di galattosio o galattosio modificato (Percival 1979). Questi polimeri si localizzano nella parete cellulare, costituendone la matrice "amorfa" in cui le fibre strutturali sono inserite (Craigie 1990). La componente fibrillare è contraddistinta dalla scarsità di cellulosa, che, rara nelle Bangioficee (è presente solo durante la fase a "conchocelis", tetrasporofitica, di alcune Bangiali, Craigie 1990), in queste risulta sostituita dai mannani, mentre si osservano degli xilani nelle Nemalionali (Craigie 1990) e, ad esempio, nelle specie Palmaria palmata (Palmariacee, Palmariali) e Laurencia pinnatifida (Rhodomelacee, Ceramiali) (Percival 1979).
Le famiglie di galattani sono note commercialmente come agars, carragenani, furcellarano (agar danese), porphyrano, hypneano, funorano, ecc. La maggiore differenza tra agars e carragenani risiede nella presenza dei primi di D- e L-galattosio e L-anidrogalattosio, nei secondi solo di D-galattosio e D-anidrogalattosio (Craigie 1990). Lo scheletro originario di queste molecole può essere variamente modificato e "mascherato". Sono presenti gruppi emiesteri solfati (più numerosi nei carragenani rispetto agli agars), più raramente eteri metilici e acido piruvico (Painter 1983). La struttura tridimensionale di questi polisaccaridi, presenti in vivo come gel o mucillagini è influenzata dal grado e dai siti di esterificazione degli ossidrili e dalla proporzione di anidrogalattosio (AG): maggiore è la quantità di quest'ultimo, maggiore è il potere gelificante del polisaccaride (Guist 1990). I gel di agars, carragenani e furcellarano sono tutti termoreversibili (Guist 1990). E' importante sottolineare che estratti enzimatici di Porphyra umbilicatis (Bangiacee, Bangiali) e Mastocarpus stellatus (Petrocelidacee, Gigartinali) convertono l'L-galattosio 6-solfato e il D-galattosio 6-solfato nel corrispondente 3,6-anidrogalattosio. Ciò si traduce biologicamente nella possibilità di un maggiore compattamento del gel che, se più rigido, consente agli organismi di resistere a turbolenze dell'acqua più severe (Percival 1979). Anche in alcune Rodofite, come in alcune specie del genere Ceranium (Ceramiacee, Ceramiali), le spore risultano protette da materiale mucillaginoso che provvede anche alle fasi iniziali dell'adesione al substrato di queste cellule (Evans 1989).
Visti in particolare, i carragenani sono una famiglia di galattani a catena lineare anionica che devono il nome alla località irlandese Carragheen, i cui abitanti, più di 600 anni fa, utilizzavano l'alga Chondrus crispus (Gigartinacee, Gigartinali) a scopi alimentari e medicinali (Sandford, Baird 1983). Nota anche come muschio d'Irlanda quest'alga, tipica delle coste nord-atlantiche, presenta un tallo fino a 15 cm, di colore rosso bruno e vive sul substrato del piano infralitorale (Cabioc'h et al. 1992). Particolarmente accessibile per la raccolta, ha rappresentato per molto tempo l'unica fonte naturale da cui estrarre questi polisaccaridi (Moseley 1990). Il processo di estrazione è stato brevettato nel 1871, ma la commercializzazione dei carragenani ha preso avvio soltanto nel 1937 (Sandford, Baird 1983). Infatti la crescente richiesta di questi estratti e la diminuita disponibilità di agars durante la seconda guerra mondiale stimolarono la ricerca di nuove applicazioni di queste sostanze (Waaland 1981).
Attualmente le principali carragenofite sono rappresentate, oltre che da Chondrus crispus, diffuso in Canada, New England, Francia, Spagna e Portogallo (Moseley 1990), dalle Solieriacee (Gigartinali) Eucheuma e Kappaphycus, tipiche di acque tropicali (Filippine, Indonesia, Giava, Bali, coste orientali africane) utilizzate come leganti nei mangimi per Peneidi (Hurtado-Ponce 1995), dal genere Gigartina, presente con due specie nel Mediterraneo, dalla specie Mastocarpus stellatus (ex Gigartina stellata), la cui distribuzione è simile a quella di Chondrus crispus e dai generi Hypnea (Hypneacee, Gigartinali) e Iridaea (Gigardinacee, Gigartinali), quest'ultima raccolta principalmente lungo le coste cilene e, recentemente, lungo quelle sud-africane (Bolton, Joska 1993). I carragenani osservati in queste alghe rappresentano, probabilmente, dei polimeri ibridi, cioè strutture altamente complesse formate da più unità disaccaridiche di base, per ragioni di utilità è stata introdotta un nomenclatura greca che facendo riferimento alle unità ripetitive prevalenti nelle frazioni di carragenano esaminate consente di individuare carragenani di vari tipi: , , , , , , ecc. (Rees, in Painter 1983). Una classificazione razionale di queste molecole necessiterebbe di una conoscenza della loro intera via biosintetica, ma gli aspetti strutturali più salienti sono, probabilmente, da ricercare nel grado e nel pattern di solfatazione (Craigie 1990). Così lo stato di conoscenze attuale consente di supporre l'esistenza di 2 raggruppamenti naturali di carragenani, denominati e carragenani (Craigie 1990). Ciò sembra suffragato dal pattern polisaccaridico di alcune famiglie di Rodofite: nelle Gigartinacee, Phyllophoracee e Petrocelidacee, infatti, i gametofiti sia maschili che femminili producono carragenani ascrivibili al gruppo (k e ) ), mentre i tetrasporofiti sintetizzano polimeri appartenenti al gruppo (Craigie 1990). Questo pattern si evidenzia sia in esemplari raccolti in natura che coltivati. Uno studio recente condotto sull'alga Chondrus crispus ha evidenziato la presenza nei tetrasporofiti di un carragenano non ascrivibile al gruppo ma piuttosto a quello (Matsuhiro, Urzua 1992).
I talli delle Solieriacee presentano carragenani sia nella fase cistocarpica (gametofitica femminile) che tetrasporica. Anche nelle Hypneacee (Hypnea musciformis, H. ceramioides, H. japonica) sono stati osservati solo carragenani del gruppo (Craigie 1990).
I carragenani utilizzati nell'industria alimentare come agenti gelificanti, addensanti e stabilizzanti (di sospensioni, emulsioni e schiume) sono essenzialmente di tre tipi: , , , (Guist 1990). Il loro peso molecolare è di circa 100.000-1.000.000 daltons (Sandford, Baird 1983) e differiscono nel grado di esterificazione e nella percentuale di 3-6 anidrogalattosio. Il tipo , estratto principalmente da Chondrus crispus e da Mastocarpus stellatus (Zinoun et al. 1993), con una percentuale relativamente alta di 3-6 anidrogalattosio, forma gel molto forti e friabili, simili a quelli dati dagli agars; il tipo , ottenuto da Eucheuma spinosa ed E. denticulata (Zinoun et al. 1993), con caratteristiche chimiche intermedie, dà gel meno friabili e più flessibili; il non forma gel, ma conferisce viscosità e capacità di formare sospensioni alle soluzioni (Guist 1990). Commercializzati come polvere bianca o beige, i carragenani dotati delle proprietà reologiche suddette risultano molto utili durante la preparazione di alimenti dietetici come sciroppi e marmellate a basso contenuto di zuccheri (Guist 1990); ma l'uso più frequente e specifico di queste sostanze è nel settore caseario (Lobban et al. 1985). I carragenani sono dotati, infatti, di notevoli capacità di interazione con le proteine: vengono a formarsi complessi tra gli esteri solfati dei polisaccaridi e gli ioni ammonio delle proteine, in presenza di ioni calcio. L'interazione con la caseina del latte è sfruttata nella produzione di formaggi e di bevande al latte e cacao (Guist 1990). Notevole è anche l'impiego per la preparazione di carne e pesce in scatola, per addensare bevande e succhi di frutta, per stabilizzare i grassi nei gelati, l'olio nelle salse.

Nel settore farmaceutico carragenani del tipo , , , e vengono impiegati come agenti anticoagulanti: la maggiore attività fibrinolitica e anticoagulante si è osservata nel carragenano di Grateloupia dichotoma (Halymeniacee, Criptonemiali) (Guven et al. 1991). I carragenani di Eucheuna striata legano gli ioni di diversi metalli pesanti come cadmio, piombo e stronzio attraverso un meccanismo di scambio, funzione del grado di solfatazione del carragenano (Veroy et al., in Lobban et al. 1985). Ulteriori applicazioni riguardano il campo cosmetico, quello della preparazione di vernici, ecc. (Waaland 1981).
Nel complesso l'industria dei carragenani utilizza circa 80.000 tonnellate di macroalghe all'anno (Mc Hugh 1991), il cui processo di estrazione, segreto, prevede lavaggi iniziali per rimuovere sali e debris, quindi estrazione in acqua calda e lievemente alcalina seguita da filtrazione e concentrazione dell'estratto (Sandford, Baird 1983).
Gli agarocolloidi, da agar-agar, vocabolo malese usato per indicare organismi appartenenti al genere Eucheuma (Chapman 1970), costituiscono una famiglia di galattani prodotti dalle agarofite, rappresentate da almeno otto famiglie di alghe rosse (Craigie 1990), tra cui le più importanti commercialmente sono le Gelidiacee (Nemalionali) e le Gracilariacee (Gigartinali). Questi polisaccaridi sono analoghi ai carragenani sia dal punto di vista chimico che biologico, svolgendo funzioni simili, strutturali e fisiologiche, nei talli vitali (Craigie 1990). Anche per gli agarocolloidi le strutture di base possono essere variamente ed altamente modificate. Comunemente (Araki, in Craigie 1990) si era soliti descrivere l'agar come una mistura di agarosio neutro e con notevoli capacità gelificanti, e di agaropectina, carica. Nell'agarosio, in particolare, si individuano conformazioni a doppia elica che aggregandosi a formare un reticolo tridimensionale sono in grado di trattenere l'acqua e di formare gel termoreversibili (Sandford, Baird 1983); ma è stato osservato, più recentemente, che è possibile separare dall'agar un certo numero di molecole cariche, che sembrano costituire un continuum tra l'agarosio e l'agaropectina (Mc Candless 1981). Ne deriva che l'agar dovrebbe essere ascritto al gruppo, più vasto, degli acarocolloidi, costituendone una delle due sezioni dove si inseriscono l'agarosio e i suoi derivati in grado di fornire gel termoreversibili. L'altra sezione riunisce gli agaroidi: il funorano, dal genere Gloiopeltis (Endocladiacee, Criptonemiali), l'odontaliano, estratto di Odonthalia (Rhodomelacee, Ceramiali), il porfirano, da Porphyra, ecc. dotati di minori capacità gelificanti (Craigie 1990).
I loro gel, diversamente dagli agars, non fondono ad una temperatura molto maggiore rispetto a quella in cui si sono formati. Presentando, perciò, un'isteresi minima, gli agaroidi hanno caratteristiche di scarso valore commerciale, che possono essere migliorate se usati in presenza di elettroliti (cesio, rubidio, potassio, ecc.) (Bressan, De Luca).
Attualmente le Rodoficee agarofite più utilizzate appartengono essenzialmente ai generi Gelidium, con le specie G. sesquipedale, G. latifolium, ecc. (Gelidiacee, Nemalionali); Gelidiella (Gelidiellacee, Nemalionali); Gelidiopsis (Gracilariacee, Gigartinali); Gracilaria con le specie G. verrucosa, G. tikvahiae, G. confervoides, ecc. (Gracilariacee, Gigartinali) e Pterocladia (Gelidiacee, Nemalionali) (Guist 1990).
Tradizionalmente l'agar veniva estratto con acqua calda e purificato mediante congelamento (Sandford, Baird 1983). Disponibile sul mercato come fogli, granuli e polvere, non è solubile in acqua fredda, ma lo è in acqua bollente. Raffreddato fino a 35 °C forma gel stabili a temperatura ambiente, e queste capacità gelificanti si mantengono fino ad una concentrazione di agar dello 0,04%. Nei primi anni del 1990 l'agar divenne il primo estratto macroalgale entrato in commercio: la sua produzione fino al secondo conflitto mondiale avveniva esclusivamente in Giappone, ma in seguito prese avvio anche negli Stati Uniti, in Messico, Spagna, Marocco, Australia (Waaland 1981). Va detto che anche in Italia la "produzione" di agar inizia con la seconda guerra mondiale, ma era ed è rimasta molto modesta, confinata ad isolate iniziative soprattutto nell'alto Adriatico (Gracilaria confervoides), in Sardegna (Gelidium capillaceum) ed in Sicilia (Gracilaria verrucosa) (Bressan, De Luca). Il primato dell'agar si dovette sostanzialmente all'utilizzazione di questa sostanza come mezzo per colture microbiologiche (Kasloff 1990). Per quest'ultimo utilizzo l'agar deve presentare un certo numero di requisiti: non deve contenere alti livelli di sostanze inibitrici o metabolizzabili o spore termoresistenti, la sua temperatura di gelificazione deve oscillare tra i 30 e i 40 °C, quella di liquefazione deve variare tra i 75 e i 90 °C (Sandford, Baird 1983). Soltanto pochi organismi sono in grado di produrre enzimi agarolitici ed essere così in grado di metabolizzare questo substrato solido di coltura (Sandford, Baird 1983). Un'altra applicazione tradizionale dell'agar è quella alimentare: non digeribile, viene usato in questo campo per le sue proprietà colloidali. Il suo contenuto relativamente alto in 3-6 AG (anidrogalattosio) e basso in esteri solfati conferisce una capacità di formare gel particolarmente resistenti e friabili, utili nell'industria dolciaria (preparazione di glasse, ecc.). Le capacità gelificanti dell'agar vengono inoltre sfruttate nel campo della carne e del pesce in scatola, per conferire corpo e tessitura a yogurt e formaggi. E' usato per schiarire il vino, i succhi di frutta e l'aceto: le proteine contenute in questi liquidi formano complessi insolubili con l'agar consentendone la rimozione per filtrazione e la preservazione della trasparenza durante la conservazione (Guist 1990). Accanto alle applicazioni alimentari va ricordata l'applicazione medica e dentistica di questa sostanza.
Viene comunemente usata come lassativo: passando indigerito attraverso l'intestino, l'agar aumenta il volume fecale e favorisce la peristalsi (Kasloff 1990); come anticoagulante, nel trattamento di ferite infette grazie alla sua capacità di adsorbire batteri, e nei processi di riparazione tissutale (Kasloff 1990). Dal 1925 è usato come materiale elastico per calchi intra-orali particolarmente accurati, essendo dotato di ottime capacità elastiche e reversibilità (Kasloff 1990). Recentemente si sta studiando la possibilità di applicazione combinata di agar e alginati per questo stesso scopo (Kasloff 1990). Nel campo delle biotecnologie l'agarosio viene usato per studi di mappatura genetica e di separazione ed isolamento di frammenti di DNA ricombinante (Evans 1989).
Merita infine un cenno l'agar danese o furcellarano (una molecola ibrida formata da e carragenano con frammenti del tipo , Craigie 1990), estratto dall'alga Furcellaria lumbricalis (Furcellariacee, Gigartinali) le cui applicazioni industriali ricordano quelle dei carragenani nella produzione di gelatine e marmellate a basso tenore di zuccheri, carni e pesce in scatola. Viene però usato soprattuto nella preparazione di un prodotto dolciario tipico, noto come Tortenguss, consumato su torte e flan (Guist 1990).
Nel taxon delle Feofite si inseriscono organismi quasi esclusivamente marini e in grado di raggiungere un alto grado di specializzazione cellulare, e dimensioni del tallo che possono superare i 50 metri ("giant kelp") (Painter 1983). Essi sintetizzano come sostanza di riserva il mannitolo, un glicitolo derivato del mannosio, e il laminarano, un glucano idrosolubile formato da circa 20 unità di glucosio (Percival 1979). Quantitativamente i polisaccaridi più importanti sono rappresentati da una famiglia di acidi poliuronici, detti acidi alginici, a catena lineare, formati essenzialmente da 3 frazioni "oligosaccaridiche" diverse: la prima comprendente unità di acido D-mannuronico, la seconda unità di acido L-guluronico, la terza residui degli stessi acidi alternati (Haug et al. in Mc Candless 1981). Essi rappresentano la componente fibrillare principale della parete cellulare delle Feofite: circa il 90% degli acidi uronici estratti dai tessuti algali appartiene alla parete, e solo il 10% si ritrova nella matrice intercellulare (Mabeau, Kloareg 1987). Il loro ruolo strutturale risulta evidente in seguito all'estrazione di queste sostanze dai tessuti algali, poichè questi ultimi collassano, trasformandosi in una "poltiglia" bruna (Painter 1963). Alla fine del XIX secolo Stanford coniò il termine "algina" per indicare i derivati idrosolubili dell'acido alginico (alginati) estratti dalle alghe brune. La loro estrazione a livello industriale incominciò nel 1929, in California, ad opera della Kelco (Sandford, Baird 1983). Le proporzioni tra le diverse frazioni di oligosaccaridiche e la loro sequenza influenza le proprietà fisiche e la funzionalità dei polimeri risultanti. lr apporto tra mannurano e guluronano (M/G) varia da specie a specie e tra le diverse porzioni del tallo di un singolo individuo. Nelle specie Macrocystis pyrifera (Lessoniacee, Laminariali) e Ascophyllum nodosum (Fucacee, Fucali) il rapporto M/G è circa 1,5-1,8; contenendo tali alghe percentuali corrispondenti di mannurano e di residui dei due acidi alternati (Sandford, Baird 1983). In Laminaria hyperborea (Laminariacee, Laminariali) troviamo un alto contenuto di acido poliguluronico (Sandford, Baird 1983), ma si è osservato che nella matrice intercellulare dei ricettacoli di Ascophyllum nodosum sono presenti quasi esclusivamente residui di acido mannuronico (Painter 1983). In generale il rapporto M/G in una popolazione di alghe brune dipende dalla sua età media, perché al crescere di quest'ultima aumenta il contenuto in acido guluronico (Painter 1983).
Gli acidi alginici sono prodotti da tutte le Feofite anche se il loro contenuto varia in rapporto alle diverse porzioni del tallo esaminate: in Laminaria digitata le fronde contengono una percentuale in peso secco di acido alginico che varia tra 14,5 e 26,5; la percentuale presente negli stipiti varia tra 14 e 24 (Sandford, Baird 1983); essi vengono estratti a scopo industriale da circa 10 specie appartenenti a due ordini di due classi diverse (Kobayashi 1990). Tra le Laminariali Lessoniacee troviamo i generi Macrocystis, tipico della costa occidentale degli Stati Uniti, e Lessonia, diffuso in Cile; tra le Laminariacee il genere Laminaria, Regno Unito, Scandinavia e Francia e tra le Alariacee i generi Ecklonia e Eisenia, diffusi in Giappone. All'interno dell'ordine Fucali troviamo le Durvilleacee con il genere Durvillea e le Fucacee con i generi Ascophyllum e Fucus, sfruttati soprattutto in Canada ed in Europa del Nord. Allo stato nativo l'acido alginico si trova salificato da tutti i cationi presenti nell'acqua marina: sodio, calcio, magnesio, ecc., in forma, soprattutto, di gel insolubili (Painter 1983). L'estrazione di questi composti dai talli frantumati prevede la sostituzione dei cationi più frequenti con metalli alcalini o ioni ammonio. L'acido alginico viene prodotto in natura anche da due batteri, Pseudomonas aeruginosa e Azotobacter vinelandii.
Probabilmente l'evoluzione ha "scoperto" due volte questi composti (Painter 1983). Studi molto recenti condotti su alcune specie di Corallinacee (Rodofite), hanno rilevato la presenza di alginati, comunemente ritenuti esclusivi delle alghe brune, nei loro talli calcarizzati; questo risultato sorprendente è stato relazionato alla capacità dei residui di acido guluronico degli alginati di legare gli ioni calcio, che sottoforma di carbonati impregnano le pareti delle Corallinacee (Usov et al. 1995).
Disponibili sul mercato come sali di vari cationi e come derivati del propilen-glicole gli alginati, solubili in acqua calda e fredda (Sandford, Baird 1983), presentano caratteristiche gelificanti, addensanti e stabilizzanti sfruttate nell'industria alimentare. Vengono utilizzati nella preparazione di budini, glasse, formaggi cremosi, meringhe, gelati, di cui regolano la tessitura influenzando la formazione in essi di cristalli (Sandford, Baird 1983). Le capacità gelificanti di questi composti dipendono dal loro contenuto in acido guluronico: questi residui infatti presentano una notevole affinità per i cationi bivalenti, in presenza dei quali si fa avvenire la gelificazione e conferiscono stabilità e resistenza al gel, che non è termoreversibile. Attivi a basse concentrazioni, incapaci di alterare il gusto degli alimenti e non calorici, vengono utilizzati anche nella preparazione degli alimenti dietetici. Recentemente si è studiata la possibilità di utilizzare le fibre di alginati per produrre della carta, detta "high-performance paper", cioè carta destinata ad usi peculiari: ad esempio in cromatografia, nel campo dell'industria alimentare, come bio-carta edibile, vantaggiosa nell'impacchettamento degli alimenti (Kobayashi 1990). Nel campo medico le fibre di alginato trovano applicazioni nel trattamento dell'esofagite, dell'ulcera gastrica (emostatico), in ginecologia, ostetricia e dentistica, come materiale per impronte dentarie (Kobayashi 1990).
Le Feofite, come le Clorofite e le Rodofite, sintetizzano polisaccaridi solfatati peculiari. Indicati generalmente come "fucani", i polisaccaridi solfatati delle Feofite rappresentano una famiglia di eteromolecole altamente ramificate contenenti, oltre al fucosio, proporzioni variabili di galattosio, mannosio, xilosio e acido glucuronico (Percival 1979). Distinti in omofucani (fucoidano), xilofucoglicuronani (ascofillano) e glicuronfucoglicani (Mabeau, Kloareg 1987) sono presenti sia nella parete cellulare, come strato esterno mucillaginoso, sia nella matrice intercellulare (Evans 1989). Studi condotti su diverse specie di alghe brune hanno rilevato l'esistenza di una relazione tra la composizione chimica della parete cellulare e la zonazione delle specie: gli esemplari che vivono nelle fasce più superficiali della zona intertidale presentano un contenuto in fucani maggiore. Anche la composizione dei fucani stessi ne risulta influenzata: le forme più superficiali presentano, infatti, più fucosio e più gruppi solfato rispetto alle altre (Mabeau, Kloareg 1987). Queste osservazioni evidenziano ancora una volta il ruolo ecofisiologico giocato, in vivo, dai polisaccaridi solfatati delle alghe. I fucani risultano chiaramente coinvolti nella prevenzione del disseccamento, in condizioni di bassa marea, dei talli esposti. A tal proposito va ricordato che il fucano estratto da Pelvetia canaliculata (Fucacee, Fucali) presenta una notevole affinità per gli ioni magnesio, che altamente idratati sono in grado di trattenere acqua anche nelle fronde emerse (Percival 1979). In quest'alga, tipica delle fasce litorali più superficiali, il contenuto in fucano è molto alto, circa 18-24% del peso secco. Alghe appartenenti ai generi Desmarestia (Desmarestiacee, Desmarestiali) e Durvillea che vivono sui fondi dei livelli più bassi della bassa marea presentano, invece, pochissimo fucano (Percival 1979). Questi polisaccaridi solfatati sono stati estesamente studiati dal punto di vista applicativo per la loro attività anticoagulante: si è osservato che il sargassano, estratto da Sargassum linifolium (Sargassacee, Fucali) presenta un potere anticoagulante maggiore dell'eparina. Anche altri eteropolisaccaridi estratti, ad esempio, da Dictyota dichotoma, Padina pavonia (Dictyotacee, Dictyotali), Fucus vesiculosus, Eisenia byciclis ecc. mostrano attività anticoagulante (Dobashi et al. 1989). L'acido alginico, invece, non risulta possedere attività anticoagulante, né fibrinolitica (Guven et al. 1991).
In conclusione, le alghe ed i loro prodotti giocano ormai un ruolo importante nella pratica routinaria della medicina e dell'alimentazione (Tabella 1). L'originario approccio empirico alla loro applicazione è diventato un processo scientifico dove chimica, fisica e fisiologia contribuiscono alla produzione di materiali con proprietà vantaggiose per l'utilizzo umano. La carta, ad esempio, in futuro verrà utilizzata sempre più diffusamente nelle applicazioni biochimiche grazie alle sue capacità di immobilizzazione degli enzimi; la richiesta di mercato dei ficocolloidi, e specialmente di agarosio di alta qualità è in crescita continua, per farvi fronte è necessario selezionare ceppi con produzione sempre più alta, questo richiede l'impiego dell'ingegneria genetica accanto ai tradizionali metodi di coltura. Sono già in corso studi per perfezionare le tecniche di formazione e fusione dei protoplasti e le successive colture axeniche degli ibridi risultanti, come anche le tecniche di clonazione da tessuti espiantati (Evans 1989). Recentemente sono state predisposte sonde geniche per identificare i geni coinvolti nella sintesi di un componente specifico della molecola di polisaccaride algale. I geni isolati potranno essere così clonati ed espressi in organismi di più facile allevamento, consentendo una produzione polisaccaridica su larga scala rispetto all'alga originaria. Questo tipo di approccio, se raggiunto, rivoluzionerebbe l'industria dei ficocolloidi e fornirebbe, anche, un sistema per produrre nuovi polimeri con nuove proprietà. Senza alcun dubbio, il futuro mostra un utilizzo sempre più esteso e raffinato dei polisaccaridi algali, insieme alla evoluzione delle tecniche di sintesi.

Tabella 1 - Composizione chimica dei principali polisaccaridi algali usati nell'industria alimentare (da Guist G.G., 1990 mod.)

Idrocolloidi
Unità saccaridiche ripetitive
% Esteri solfati
% 3,6 anidrogalattosio
Agar D-galattosio
3,6-anidro-L-galattosio
1-51
Kappa-carragenano D-galattosio-4-solfato
3,6-anidro-D-galattosio
20-252
35-402
Iota-carragenano D-galattosio-4-solfato
3,6-anidro-D-galattosio-2-solfato
35-402
30-322
Lamba-carragenano D-galattosio-2-solfato
D-galattosio-2,6-disolfato
40-452
02
Furcellarano D-galattosio
D-galattosio-4-solfato
3,6-anidro-D-galattosio
30-333
16-203
Alginati Acido D-mannuronico
Acido L-guluronico

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Fig. 1 - Carragenani; unità disaccaridiche ripetitive (idealizzate) (da Mc Candless E.L., 1981 mod.)

Fig. 2 - Agarosio; unità disaccaridica ripetitiva (da Mc Candless E.L., 1981 mod.)

Fig. 3 - Componenti dell'acido alginico a) acido poliguluronico b) acido polimannuronico (da Mc Candless E.L., 1981 mod.)