Alfalfa - l’erba medica dal nome botanico Medicago sativa - alimentazione preferita per le vacche da latte e altro bestiame, è sempre stata una pianta pioniera. Dotata della capacità di produrre i suoi fertilizzanti azotati, alfalfa può costituire la linea avanzata per i suoli poveri. Essa arricchisce il suolo in modo tale da aprire la via alle foraggiere e agli arbusti per allignare e perfino dominare il paesaggio.
Così non dovrebbe costituire
sorpresa che alfalfa abbia ancora oggi un ruolo pionieristico. Gli
scienziati sostengono che ha il potenziale di prima pianta biocombustibile con duplice
vantaggio , e cioè i suoi steli sarebbero raccolti per combustibile e le
foglie per foraggio e altri prodotti.
Si può anche coltivare
Alfalfa come risorsa
rinnovabile in sostituzione di altri prodotti basati sul petrolio, come
plastiche e fertilizzanti azotati ed anche per ridurre la richiesta di altre
risorse non-rinnovabili, come fertilizzanti al fosforo, che devono essere
estratti dalle miniere. Inoltre, questa pianta foraggiera può pulire terreni e
acque dai contaminanti ed anche prevenire tali contaminazioni.
JoAnn
F.S. Lamb, una coltivatrice che collabora con un team di cinque scienziati al Plant Science Research Unit dell’ARS a San Paul, Minnesota, dedita ad incrementare l’alfalfa sul
territorio, incoraggia gli agricoltori a coltivarla per i suoi benefici
ambientali, ma sa che deve crescere il valore in dollari dell'alfalfa prima che
molti agricoltori la considerino una coltura conveniente.
Carroll P.
Vance, fisiologo vegetale dell’ARS dice: ”Stiamo sviluppando nuove varietà di
alfalfa per questo mondo in cui i fertilizzanti e la benzina possono un giorno
essere così costosi da porsi fuori del mercato o non essere disponibili”.
La Plant Science
Research Unit ha ricevuto nuovi finanziamenti destinati alle bioenergie da
parte del Dipartimento dell’Agricoltura degli Usa.
Incroci
di alfalfa per vari usi
La produzione di alfalfa è per l’appunto
una delle molte vie per fare di alfalfa una coltura più redditizia. Il team di
ricerca spera di realizzare molte nuove varietà di alfalfa, sia per bioenergia
che per foraggio: una con elevato valore nutritivo nelle sue foglie per il
foraggio bovino; un’altra per la coltivazione in suoli marginali; un’altra per
fissare più azoto nel suolo per successive colture; altre per sottrarre
l’eccesso di fertilizzanti e pesticidi; e una ancora per creare prodotti
industriali nelle sue foglie, sia come medicine, enzimi industriali o
plastiche.
Questi aspetti potrebbero essere
combinati in varietà destinate a mercati di nicchia o generali. Ad
esempio, l’alfalfa bioenergetica potrebbe aumentare la sua redditività mediante la produzione
di un foraggio migliore o di prodotti industriali nelle sue
foglie.
Alfalfa per
combustibili
Nuove alfalfa svilupperanno probabilmente il
loro carattere ereditario alla terza generazione di una nuova varietà di alfalfa
per bioenergia coltivata dal team di ricerca. Essa ha gli steli più spessi del
normale in modo tale che la pianta non si abbatta su sé stessa e offra così
maggiore materiale da cui ricavare etanolo.
Per procurarsi il materiale
parentale, Lamb e colleghi hanno incrociato varietà europee coltivate per
resistere al piegamento dei loro steli, con moderne varietà di alfalfa
sviluppate per l'alimentazione delle vacche da latte. Deborah A. Samac, patologa
vegetale dell’ARS, lavora con il gruppo di Lamb per assicurare che l’ibrido
europeo sia dotato di resistenza alle malattie e agli insetti parassiti delle
piante Usa.
Con i nuovi
finanziamenti per le bioenergie, Hans Jung, uno scienziato del settore lattiero
dell’ARS, svilupperà dei test per monitorare i tipi di alfalfa in ragione delle
variazioni nella quantità dei vari carboidrati e della loro facilità di
conversione in etanolo. Jung, Lamb e Samac sperano di migliorare questa
conversione mediante l’introduzione negli steli di più zuccheri e amidi che
dovrebbero renderli più digeribili sia per il bestiame che per i microbi della
conversione in etanolo.
Jung sottolinea similarità in aree apparentemente disparate: produzione
di etanolo e digestione animale. Infatti i rumeni dei bovini sono delle vere
vasche di fermentazione, versioni naturali dei tini industriali usati per
produrre etanolo. E in entrambi sono i
microbi a compiere la digestione. Jung studia anche i vari gradi di
resistenza alla disgregazione dei carboidrati della parete cellulare per
identificare la via per migliorare l’alfalfa.
Usando metodi di selezione e
coltivazione, Lamb sta sviluppando linee di alfalfa che incorporano tratti
genetici benefici, tipo più zuccheri, steli più grandi, e migliorata
fermentazione. Il primo ciclo di questo processo di selezione è già stato
completato per molte caratteristiche che si tradurranno alla fine in alfalfa più
digeribile e più efficiente nella produzione di etanolo.
Con parte di questi nuovi finanziamenti
per le bioenergie, Ars si propone di assumere un biochimico/genetista per
indagare quali tratti genetici sono necessari per la conversione degli steli in
etanolo attraverso la fermentazione e trovare i geni per queste
caratteristiche.
“Questo
è un nuovo terreno. Non conosciamo ancora quali tratti genetici siano più
desiderabili per la conversione in etanolo”, dice Samac. “Il processo di
conversione è complesso, in quanto coinvolge zuccheri, amidi, cellulosa, e
lieviti di fermentazione”.
Vance si è chiesto se parte delle radici e delle corone dell’alfalfa
possono essere usate per la produzione di etanolo. Il suo collega, Michael P.
Russelle, scienziato del suolo dell’ARS, sta lavorando con Lamb, Jung e colleghi
dell’Università del Minnesota per verificare questa ipotesi. Essi analizzeranno
queste parti delle piante per vedere quale percentuale può essere raccolta senza
creare danno alla capacità delle piante di depositare azoto e carbonio nel
suolo.
Un’alfalfa resistente a funghi
Come il resto del team,
Samac ha anni di esperienza con l’alfalfa. Il suo ruolo è di trovare e inserire
geni in alfalfa che creeranno colture migliori di quelle tradizionali e una
coltura industriale più redditizia per combustibili, plastiche, o altri prodotti
con valore aggiunto.
Un’area d’interesse è la resistenza alle malattie, particolarmente alla
Phoma medicaginis, una malattia
fungale delle foglie. I membri del team stanno identificando dei tipi di alfalfa
che sono altamente resistenti al fungo così che “ la pianta possa attivare i
meccanismi di resistenza al fungo”, afferma Samac che ha, nell’Università del
Minnesota, un ricercatore che sta indagando su variazioni naturali nel fungo,
informazioni importanti per selezionare piante di alfalfa più
resistenti.
Samac sta anche
valutando l’uso di batteri che producono un antibiotico fungicida. Applicati
come una polvere al suolo, i batteri rivestono le foglie delle piantine
emergenti e combattono il fungo. Analisi in laboratori hanno dato buoni
risultati; il prossimo passo è
vedere se tale progetto si riveli altrettanto valido in campo aperto.
Varietà di alfalfa per
plastica e biorisanamento
Per
creare una coltura industriale,
Samac ha aggiunto geni che hanno fatto di alfalfa una fabbrica di prodotti
plastici, producendo nelle sue foglie grani di una plastica naturale biodegradabile.
Samac pensa ci sia una buona probabilità che alfalfa produca sufficiente
plastica vantaggiosa commercialmente. E' anche alla ricerca di partner
esperti nel superare la barriera della parete cellulare.
Nell’intento di offrire ad alfalfa
una sponda nei suoli marginali, Samac e Vance hanno aggiunto un gene che produce
un enzima chiamato "malate dehydrogenasi", o MDH. Samac ha trovato che
esso aiuta alfalfa a tollerare l’alluminio, il quale diventa tossico in suoli
marginali acidi.
Essa ha
anche aggiunto un gene ad alfalfa che la mette in grado di detossificare
l’erbicida atrazina. Samac ha lavorato anche con gli scienziati dell’Università
del Minnesota per creare piante che detossificano l’atrazina. L’Università ha
brevettato la tecnica. Presto un altro ricercatore lavorerà con Samac sull’espressione di
un nuovo gene che consenta alla pianta di degradare atrazina in quantità
sufficiente per essere utilizzata nel risanamento dei suoli e delle acque
contaminate.
Russelle
considera alfalfa una valvola di sicurezza nel ciclo dell’azoto: “Tutti pensano
che le leguminose come alfalfa aggiungano azoto al suolo solo mediante la
fissazione dell’azoto che proviene dall’aria. Ma in realtà esse sono flessibili.
Assorbono nitrato dal suolo e fissano il resto di cui hanno bisogno
dall’aria”.
Russelle
ha lavorato per parecchi anni sull'uso di alfalfa e altre piante perenni per il
biorisanamento (pulizia) dai nitrati e altri potenziali inquinanti cercando nel
contempo altre vie per usare le leguminose per prevenire le contaminazioni. Egli
ha guidato un team che ha usato alfalfa per ripulire lo spargimento di ammoniaca
causato da un treno deragliato nel Nord Dakota dopo che tutte le tecniche di
pulizia erano fallite. Egli ritiene che enormi benefici sulla qualità dell’acqua
si possono ottenere mediante il piazzamento strategico di alfalfa sui territori
degli USA. Per questo sta usando modelli di simulazione al computer e compiendo
mappature per identificare le località.
“Le piante perenni come alfalfa, possono quasi eliminare le perdite in
quanto esse iniziano la crescita ai primi di aprile - quando il suolo sgela
nella nostra regione - e ricevono acqua e nitrati. Le colture annuali non
avviano la crescita fino a giugno, dando ai nitrati due mesi in più in cui
lisciviare verso i corsi d’acqua “, sostiene Russelle. “Le perenni continuano
anche a ricevere acqua e nitrati più oltre in autunno”.
Per ottenere le stesse riduzioni nella
lisciviazione dei nitrati, gli agricoltori dovrebbero ridurre di tanto l’uso dei
fertlizzanti azotati che avrebbero raccolti inaccettabilmente bassi.
Lo
scienziato sta lavorando con il Lincoln-Pipestone Rural Water Board, di
Lake Benton, nel Minnesota, sull’uso di alfalfa per abbassare i livelli di
nitrato nelle acque di pozzo nelle campagne del Sudest del Minnesota. La
comunità miscela acqua proveniente da vari pozzi per abbassare i livelli dei
nitrati, ma non può ancora andare al disotto del livello standard delle 10 parti
per milione fissato dall’U.S. Envirinmental Protection Agency per le
acque potabili. Russelle e David W.Kelley (un ex scienziato di ARS che ora opera
all’Università di St.Thomas di ST.Paul, nel Minnesota), stanno producendo mappe
delle aree di protezione dei punti di risorgenza che mostrano dove l’alfalfa
dovrebbe essere piantata per proteggere l’acqua di falda.
In qualche posto, la piantagione
strategica di piante perenni come alfalfa può non essere sufficiente a
proteggere la qualità delle acque di falda, così Russelle sta sviluppando un
sistema per rimuovere il nitrato dagli acquiferi poco profondi. Chiamato
fitofiltrazione, il procedimento comporta lo scorrimento delle acque contaminate
di falda attraverso la zona delle
radici di alfalfa per rimuovere il nitrato e consentire alle acque pulite di
rifluire nell’acquifero. Nella parte centrale del Minnesota orientale Russelle e
i suoi colleghi hanno usato le tecnica di ripulire l’acqua di irrigazione dalle
50 parti per milione (ppm) di nitrati/azoto a ben al disotto di 5 ppm.
“Questi risultati sono molto
promettenti”, dice Russelle.” Noi produciamo foraggio di alto valore o colture
energetiche e acqua più pulita. L’acqua è sicuramente potabile in termini di
livello dei nitrati, ma dovremo superare altri problemi, tipo gli aromi derivati
dal contatto con le radici della pianta.”
Russelle sta anche cominciando
a sperimentare un’idea che ha da parecchi anni per controllare la lisciviazione dei
nitrati, e cioè le biocortine perenni.
Queste sono sottili strisce di alfalfa o
di altre perenni piantate sopra tubi di drenaggio sotterrati. Negli Usa, tali
tubi collegano sotterraneamente più di 75 milioni di acri di suoli malamente
drenati. Grandi quantità dei nitrati che contribuiscono a creare la "Dead -
Zone"del Golfo del Messico sembrano provenire dai territori agricoli del Midwest
attraverso tubi di drenaggio che
scolano in canali che alla fine confluiscono in torrenti e fiumi.
Russelle e alcuni colleghi
dell’Università del Minnesota hanno misurato perdite di 30 fino a 80 libbre di
azoto per acro dovute al drenaggio dei suoli dove vengono coltivati il mais e la soia. Meno di cinque libbre per
acro le perdite sotto alfalfa e altre foraggiere perenni.
“Le biocortine perenni - dice Russelle -
sono esempio di un altro uso strategico di alfalfa, dove maggiori benefici
ambientali potrebbero essere ottenuti con la riduzione delle perdite di nitrati,
“. Egli sta lavorando con l’Università del Minnesota e con l’ARS National Soil Tilth Laboratory di Ames,
Iowa, per verificare questa ipotesi.
Russelle, Vance e Samac stanno
anche analizzando i dati provenienti dalla coltivazione di alfalfa su suoli
misti a fanghi provenienti dall’impianto di trattamento delle acque di scolo
municipali. Il fango contiene tipicamente zinco, nichel e altri metalli pesanti
che possono essere tossici. Varietà che producono MDH di Samac possono essere
buone candidate per l'assorbimento di metalli.
L’attenzione di Vance è rivolta
al miglioramento della fissazione biologica dell’azoto per alfalfa e altre
foraggiere nonché sul miglioramento del processo di maggiore acquisizione di
fosforo dal suolo da parte della pianta. Vance ha anche isolato molti geni,
compreso uno che produce MDH. Ha scoperto che questo gene ha pure aiutato
alfalfa a fissare più azoto e ad assorbire più fosforo del suolo.
Ecco come funziona la ricerca
d’ingegneria genetica,” dice Samac, "fai girare una ruota e vedi cosa altre
ruote potrebbero girare.. E’ bello quando si trovano geni dai molteplici
benefici”.
(Il servizio è a
cura di Don Comis, ARS. Le ricerche trattate sopra fanno parte del Rangeland, Pasture, and Forages, un Programma Nationale dell’ARS).
Per ulteriori
informazioni: comis@ars.usda.gov
Fonte "Agriculture Research" luglio 2002
28/04/03