Fonti Energetiche
alternative
I biocarburanti
L’azione principale da condurre contro il riscaldamento climatico consiste innanzitutto in una riduzione severa e duratura dell’inquinamento carbonico globale, che deriva dall’utilizzazione massiva del petrolio, del carbone e del gas. Ma possono essere previste delle azioni collaterali. Una di queste sarebbe di iniettare sotto terra o sott’acqua l’anidride carbonica (CO2) prodotta dalle centrali elettriche a combustibili fossili.
Parecchi progetti di
ricerca vengono attualmente perseguiti in questa direzione, sia in Europa che
nell’America del Nord. Una delle esperienze più avanzate è condotta sul campo
petrolifero di Sleipner, nella parte norvegese del Mare del Nord, dalla società
Statoil. Questo progetto, denominato
Sacs (Stoccaggio di CO2 in ambiente
acquifero salino) è finanziato dal 5° programma quadro europeo di R&D per una
cifra di 1.24 milioni di euro fino ad oggi.
Dal 1996, l’esperimento ha
permesso d’iniettare circa un milione di tonnellate di CO2 all’anno nel deposito
di Sleipner. I risultati degli studi scientifici lasciano sperare che lo
stoccaggio di questo gas sia tecnicamente fattibile e anche efficace da un punto
di vista ecologico. Il gas carbonico, compresso a 73 atmosfere, passa così dallo
stato gassoso allo stato liquido prima di essere iniettato a mille metri di
profondità, in una spessa falda di arenaria acquifera sottomarina. Il gas
liquefatto risospinge l’acqua nella quale è chiamato a dissolversi
progressivamente nello spazio di due tre anni.
Il direttore del progetto
Sacs, Tore Torp, ha indicato che
secondo uno studio recente, l’iniezione di gas carbonico liquefatto sotto i
fondi marini mediante la migliore tecnologia disponibile attualmente costerebbe
40 euro per tonnellata. Se si considera che la combustione di una tonnellata di
carbone produce tre tonnellate di CO2, il prezzo del carbone dovrebbe così,
teoricamente, essere gravato da una tassa CO2 di 120 euro per tonnellata, che
moltiplicherebbe il suo prezzo di circa tre volte !
Una soluzione meno costosa
è studiata al Saskatchewan, una provincia situata al centro del Canada nel
quadro del progetto Weyburn, con cui i partner del progetto europeo hanno
peraltro annodato rapporti di collaborazione. Il campo petrolifero di Weyburn,
scoperto nel 1954, ha un potenziale di produzione valutato in 1.3 miliardi di
barili (un barile = 159 litri), di cui un terzo circa ha potuto essere pompato
sfruttando la pressione naturale del giacimento e poi procedendo a iniezioni di
acqua. I geofisici hanno calcolato che il recupero del petrolio grezzo potrebbe
essere portato al 50% mediante iniezioni di gas carbonico a 1400 metri sotto la
superficie del suolo.
Prospettiva affascinante
dal doppio risultato: si aumenta il rendimento di un giacimento petrolifero e si
neutralizza una quantità di CO2 stimata a circa 19 milioni di
tonnellate. I poteri pubblici regionali e federali hanno già stanziato 3 milioni
di dollari canadesi (circa 2 milioni di euro) per il progetto. Il quale
dovrebbe, se tutto va bene, permettere di stoccare in venti anni, nel sottosuolo
di Weyburn, 20 milioni di tonnellate di gas carbonico. Se l’esperienza sarà
conclusiva, potrebbe aprirsi una via interessante di riduzione delle emissioni
carboniche.
Un altro antagonista del
riscaldamento climatico, questo di carattere naturale, sta per essere messo in
evidenza dal programma di ricerca parforce ( acronimo che designa la
formazione di particelle nell’ambiente costiero) coordinato dall’Università
irlandese di Galway. I ricercatori coinvolti in questo programma hanno messo in
evidenza un fenomeno che potrebbe parzialmente bilanciare il rafforzamento
dell’effetto serra ad opera dell’inquinamento carbonico. Questo potrebbe essere
in qualche modo il suo antidoto. Il riscaldamento sembra infatti favorire la
crescita delle alghe e del plancton marino. Queste specie primitive sono
emettitrici di vapori di iodio, che si combinano con l’ozono sotto l’azione
delle radiazioni solari e producono delle particelle di aerosol di ossido
iodato. Ora questi aerosol amplificano la formazione di brume e di nuvole che
impediscono ad una parte dei raggi solari di raggiungere la superficie terrestre
ed hanno dunque un effetto di raffreddamento.
“Questa
nuova scoperta rappresenta un progresso notevole per la previsione del
cambiamento climatico perché nessun modello previsionale attualmente prende in
conto questo fattore”, ha
commentato Philippe Busquin, commissario alla Ricerca dell’Unione europea. Se si
considera che gli oceani ricoprono quasi il 70% del globo, l’azione
antiriscaldamento delle alghe e del plancton potrebbe infatti essere molto
significativo. Gli associati al progetto Parforce si accingono a verificare se
il fenomeno constatato lungo la costa atlantica dell’Irlanda si produce a scala
più grande.
(Fonte: Athena 183, sett. 2002)
18/11/02