Un "Giardino dell'Eden" all'Oasi di sant'Alessio per interagire con gli
animali selvatici
Nel parco
naturalistico Oasi di Sant'Alessio, in provincia di Pavia, angolo incontaminato
della
nostra pianura, è possibile vivere un'esperienza unica: osservare e avvicinare
esemplari
di animali
autoctoni completamente selvatici. Nasce il Giardino dell'Eden, una
straordinaria
modalità di scoperta e interazione con alcune
delle specie animali più rare e protette
Nell'Oasi di Sant'Alessio, il parco naturalistico alle
porte di Pavia, un gruppo di studiosi si dedica da quasi trent'anni alla
reintroduzione in natura e alla protezione di specie autoctone. Alcuni
esemplari di queste specie, dopo essere stati rilasciati, hanno conservato una
certa fiducia negli operatori dell'Oasi così come, fatto assai singolare, è avvenuto per molti esemplari selvatici, che hanno cominciato ad interagire con
loro.
Oggi,
popolazioni di Falchi Pellegrini,
Gheppi, Gufi di varie specie, Conigli selvatici, Lepri, Mignattai, Aironi,
Cicogne, completamente selvatici, dimostrano
di non essere disturbati dalla presenza dell'uomo. Quasi ogni settimana una
nuova specie si aggiunge a quelle che già ora possono essere osservate a pochi
metri di distanza, talvolta quasi toccare.
In linea
con la filosofia che dieci anni fa ha portato all'apertura al pubblico
dell'Oasi, nella ferma convinzione che l'amore per la natura induce al suo
rispetto e alla sua conservazione, gli
operatori dell'Oasi hanno scelto di coinvolgere i visitatori in un'esperienza
straordinaria dal grande valore naturalistico: l'osservazione da vicino delle
specie selvatiche. E' stato quindi messo a punto il "Giardino dell'Eden", una nuova modalità di osservazione
che va ad aggiungersi ai numerosi progetti finalizzati alla divulgazione scientifica varati negli
ultimi anni.
Il nuovo progetto arricchirà i percorsi del Parco, tutti di grande interesse scientifico per le specie che
popolano le diverse aree in un contesto di semilibertà o libertà assoluta e immensamente emozionanti per i visitatori
di ogni età: le Zone Umide, la Foresta Pluviale Amazzonica, il Giardino delle
Farfalle, il Giardino Botanico della Domesticazione ed "Exploranatura", un vero e proprio laboratorio con efficaci
dimostrazioni sui fenomeni più diffusi in natura, come ad esempio la fotosintesi, la mimetizzazione e le
conseguenze nefaste sull'ambiente delle azioni insensate dell'uomo.
Gli ospiti dell'Oasi sono resi partecipi del
lavoro scientifico e protezionistico in corso
di realizzazione, facendo in modo che i
processi di riproduzione, ripopolamento e rinselvatichimento, concepiti e
condotti con tecniche all'avanguardia e su larga scala, siano sempre
osservabili, verificabili e comprensibili anche ai bambini.
Dal 1994, ogni anno nel periodo da marzo a
ottobre l'Oasi è aperta ai visitatori che, non
visti dagli animali grazie a tunnel e percorsi nascosti dotati di finestrelle,
possono osservare "in diretta" tantissime specie selvatiche nel loro
habitat naturale: dagli Aironi ai Bradipi, dall'Aquila Reale ai Castori. Questi
ultimi, lo scorso anno, si sono riprodotti per la prima volta al mondo in
cattività, dando alla luce tre piccoli.
L'Oasi è aperta dal Martedì alla Domenica e nei
Lunedì festivi e prefestivi dalle ore 10.00 alle ore 20.00 (ingresso fino alle
ore 18.00). Il costo del biglietto è di 9 Euro per gli adulti e 6 Euro per i
bambini dai 3 ai 12 anni. L'ingresso è gratuito per i
portatori di handicap. Scuole e comitive possono prenotare visite guidate.
Per informazioni:
tel. 0382 94139 - www.oasisantalessio.com.
Ufficio
stampa Oasi di Sant'Alessio: Area Consulting - Milano - tel. 02 40093602 -
area@area.fastwebnet.it
Francesca
Savoia: 338 8141386 - Laura Zocchi: 338 5688321
LE MERAVIGLIE
DELL'OASI
Giardino delle farfalle selvatiche. Da maggio a ottobre si
possono osservare le magnifiche farfalle europee, attirate dai fiori di cui si
nutrono, che si cibano e si riproducono liberamente. Realizzato nel 1999,
questo giardino funziona splendidamente per l'osservazione di esemplari
selvatici.
Oltre alle farfalle europee
selvatiche, è possibile osservare il ciclo completo delle farfalle esotiche
allevate nelle serre (v. p.to 18), dove vivono e si riproducono sulle centinaia
di specie di piante tropicali a loro disposizione.
Il fiume: un corso d'acqua in miniatura
con i suoi abitanti, dai laghetti alpini alla foce.
Otto punti di osservazione
permettono di vedere "in diretta", attraverso finestre subacquee, la
vita dei pesci e delle piante acquatiche. L'appostamento per l'osservazione
ravvicinata del martin pescatore libero e selvatico.
Stagno dei fenicotteri, cicogne e mignattai, in libertà. Lo stagno ospita esemplari
riproduttori di cicogne e fenicotteri, i cui piccoli una volta adulti vengono
rilasciati. Inoltre ospita i mignattai rilasciati in natura, nati da coppie di
riproduttori ospitati nella garzaia.
Voliera dei Falchi Pellegrini. Sant'Alessio è stato, fin dagli anni '70, il
primo centro Italiano per la riproduzione del falco pellegrino. In quegli anni
infatti questo animale ha rischiato l'estinzione in natura a causa dell'uso di
pesticidi (DDT) che, indebolendone il guscio dell'uovo, ne ha causato la
sterilità. Nel corso di questi anni sono stati liberati circa 15 esemplari nati
nel nostro centro. Ora il falco pellegrino gode di splendida salute allo stato
selvatico grazie al divieto dell'uso di pesticidi contenenti DDT. La voliera
dei falchi pellegrini, visibile ai visitatori, ospita una coppia di
riproduttori, da cui nascono i falchi che vengono liberati nell'Oasi.
Voliera delle paludi: spatole, aironi, mignattai, piccoli
trampolieri, anatre. Questa voliera è stata studiata con un'ambientazione ideale per
gli animali di palude. Allo scopo di reintrodurre le specie in natura qui sono
stati allevati mignattai (Plegadis falcinellus) e spatole europee (Platalea
leucorodia), poi liberati all'interno dell'Oasi. Tutti i mignattai liberati non
hanno mai lasciato l'Oasi di Sant'Alessio e hanno nidificato durante il primo anno
di libertà all'interno della garzaia. In
questo momento, allo stato selvatico, vi sono nove esemplari di mignattai.
Palude per gli uccelli di passo
In questa zona lasciata
brada, si possono vedere, a seconda delle stagioni, ibis, cicogne, aironi,
anatidi, e in qualche occasione una spatola, o i cavalieri d'Italia che sono
stati liberati negli anni precedenti, e che scelgono di fermarsi nel luogo dove
sono nati, lungo la strada della migrazione.
Garzaia: dal 20 marzo ad agosto, la nidificazione di 300 e più coppie di aironi. I nidi sono visibili attraverso vetri a specchio, da cui gli
animali non possono vedere lo spettatore, che si gode quindi uno spettacolo
unico. Nel 1999 il picchio rosso maggiore ha nidificato a pochi metri dal
vetro, rendendo possibile la visione dell'intero ciclo di nidificazione di
questo splendido animale.
Lo stagno dei castori europei. In questo stagno vive una coppia di castori
europei, che costituisce
l'inizio di una colonia destinata alla reintroduzione in natura. Questo animale,
infatti, nel nostro Paese, era scomparso in natura addirittura nel 1600, a
causa della predazione effettuata da parte dei cacciatori di pellicce. Grazie
ad un programma di reintroduzione, la coppia di castori europei ospitata
nell'Oasi lo scorso anno ha dato alla luce tre piccoli, e rappresenta il primo
caso in Italia di riproduzione in cattività. Anche quest'anno la coppia si
prepara a riprodursi: i tre piccoli sono stati spostati in un'area separata,
per evitare che venissero soppressi dai loro stessi genitori in previsione di
nuove nascite.
La palude per la liberazione dei cavalieri d'Italia
Il tunnel subacqueo: otto grandi finestre subacquee consentono di
osservare, non visti, la vita degli uccelli acquatici, dei pesci, dei castori. Il visitatore è portato sotto
il livello dell'acqua, per mezzo di un tunnel che si immerge al centro di una
serie di stagni, popolati da uccelli, quali le avocette, la pesciaiola, o il
martin pescatore. E' quindi possibile, con un'attesa di pochi minuti, assistere
alle loro evoluzioni tra la flora dello stagno alla ricerca di piccole prede.
Uno spettacolo straordinario che ogni naturalista sogna di vedere almeno una
volta nella vita.
Visioni nella foresta: un percorso segreto consente di osservare
alcuni degli angoli più suggestivi del bosco e della garzaia
La foresta pluviale.
Il percorso inizia fra le chiome di una foresta pluviale sommersa
e prosegue in un bosco di felci arboree in un ambiente all'aperto con le piante
e gli uccelli della foresta amazzonica.
Percorrendo il sentiero
all'interno della voliera di 3.500 metri quadrati si scoprono i nidi degli
splendidi ibis scarlatti, che nidificano sulle cime degli alberi, al riparo dai
predatori; in un'isola della foresta, una famigliola di scimmiette (Uistiti dai
pennacchi bianchi) vive e si riproduce all'aria aperta.
Il complesso delle quattro
serre (più una tecnica non accessibile ai visitatori) è concepito come un
ambiente che deve essere, almeno in parte, in equilibrio: farfalle e colibrì si
nutrono dei fiori, i predatori come le formiche vengono controllati dai rospi,
i parassiti delle piante, come la terribile cocciniglia, da insetti predatori.
In un ambiente così complesso si possono studiare fenomeni mai osservati.
Voliera dei tucani e dei formichieri arboricoli.
Prima serra delle farfalle: tre specie di farfalle (Caligo,
Heliconius charitonius, Attacus atlas) vivono e si riproducono spontaneamente
in un ambiente tropicale.
Da aprile a settembre
inclusi, il Tropicarium ospita una vasta popolazione di farfalle tropicali. E'
possibile osservare alcune delle più belle specie conosciute (in particolare la
Morfo dell'Amazzonia, la Ulisse del Sudest asiatico, la Ornitoptera della Nuova
Guinea e decine di altre specie) vivere e riprodursi in modo naturale.
Alle farfalle abbiamo
dedicato due serre: nella prima vivono, totalmente autonome, le Caligo e le
Eliconie: nascono, si riproducono e rinascono a spese della vegetazione locale.
Nella seconda immettiamo giornalmente gli esemplari che nascono nel nostro
allevamento.
Acquario dell'Amazzonia, ambiente delle mangrovie.
L'habitat dei galletti di roccia (la radura della foresta
amazzonica).
In un angolo della serra
tropicale principale, è stato ricostruito un pezzo di sottobosco
dell'Amazzonia, con una piccola sorgente, fra le felci e i muschi. Vi abita una
famiglia di galletti di roccia (Rupicola rupicola), dal meraviglioso color
arancio, celebri per le straordinarie danze con cui i maschi cercano di
attirare l'attenzione della compagna.
Seconda e terza serra delle farfalle e dei colibrì. Le più belle
farfalle dei tropici, allevate da noi, vengono settimanalmente inserite in
questo ambiente, popolato dai colibrì e dai fiori di cui essi e le farfalle si
nutrono.
Nelle voliere da
riproduzione, si possono osservare spesso i colibrì sui nidi. Nella serra
principale uno stormo vive i piena libertà ed è visibile mentre si libra per
aria, nutrendosi dal nettare dei fiori.
Sant'Alessio alleva i suio
colibrì (Amazilia amazilia, Lesbia nuna , Myrtis fanny, Colibrì coruscans Polyonimus caroli, Rhodopis vesper,
Thalurania furcata), seguendo i metodi e i consigli del grande allevatore
olandese Jack Roovers, che ha messo a punto il primo "protocollo" per
l'allevamento di questi meravigliosi uccelli.
Camaleonti
e iguane
Voliera dei cavalieri d'Italia, dei martin pescatori e dei
gruccioni
Voliere del recupero uccelli feriti: aquile, falchi, giovani
dell'anno allevati e in procinto di essere reintrodotti in natura.
L'Oasi di Sant'Alessio si
occupa di curare gli animali che vengono trovati feriti, siano essi uccelli o
mammiferi. Generalmente sono animali colpiti da cacciatori o travolti dal
passaggio di una macchina. Un veterinario, sempre presente nell'Oasi, si occupa
di visitare l'animale, ed eventualmente di prestargli le cure necessarie alla
sua riabilitazione. Spesso le cure si protraggono per lungo tempo,
essenziale in questi casi è fare in modo che la presenza umana non causi
nessuno stress all'animale. Solo quando il nostro amico sarà perfettamente sano
verrà reintrodotto nel luogo dove è stato trovato ferito. In qualche caso
l'animale non sarà più in grado di riprendere la sua normale vita selvatica,
allora verrà ospitato a vita presso l'Oasi, dove, se possibile, entrerà a far
parte di un programma di allevamento, per poter liberare l'eventuale prole
nata.
Stagno dei pellicani. Nell'ultimo stagno del percorso sono ospitati i pellicani
europei, definiti da Plinio pellicani di fiume, ma ormai estinti nei corsi
d'acqua europei.
Nidifica in colonie e depone
da due a tre uova. I piccoli sono alimentati da entrambi i genitori. Si ciba di
pesce che cattura con l'enorme becco.
Serra dei bradipi
Una delle serre del
Tropicarium è dedicata quasi esclusivamente a una piccola colonia di bradipi
(Choloepus didactilus). Il 17 novembre 1999, a conferma dell'ottimo lavoro di
ricostruzione dell'ambiente naturale che li ospita, è nato un piccolo
bradipino, di nome Amedeo, il primo della sua specie nato in Italia.
Il gruppo è costituito da un
maschio e tre femmine- oltre che, naturalmente, dal piccolo Amedeo.
Abbiamo potuto osservare un
comportamento inedito per questa specie, amata ma poco conosciuta: il piccolo,
fin dai primi giorni di vita viene affidato dalla madre ad una delle "zie", quando la prima deve avvicinarsi a terra - luogo poco amato
dai bradipi che vi si sentono indifesi -
per defecare o per mangiare. La madre riprende il piccolo solo all'ora
della poppata.
Gli uccelli giardinieri
Fra la Nuova Guinea e
l'Australia vivono due famiglie di uccelli, che si sono evolute da un unico
ceppo. Hanno in comune l'esigenza dei maschi di attrarre le femmine con
modalità straordinarie, uniche nel mondo animale.
La famiglia dei Paradisaeidae
ha puntato su una eccezionale evoluzione fisica: i maschi degli uccelli del
paradiso sono infatti fra le creature più belle esistenti (una famiglia di Cicinnurus regius è ospitata a
Sant'Alessio, e sarà visibile nei prossimi anni, quando lo spazio in cui vive
verrà reso visitabile). La famiglia dei Ptilonorhynchidae, o uccelli
giardinieri, ha invece puntato sul comportamento: il
maschio, per far sapere alla femmina quanto ricco e vasto è il suo territorio,
vi costruisce elaborati giardini di rami e foglie secche, li decora con fiori
frutti e foglie sempre freschi, e infine li dipinge con un misto di foglie
masticate e saliva. Poi invita la femmina, con danze rituali, al nido d'amore.
Che si badi, non è un nido. Questo verrà poi costruito, nella banale forma
della scodella, dalla femmina, che da sola alleverà poi la prole.
Sant' Alessio nel 1999 ha
ospitato la prima nidificazione in cattività dell'uccello giardiniere. Il
giardino è visibile nella serra dei Bradipi, alla base delle piante di
bamboo. Nelle ore più tranquille, si può osservare il maschio eseguire i
suoi lavori di manutenzione (cambia ogni giorno le foglie fresche e i frutti) e
danzare per la femmina.
INFORMAZIONI DI
SERVIZIO
1.
Orari, costo dei biglietti
d'ingresso e visite guidate
L'Oasi è aperta al pubblico da Marzo al 3 novembre, dal Martedì
alla Domenica, dalle ore 10.00 alle ore 20.00 (ingresso fino alle 18.00).
Aperto i Lunedì festivi. L'orario di apertura è comunque ristretto alle ore di
luce
Ingresso adulti compreso di tessera associativa annua: ¤ 9
Ingresso bambini da 3 a 12 anni compreso tessera associativa
annua: ¤ 6
Portatori di handicap in carrozzella: ingresso gratuito
Nell'Oasi non
sono ammessi animali domestici quali cani o gatti.
A disposizione
dei visitatori box ombreggiati per i cani.
Scolaresche e
visite guidate
E' possibile prenotare visite guidate all'Oasi per scolaresche o gruppi
di massimo 25 persone. Al biglietto d'ingresso va ad aggiungersi il costo della
guida, che varia a seconda della tipologia
(materna, elementare o media) e quindi della durata della visita. Si
parte da una visita guidata della durata di 1 ora (costo Euro 70) per i bimbi
della materna, fino alla visita completa dell'Oasi della durata di 4 ore (costo
Euro 140).
La presenza della guida consente di accedere al percorso Explora
Natura e partecipare agli esperimenti del laboratorio.
Per informazioni dettagliate e prenotazioni di visite guidate per
scolaresche e comitive, telefonare allo 0382 94139.
2. Aree giochi
e ristoro
Zona ristoro:
bar, servizi. All'interno
dell'Oasi c'e un piccolo ristoro al riparo del sole, dove si può trovare
qualche bibita fresca gelati e panini.
Zona pic nic. All'interno di un bosco di
noci si trova un'area pic nic al riparo dal sole o dalla pioggia, con tavoli
attrezzati.
Zona giochi. I bambini hanno a disposizione una zona priva di pericoli dove
possono giocare. E' stato allestito un campo di calcio e uno di pallavolo, i
più piccini si divertiranno a giocare nella sabbia preparata per loro.
Shop. Presso la biglietteria
possono essere acquistati poster, cartoline, animaletti giocattolo e altri
gadget dell'Oasi.
N.B. Sentieri e
camminamenti. I percorsi sono tutti battuti e drenati anche in caso di piogge recenti. Non è
necessario avere calzature particolari o da trekking. L’oasi è visitabile al
60% da persone disabili.
3.
Indicazioni stradali
Da Milano (25 Km).
Imboccare via Ripamonti, seguire sempre per Pavia, appena superato Lardirago
svoltare a sinistra per Sant’Alessio.
Da Pavia (6Km):
imboccare via Ferrini e poi sempre dritto fino all’indicazione per
Sant’Alessio.
Dall’autostrada
Piacenza-Torino (20 Km): uscita Broni,
seguire per Pavia fino al bivio per Milano (distributore Esso). Seguire le
indicazioni per Milano fino al bivio per Landriano Lardirago. Proseguire per
Lardirago fino al bivio per Sant’Alessio.
Dalla tangenziale Ovest di Milano (20 Km): uscita Pavia Val
Tidone, seguire le indicazioni per Pavia, appena superato Lardirago svoltare a
sinistra per Sant’Alessio.
RISPETTA E AMA LA NATURA:
COME COMPORTARSI ALL'OASI
Qualche raccomandazione per
i visitatori
L'osservazione della natura in un luogo
che, volutamente, è stato ricostruito per accogliere animali di passaggio,
proteggerli, farli riprodurre e rilasciarli, richiede da parte dei visitatori
un comportamento rispettoso e attento, che facilita peraltro l'incontro con
alcune specie selvatiche non abituate alla presenza dell'uomo.
Per questo è particolarmente importante
non alzare la voce o correre in prossimità degli animali che, spaventati,
fuggirebbero. Così come fondamentale è anche non uscire dai sentieri
delimitati, azione che potrebbe essere considerata dagli animali come
un'invasione di spazi "privati" e ne provocherebbe l'immediato
abbandono.
Strappare fiori e foglie, raccogliere
bacche, frutti, funghi significa privare gli "abitanti" dell'Oasi di
una risorsa fondamentale, sulla quale essi contano.
Le porte delle voliere devono essere
sempre richiuse con attenzione: è quindi indispensabile passarvi uno alla
volta, senza tenerle aperte per il visitatore successivo, ma richiudendole
subito dopo aver transitato.
Scalciare la ghiaia dei sentieri sui
prati ne determina la morte per soffocamento; buttare sassolini negli stagni
altera l'equilibrio per la perdita di
tutte le piante acquatiche e costringe ad un difficile lavoro di estrazione.
Infine, mai come in un giardino
naturalistico risultano particolarmente fuori luogo il mancato utilizzo dei
cestini per i rifiuti o il danneggiamento delle stuoie di canne, secche e
fragilissime.
Questi suggerimenti per un corretto
comportamento, rispettoso della natura, potrebbero risultare un po' restrittivi
soprattutto per i bambini, per i quali giustamente la visita all'Oasi è una
giornata di vacanza da vivere con gioia. L'osservazione di queste norme,
tuttavia, rappresenterà per loro l'occasione per recepire e applicare i primi
rudimenti di educazione ambientale.
E' importante inoltre ricordare che uno
spettacolo emozionante come l'avvistamento di un animale selvatico e
l'osservazione del suo comportamento, è meno difficile di quanto si immagini:
il martin pescatore, l'upupa, il tarabusino, i fenicotteri, gli aironi, le
cicogne, le anatre pescatrici, gli scoiattoli, le farfalle, i serpenti d'acqua,
i trampolieri, beccacce e beccacini possono essere avvistati anche dai meno
esperti, ma richiedono pazienza e silenzio. Gli allestimenti dell'oasi - tunnel
dotati di finestrelle, sentieri di stuoie in canna che attutiscono il rumore
dei passi, vetri specchiati tipo "confronto all'americana" -
facilitano senz'altro l'osservazione, con risultati di grande soddisfazione!
Un'ultima considerazione: alcune
manifestazioni naturali dell'ambiente, possono non risultare di immediata
comprensione ai visitatori: ad esempio, le acque dell'Oasi sono spesso
limacciose, non perché sporche o stagnanti, ma a causa delle carpe che le
abitano e che rimestano il fondo, che non è cementato. Inoltre le piante acquatiche
di qualche stagno fermentano, diffondendo un odore vagamente alcolico e le
alghe infestano ciclicamente sia gli stagni che i ruscelli, limitando la
trasparenza delle acque. Questi fenomeni sono forse meno "poetici"...
ma sicuramente testimoniano la volontà di studiosi, veterinari e botanici
dell'Oasi di lasciare che la natura faccia il proprio corso.
IL GIARDINO DELLE FARFALLE
I consigli degli esperti dell'Oasi per
realizzare il nostro Giardino delle farfalle.
Innanzitutto è necessario disporre di uno spazio molto soleggiato: le farfalle disertano
perfino i loro fiori preferiti, se sbocciano all’ombra.
Poi
pianteremo un minimo di tre Buddleie: una da potare a marzo, una a maggio e
l’altra da lasciare intonsa. Avremo così una fioritura estesa lungo tutta la
buona stagione.
Qualche
pianta di Lythrum salicaria, o salcerella, ci garantirà una profusione di
cavolaie e, in minore misura, tutte le altre farfalle nostrane. E’ quasi
introvabile per ora, presso i fioristi, ma è disponibile all’Oasi o si può chiedere a qualsiasi agricoltore la cortesia di prelevarne qualche esemplare -
che lui comunque distruggerebbe - lungo i suoi fossi.
La si
riconosce dalle lunghe spighe blu-viola e dalle fogli lanceolate. Ama avere le
radici all’umido.
Anche i
cardi che crescono lungo i fossi sono ricchi di nettare. Non raccogliamo le
piante, che non sopporterebbero il trapianto e sono protette, ma preleviamo, in
tarda estate, i semi, che germinano facilmente e possono essere messi a dimora
in qualche angolo meno in vista el giardino.
Poi
vengono due piante straordinarie, la Lantana e la Pentas. Le ricovereremo
d’inverno all’asciutto e al riparo dal gelo o le sostituiremo, a primavera,
trattandole come piante annuali: si trovano facilmente presso i vivaisti e
costano poco. La Lantana (che sia la Lantana camara, dal portamento cespuglioso
eretto e dai fiori rossi e gialli) è una pianta molto vigorosa che, in una sola
stagione, arriva a superare il metro di diametro. Sarà sempre carica di fiori,
dal colore tanto più intenso quanto più sole prenderà. Necessita, in estate, di
annaffiature abbondanti. All’inizio dell’inverno va potata a non più di 30 cm
dalla base.
La
Pentas (Pentas lanceolata) è una pianta da fiore diffusa solo da pochi anni. E’
un’aggiunta di valore a ogni giardino. Fiorisce fin oltre i primi freddi (ma,
come la Lantana, il primo gelo la fulminerà), non necessita di cure
particolari.
Preferiremo
la varietà a fiori rossi, rispetto a quelle più diffuse, bianche, rosa o viola
cardinale.
Altre
specie ricche di nettare sono l’alisso, l’aubetia, il Cheiranthus, L’Armeria
maritima, la lunaria, la Hesperis matronalis, la Valeriana, la reseda, il
Dianthus barbatus, la nepeta o erba gatta, la Phlox adsurgens, l’issopo, gli
Aster, la verbena, l’Echium wildpretii, il fiordaliso, l’eliotropio, la
Solidago, il Sedum, i meravigliosi Clerodendrum (quasi tutti da ricoverare al
caldo d’inverno), gli Edychium, impareggiabili per regalarci lo spettacolo
serale e notturno delle macroglosse e delle altre sfingi, il cui volo ha ben
poco da invidiare a quello dei colibrì.
Per
ospitare le larve sono necessarie piante completamente diverse: la natura ha
disposto che la larva della farfalla, mangiatrice di foglie, non distrugga la
pianta di cui vive l’adulto.
Basterà
per cominciare un mandorlo o un pesco (da non trattare con veleni) qualche
ciuffo di ortiche (non la varietà comune bensì la Urtica dioica, che si
distingue per le foglie più frastagliate), qualche carota e qualche pianta di
finocchio (meglio se selvatico, da semi racolti nel Sud o in Liguria). Come
base useremo un po’ di erba medica, di cui sono utili sia i fiori sia le
foglie.
Con
tante e tali varietà combinate fra loro il nostro giardino non ha nulla da
invidiare, per ricchezza di colori, a quello tradizionale. Le farfalle, che non
mancheranno di popolarlo e saranno sempre più numerose un anno dopo l’altro, lo
renderanno semplicemente straordinario. Da parte nostra, dovremo fare
attenzione a non usare veleni se non in casi rarissimi. Impareremo infatti a
riconoscere che la quasi totalità degli insetti nocivi può essere tollerata
perché comporta danni di portata limitata e impareremo a ricorrere alla
cosiddetta lotta biologica.
UN GLOSSARIO
PER NATURALISTI IN ERBA
BIODIVERSITA': l'abbondanza di specie
diverse, in particolare quelle che occuperebbero un determinato ambiente in
assenza dell'opera limitativa dell'uomo.
CONSERVAZIONE: l'insieme delle pratiche
tese a conservare una specie o un determinato ambiente naturale.
CONSERVAZIONE
IN SITU: le
pratiche tese alla conservazione di una specie senza rimuoverla dal suo
ambiente, di solito agendo sul contenimento dei predatori (uomo, carnivori);
sulla disponibilità alimentare (es. piantando vegetali adatti, incentivando
popolazioni di animali predabili); sulla qualità fisica dell'habitat (es. acque
più pulite); sulla disponibilità di spazio; sul disturbo da parte delle
attività umane (es. alpinismo in primavera).
CONSERVAZIONE
EX SITU: le
pratiche tese alla conservazione di una specie trasportando soggetti prelevati
da popolazioni più in salute, o reintroducendo individui riprodotti in
cattività. Generalmente è associata a interventi di conservazione in situ.
Pratica un tempo molto controversa, ma cui si ricorre sempre più di frequente.
Questo tipo di conservazione è la sola praticabile quando una specie è ridotta
a numeri che non ne consentono il recupero per vie naturali.
DOMESTICAZIONE: il processo, che dura
parecchie generazioni, per cui si crea una popolazione allevata dall'uomo e che
si riproduce in modo indipendente dalle popolazioni selvatiche parallele. Un
tempo questa pratica si univa a una pervicace attività tesa a modificare
morfologia e comportamenti delle popolazioni allevate. Oggi si tende, invece, a
mantenere strettamente le caratteristiche, anche della variabilità genetica,
della specie originale.
ESTINZIONE: la scomparsa di una specie.
Talvolta il concetto è esteso alla scomparsa di una sottospecie, o addirittura
soltanto di una popolazione, che è semplicemente un gruppo di individui che
occupa un determinato ambiente, ma il cui isolamento da popolazioni diverse non
è endogeno ma puramente dettato dalle circostanze.
GARZAIA: il luogo, generalmente un
bosco di basso o medio fusto, dove nidificano, in colonia, gli Aironi.
HACKING: Gli uccelli rapaci vengono
nutriti nel nido ben oltre il periodo dell'involo, praticamente fino alla loro
autonomia venatoria. Nel Medioevo si conosceva questo loro comportamento e lo
si sfruttava per ottenere falchi nidiacei (v. oltre) con qualità fisiche e di
comportamento simili a quelle di esemplari cresciuti in natura: i giovani si
recavano quotidianamente al nido, certi di trovarvi i genitori, con del cibo.
Tradizionalmente il soggetto veniva ricatturato subito dopo la prima
predazione. I naturalisti dei nostri giorni hanno riscoperto questo metodo
(applicato per la prima volta con questo scopo dall'Oasi di Sant'Alessio), che
consente percentuali di sopravvivenza dei giovani del tutto simili a quelle
degli esemplari allevati dai genitori, forse perfino superiori: gli individui
malati o feriti possono infatti essere salvati ed avere una seconda occasione.
IMPRINTING: un fenomeno scoperto da
Konrad Lorenz negli anni '20. Consiste nell'attitudine di ogni uccello di
identificare chi lo accoglie alla nascita come proprio genitore, e
conseguentemente nell'identificarsi con la sua specie. Nei casi estremi (il
rapporto con il genitore adottivo viene mantenuto fin oltre
l'"adolescenza", il piccolo viene allevato in assenza di fratelli),
l'esemplare non può neppure accoppiarsi con un conspecifico. Può tuttavia, con
un ulteriore addestramento, accoppiarsi, o tentare di farlo, con esemplari
della specie che ha funto da genitore. Soggetti "imprintati" vengono
talvolta appositamente allevati per usarli nella fecondazione artificiale.
NIDIACEI: uccelli prelevati dal nido
prima che siano capaci di volare. Per estensione, esemplari allevati in
cattività ma tolti dal nido prima dell'involo.
NIDIFICAZIONE
COLONIALE:
l'abitudine di certe specie di uccelli di nidificare gli uni vicino agli altri,
generalmente per godere di una miglior difesa dai predatori, ma talvolta anche
per distribuire le risorse alimentari (es. gli Aironi, che si approvvigionano a
grandi distanze dai
nidi, offrono cibo anche ai piccoli dei nidi vicini al proprio)
RADIOTELEMETRIA: una tecnica originariamente
messa a punto dai falconieri americani. Consiste nel munire l'esemplare da
rilasciare di un minuscolo radiotrasmettitore, che può essere piccolo come un
pisello e trasmette degli impulsi a distanze di un paio di chilometri o più,
per un periodo di una o due settimane. I grossi trasmettitori, della taglia di
una prugna, possono restare attivi anche per sei mesi, e possono essere
trasportati da uccelli della dimensione del Falco pellegrino (1 kg.).
Un'antenna direzionale consente di rilevare, con molta approssimazione, la
direzione in cui l'esemplare si trova. Una evoluzione di questa metodica
sfrutta i satelliti del sistema GPS e consente grande precisione e di seguire
il soggetto su tutto il globo. E' pesante e costoso.
RICOSTRUZIONE
AMBIENTALE: il restituire ad ambienti degradati, in particolare dall'agricoltura
industriale, o dismessi dall'uomo (es. cave, industrie, ma anche i bordi delle
strade, i parchi cittadini, i viali alberati), caratteristiche che li rendano
più adatti ad accogliere animali e piante.
RECUPERO: la pratica di curare e
tentare di rimettere in libertà soggetti feriti o "caduti dal nido".
Una ricerca condotta dalla LIPU poco dopo il 1980 ha dimostrato che solo il 5%
circa degli esemplari sopravvive a un anno dal rilascio: evidentemente la
menomazione subita par un trauma devastante come una fucilata (un pallino da
caccia sta al corpo di un uccello come una palla di cannone sta a quello di un
uomo) rende difficile un recupero fisico sufficiente. Oggi la pratica è prevalentemente portata avanti per le sue implicazioni didattiche e come metodo
di finanziamento delle Associazioni.
REINTRODUZIONE:
la fase in
cui un animale riprodotto in cattività o ferito viene restituito alla natura.
La tecnica tradizionale consiste nel portare il soggetto nel suo habitat
naturale, munito o meno di attrezzatura di radiotelemetria e successivamente
cercare di aiutarlo, qualora si trovi in difficoltà. E' un metodo molto
costoso, perchè per dare i migliori risultati necessita dell'assistenza di due
e fino a sei persone, in più turni, per almeno quattro mesi. Al termine di
questo periodo, l'esemplare, salvo si tratti di un grande rapace, viene
considerato equivalente a uno selvatico, con una prospettiva di vita normale.
Ma le perdite in quei pochi mesi si devono valutare fra il 30 e il 70% e oltre.
Per gli uccelli rapaci si usa molto la tecnica dello hacking (v. oltre), che
può dare risultati molto superiori.
REINTRODUZIONE
GRADUALE: un
metodo di fatto scoperto da Konrad Lorenz ed applicato per la prima volta su
larga scala all'Oasi di Sant'Alessio.
Consiste nel restituire i giovani (ma anche esemplari recuperati)
alla natura solo quando si ha la certezza che, per addestramento o altri motivi
(per esempio una costrizione fisica temporanea), essi non si allontaneranno,
almeno per qualche tempo, dal luogo del rilascio. Qui gli si può assicurare
cibo e protezione, fino a quando non saranno fisicamente e comportamentalmente
autonomi. Un vantaggio non disprezzabile di questo metodo è la sua relativa
economicità. I risultati sono importanti: si evita quasi completamente la
mortalità giovanile, che, in natura, è in media, per gli uccelli, del 70% dei
soggetti involati, nel primo anno di vita.
Viceversa, tutti gli esemplari ritrovano, generalmente dopo pochi
mesi, i loro istinti naturali, migrazione e timore dell'uomo compresi: negli
uccelli, infatti, il comportamento è largamente predeterminato geneticamente e,
purchè gli stimoli ambientali contribuiscano a stemperare gradualmente
eventuali addomesticamenti, essi tornano presto ai loro comportamenti naturali.
SPECIE,
SOTTOSPECIE:
la specie comprende un gruppo di animali o piante simili fra loro, che si
accoppiano spontaneamente, dando origine a prole feconda; la sottospecie
comprende individui che, pur appartenendo alla stessa specie, presentano
piccole differenze morfologiche, si accoppiano fra loro solo in circostanze
insolite, ma danno anch'essi origine a prole feconda.
A
Sant'Alessio il primo laboratorio naturalistico all'aperto
Nel 1975 Gabriele Caccialanza, presidente
della società pavese di Ornitologia e Preside della Facoltà di Farmacia
dell’Università di Pavia, alla ricerca di un allora fantomatico nido del più
piccolo airone europeo, il Tarabusino, capitò per la prima volta all’Oasi di
Sant’Alessio. Egli intuì immediatamente le potenzialità del luogo e coniò la
definizione di laboratorio naturalistico all’aperto.
Quali sono le tesi che si mettono alla prova
in questo laboratorio? Innanzitutto viene completamente ribaltato l’approccio
alla ricostruzione ambientale. A Sant’Alessio si è rinunciato a un progetto
rigido, lasciando che fosse la natura a far da guida e limitandoci ad
assecondarla.
In secondo luogo ci ha guidato la convinzione
che ricostruzione ambientale e cattività, oltre all’utilità pratica facilmente
intuibile, diano la possibilità di apprendere ciò che sul campo è spesso
difficile osservare e, di solito, impossibile mettere alla prova. Siamo oggi a
una sperimentazione avanzata delle nostre tesi e ci prepariamo ad affrontare
un’altra sfida.
Proponiamo un nuovo modello di conservazione
della natura, che definiremo umanistico e liberale, in luogo di quello attuale
troppo aristocratico, paternalistico e rigido e quindi incapace di adeguarsi ai
cambiamenti delle situazioni reali.
L’uomo è fonte di ogni progresso e sa (o
dovrebbe sapere) che la natura è la sua casa, la sua storia, la sua vita. Se la
natura viene sconvolta e sfruttata non sempre è per egoismo quanto per
ignoranza. Tutti dovremmo sentire la necessità e il dovere di preservare la
natura. Troppo spesso però ci arroghiamo il diritto di mettere in atto, a danno
di chi ha a cuore come noi la sorte della vita selvaggia, astrusi divieti,
regole che non hanno niente a che fare con la realtà biologica degli esseri
viventi (uomo compreso) e imposizioni che altro non sono se non decisioni
demagogiche, prese nell’interesse di chi le propugna o di una burocrazia sempre
alla ricerca di espedienti testi ad autoalimentarsi.
Un recente sondaggio ha rivelato che almeno
20 milioni di italiani si dicono pronti a modificare i propri comportamenti per
salvare la natura e proteggerla.
Un dato che non può essere ignorato: sarebbe
doveroso informarli e ricordare loro, ad esempio, che a parità di spesa ogni giardino, ogni terrazzo possono essere
trasformati in una piccola riserva naturale e che ogni animale tenuto
correttamente anche in cattività può contribuire a un programma di
conservazione.
Dobbiamo renderci conto che ognuno di noi,
come consumatore, se correttamente informato, è in grado di piegare in poco
tempo qualunque potere contrario alla gestione razionale della natura.
Harry
Salamon
COSI' E' NATA LA NOSTRA OASI
Nel 1994 su invito degli amici della LIPU
decidemmo di rendere l’Oasi di Sant’Alessio visitabile. Scoprimmo presto, con
qualche sorpresa, che gli animali selvaggi che popolavano il nostro ambiente
tolleravano bene la presenza umana. Osammo, un passo alla volta, costruire
camminamenti segreti che consentono ora al visitatore di penetrare nel cuore
della garzaia (così si chiama in gergo la colonia nidificante o il gruppo di
nidi degli aironi) o a pochi centimetri dal martin pescatore e dal picchio
rosso o a pochi metri dai fenicotteri, dalle cicogne, dai mignattai.
Ricorremmo agli specchi dei confronti
all’americana per portarci non visti nell’intimità della vita degli uccelli.
Restava in cattività la rilevante popolazione
di riproduttori, necessari ai nostri programmi di reintroduzione. Cominciammo a
creare voliere e altri spazi, dove la ricostruzione della natura non si
limitasse, come nel cosiddetto bioparco, a uno statico diorama in cui una sia
pur meticolosa ricostruzione ambientale fa soltanto da sfondo alla presenza
degli animali.
Al contrario, ricostruimmo, almeno in parte,
le catene alimentari, le relazioni fra specie che in natura convivono e interagiscono,
l’azione delle specie spazzine e predatrici, una lotta naturale, quindi
limitata alle cosiddette specie nocive.
In altre parole, abbiamo replicato, per
quanto possibile, quella situazione di apparente e temporaneo equilibrio che la
semplificazione divulgativa definisce “equilibrio ecologico”.
Il risultato è stato soddisfacente non
soltanto da un punto di vista didattico, ma ha dimostrato che, riportati a
condizioni di vita finora ignorate in cattività, i nostri animali recuperano i
comportamenti originali: per esempio la pesca in rastrello delle spatole,
l’allevamento di una prole che, quando viene reimmessa in natura non presenta i
limiti fisici e comportamentali che abitualmente ne rendono difficile la
reintroduzione.
Solo come esempio: nel febbraio 1996
liberammo cinque mignattai. A marzo essi avevano già nidificato, per di più nel
centro della garzaia, cioè nel luogo che gli aironi meglio difendono dai
predatori. A maggio, da due nidi, si involavano sei giovani. Soggetti
totalmente selvatici che, ad autunno arrivato, puntualmente migrarono: con le
tecniche di reintroduzione tradizionali, un simile risultato richiede anni di
attesa e la liberazione di qualche decina di esemplari.
Col passare del tempo scoprimmo che la
ricostruzione ambientale dei processi naturali andava perfino oltre quanto
avevamo programmato e sperato. Valga anche qui un esempio: nel 1998 il
professor Riccardo Stradi dell’Università di Milano, il celebre studioso della
pigmentazione degli uccelli, iniziò a lavorare su un pigmento (la
guaranaxantina), appena scoperto nelle piume degli ibis scarlatti selvatici, in
Sudamerica. Pigmento che non riesce a formarsi o che manca nei mangimi
artificiali somministati, per cui tutte le popolazioni di questo trampoliere
tenute in cattività ne sono prive, tranne che nella popolazione che si può
ammirare in una grande voliera di Sant’Alessio dove l’alimentazione è almeno in
parte naturale. E abbiamo iniziato ad osservare
fenomeni nuovi. Alleviamo le farfalle del
genere Caligo in una serra popolata da alcune centinaia di specie diverse di
piante tropicali. Ora, bisogna sapere che le Caligo sono, in Sudamerica, il
flagello principale delle coltivazioni di banani, divorati dal loro bruco.
Abbiamo scoperto che vi sono piante affini al banano, in particolare alcune
Strelitzie ed alcune Eliconie, che le Caligo preferiscono di gran lunga per
l’allevamento delle larve. Se questa osservazione sarà, come probabile,
reiterata in natura, ne nascerà una possibilità più economica e meno inquinante
di lotta contro la farfalla. Poche siepi di Strelitzie o Eliconie potrebbero
attirare le deposizioni di Caligo che verrebbero quindi aggredite con
irrorazioni più mirate e meno abbondanti di insetticidi. Merita ricordare che
gli antiparassitari che vengono impiegati nella bananicoltura sono i principali
responsabili, riversandosi in mare con le acque che provengono dalle
coltivazioni, della perdita della barriera corallina sulle coste caraibiche del
centro america.
Dalla ricostruzione ambientale controllata
potrebbe quindi nascere un nuovo ruolo per i parchi naturalistici: banco di
studio e di prova o terreno da esperimento di fenomeni naturali che in qualche
caso potrebbero venire riapplicati alla natura selvaggia. Recuperando in fondo
quel metodo sperimentale che fu concepito alla base della ricerca scientifica
dal grande Galileo.
Per gli ambienti naturali popolati da animali
selvatici spontanei o immessi da noi (cicogna, Cavaliere d’Italia, Mignattaio,
picchio, gru europea e così via) abbiamo invertito il concetto di parco
faunistico. E' stato realizzato un reticolo di strutture in cui è il
visitatore, ingabbiato e nascosto, ad avvicinarsi e poter spiare la natura
selvaggia.
Negli anni abbiamo messo a punto un giardino
che unisce i paesaggi selvatici creati in America da Wolfgang Oehme e James van
Sween, alla gabbia senza sbarre di Tony Saper aggiungendo a quest’ultima
qualche marchingegno basato sulla conoscenza dei comportamenti animali.
Si tratta di un giardino che consente a chi
ama la natura di entrare in contatto ravvicinato con alcuni dei suoi fenomeni
più segreti, senza sottoporsi ad addestramenti particolari e ad estenuanti
attese, e senza possedere attrezzature e conoscenze che sono prerogativa di
pochi professionisti. Fra l’altro, senza infastidire popolazioni di animali
selvatici.
Ma qual era la base su cui nel 1994 decidemmo
di intervenire? Nel 1973 avevamo creato a Sant’Aessio un allevamento di uccelli
che voleva contribuire a ripopolare i nostri territori di alcune delle sue
specie più belle e più rare. Miravamo a creare la conoscenza e la tecnica di
allevamento per occuparci, successivamente, di vere e proprie specie in
pericolo di estinzione. Abbiamo ottenuto qualche buon risultato. I falchi
pellegrini,nati nell'oasi, vengono reintrodotti a partire dal 1992; potrebbero
aver dato origine alla minuscola popolazione oggi nidificante a Milano:
l’esperienza americana infatti ci insegna che quasi tutti e quasi solo i falchi
allevati in cattività scelgono come loro ambiente quello urbano.
Le cicogne bianche, allevate dal 1983 ma liberate fin da 1978 (abbiamo
finora liberato 68 giovani nati in cattività e 48 si sono involati dai nidi dei
soggetti rinselvatichiti che vivono nel villaggio di Sant'Alessio), hanno
costituito la base della piccola ma fiorente popolazione che oggi risiede nella
Lombardia meridionale e nel Piemonte sud orientale.
Oltre 250 cavalieri d’Italia hanno contribuito in qualche misura a
rinforzare la non trascurabile popolazione lombarda di questo meraviglioso
limicolo. Non meno di tre stormi di oche selvatiche, nate qui, hanno negli anni
lasciato l’Oasi per andarsi a riprodurre in luoghi di loro scelta. Una piccola
popolazione di Mignattai, i cui progenitori sono stati allevati nell'oasi, ci vive ora in piena libertà e nidifica ogni anno. Altre specie
allevate ma non ancora giunte alla fase del rilascio, se non occasionale, sono
l‘avocetta, la spatola, il falco lanario. Anatre insolite come la moretta
tabaccata, la pesciaiola il codone, la marzaiola e l’alzavola reintrodotte allo
stato semibrado nell'oasi, contribuiscono ogni anno, con piccoli numeri, al
ripopolamento di queste specie.
Piccole immissioni vengono sistematicamente
effettuate con il prodotto dei nostri allevamenti: upupe, picchi, scoiattoli...
Senza contare i soggetti che negli anni abbiamo donato alla LIPU e ad alcuni
enti pubblici, per contribuire alla creazione di altri centri.
Non sono, forse, numeri impressionanti ma è
opportuno osservare che si è quasi sempre trattato di esemplari già adattati
alla vita selvaggia, le cui probabilità di sopravvivenza si possono confrontare
con quelle degli esemplari selvatici, mentre, nelle tecniche tradizionali di
rilascio, si considera che dal 70 al 90 per cento dei soggetti liberati vada
perduto. Il risultato stupefacente ottenuto con le cicogne ne è la prova più
bella: noi stessi basando i nostri calcoli sulla letteratura disponibile,
avevano ritenuto nella nostra relazione alla Provincia di Pavia (1983) che per
ottenere buoni risultati poi raggiunti sarebbe stato necessario liberare dici o
più volte il numero di cicogne poi effettivamente reintrodotto.
L’altro aspetto, cui avevamo lavorato fin dal
1973, era stata la ricostruzione dell’ambiente dell'oasi. Essa era, in origine,
un grande campo per l’agricoltura industriale, privo di alberi e di acque e
solcato da una maleodorante fognatura a cielo aperto. Vi operammo per anni,
scavammo stagni e ruscelli piantammo boschi creammo paludi e prati. Perdonateci
un po’ d’orgoglio ma il risultato è stato spettacolare. Migliaia di coppie di
uccelli selvatici scelgono, ogni primavera, di nidificare nell'oasi.
Ancora oggi, tutti gli anni, una specie
nuova, o più d’una, si aggiunge alla lista: anche se forse non sarà facile
riprovare di nuovo l’emozione di assistere alla nostra prima nidificazione
coloniale di aironi, nel 1992, con 130 nidi, oggi giunta a superare i 300 (e
anche 500 negli anni umidi). In tarda primavera quando in meno di mezzo ettaro
si possono ammirare forse duemila aironi, intenti alle loro faccende, la mente
corre ai grandi spettacoli naturali delle paludi d’Africa.
Harry
Salamon
IL CASTELLO DI SANT'ALESSIO
Sant'Alessio
nacque come fortezza. L'edificio originario consisteva in una vasta cinta di
mura, tuttora esistente, alla quale forse si addossava poco altro che
baraccamenti precari in legno e un camminamento di ronda su mensoloni, essi
pure in legno, all'altezza dei merli. Al centro sorgeva l'alta e possente
torre, priva al piano terreno, di qualsiasi entrata o finestra, ad eccezione
del pertugio che si può ancora osservare al centro della volta, a sei metri da
terra, dal quale ci si poteva calare con una scala a pioli e che probabilmente
serviva per accedere al pozzo. L'ingresso era possibile direttamente dal primo
piano, attraverso un portale tuttora visibile a lato di quello attuale. Da
questa apertura sporgeva una piattaforma in legno, di cui ancora si scorgono
gli incastri nel muro. Da qui una scala a pioli poteva essere rapidamente
calata e ritirata.
Se
la fortezza fosse caduta in mano al nemico, i difensori potevano ancora
rinchiudersi nella torre. Qui potevano resistere a lungo agli assedianti per i
quali era invece difficile vettovagliarsi in un territorio ostile. I pozzi del
castello potevano essere avvelenati dai difensori, che già da tempo avevano
provveduto a raccogliere o distruggere le messi circostanti. Ecco quindi
spiegata la posizione della torre al centro della corte.
I testi di storia
dell'architettura attribuiscono alle torri più antiche - e in particolare a
questa di Sant'Alessio - funzioni principali di avvistamento. Tuttavia, sarebbe
stato assurdo, in un'epoca certamente non dedita agli sprechi, erigere una
simile possente struttura, quando per funzioni di avvistamento ne sarebbe
bastata una molto più agile, magari lignea. Inoltre, non bisogna dimenticare
che l'Europa del Medioevo era coperta di boschi e che i campi, allora di poche
migliaia di metri quadrati, erano circondati da siepi e alberi. In tali
condizioni, una torre come quella di Sant'Alessio, poteva consentire
avvistamenti inferiori a quelli effettuabili dai merli della cinta difensiva.
La torre di
Sant'Alessio aveva (ed ha ancora) quattro piani fuori terra di oltre sessanta
metri quadri ciascuno e poteva ospitare molte decine di persone per un discreto
periodo. I piani intermedi presentano tuttora le antiche pavimentazioni in
cocciopesto (malto di calce e coppi tritati), e i solai sono ancora quelli
originali, con le mensole scolpite a motivi romanici.
L'ultimo piano
denuncia una sistemazione signorile. Il pavimento era in medoni di cotto. Il
soffitto a cassettoni, ora quasi completamente scomparso, era elegantemente
scolpito. Le dodici magnifiche finestre potevano superbamente aprirsi, quasi
fuori tiro da ogni arma dell'epoca, sulla campagna circostante.
Carlo Perogalli, il
noto studioso di architettura militare medioevale, ha identificato in Europa
(com. pers., 1973) almeno quattro altre fortezze identiche a Sant'Alessio: una
in Estremadura, una ad Aquisgrana, una a Cologna Veneta e l'ultima vicino a
Bologna.
La
presenza di queste strutture "sorelle", in un'epoca di così scarsi
contatti e di tale individualismo regionale, suggerisce che soltanto
all'interno di un esercito potesse esserci un'amministrazione centrale così organizzata e determinata da voler e poter fornire alle guarnigioni periferiche
un modello omogeneo da eseguire senza lasciar spazio alla fantasia.
Un
altro elemento d'interesse è l'impressionante accuratezza dei particolari
costruttivi. Il perimetro esterno non si posa, come potrebbe apparire logico,
su fondazioni in trincea, ma su formidabili pilastri di oltre un metro di lato,
distanti fra loro tre metri e collegati da archi a sesto ribassato. E ciò per
sostenere un muro spesso appena quaranta centimetri e alto meno di sei metri.
Occorre qui ricordare, che fino all'avvento delle bocche da cannone, nel '400,
i muri del castello non avevano motivo di essere massicci. La torre poi è
talmente ben conservata che anziché mille anni, potrebbe averne qualche decina.
Sembra
di trovarsi di fronte a un manufatto realizzato in base a un capitolato di costruzione
degno dell'amministrazione dell'antica Roma e non all'anarchia, e ai mezzi
risicati, di un Comune medioevale o di un piccolissimo feudatario. Non è da
escludersi dunque che la fortezza sia opera dell'amministrazione militare del
Sacro Romano Impero, in un periodo in cui ancora il suo potere si estendeva
dalla Spagna, alle Fiandre, all'Italia. La datazione più corretta di
Sant'Alessio sarebbe in tal caso il X secolo, proposta da Mario Merlo nella
pubblicazione "Castelli, rocche, caseforti della provincia di Pavia".
Altri autori, fra cui lo stesso Perogalli, più prudenzialmente fa risalire
Sant'Alessio al XII secolo.
Sono
in progetto, comunque, prelievi di campioni di laterizio, che verranno
sottoposti presso l'Università di Milano, all'esame quantitativo della
termoluminescenza, per determinare definitivamente l'epoca di costruzione del
castello.
Alla
fine dell'epoca comunale, Sant'Alessio apparteneva alla famiglia pavese, ora
estinta, dei Canepanova, dai quali, per usurpazione, passava ai Beccaria.
Questa famiglia prolifica, potente e turbolenta, traeva allora la principale
fonte di ricchezza dai pedaggi che imponeva ai viandanti e ai mercanti che
transitavano, sulla via del mare, attraverso i suoi feudi collinari
dell'Oltrepò. I Beccaria si trasferirono a Sant'Alessio, allo scopo di
avvicinarsi alla corte viscontea, che risiedeva spesso nel castello di Pavia o
nella reggia estiva del castello di Settimo. Questo era situato al vertice
settentrionale della tenuta di caccia che da Pavia giungeva fino alla Certosa e
che fu, per secoli, una delle meraviglie d'Europa.
Pur mantenendo il nome
Sant'Alessio, la dimora fu trasformata dai Beccaria dalla corrusca fortezza che
era stata, in villa di caccia. Probabilmente la famiglia non poteva sfidare i
potenti Granduchi di Milano con opere di fortificazione proprio davanti alla
loro porta di casa. I merli vennero quindi accecati: Sant'Alessio è uno dei
rari castelli lombardi ad aver mantenuto il merlo di tipo quadrato, di origine
romanica, e a non aver mai adottato quello a coda di rondine, detto ghibellino
(ghibellino è una costruzione del cognome Weiblingen, la casata originaria
degli imperatori Hohenstaufen, e denota la scelta imperiale, contrapposta a
quella, detta guelfa, in favore della casata Welfen, che parteggiavano per il
predominio della Chiesa). Le pareti delle parti residenziali, vennero tutte
affrescate, in parte in stile gotico internazionale, e in parte in gusto
rinascimentale, sempre con motivi riferiti agli stemmi e alle vicende della
famiglia Beccaria. E' interessante notare che tutte queste imprese decorative
siano databili entro il secolo xv. Il castello di Sant'Alessio venne bombardato
e subì gravi danni nel 1525, durante la battaglia di Pavia. Perse, per un
incendio, la piccola torre d'ingresso, documentata dai resti di muratura
romanica, ancora presenti nei muri interni e da una veduta ad affresco, della
metà del Cinquecento, visibile nella Galleria delle carte geografiche, al
Vaticano. La piccola torre fronteggiava l'attuale chiesa parrocchiale ed
immetteva nella fortezza tramite un percorso ad angolo retto, mirante ad
impedire l'uso dell'ariete per abbattere il portone principale (i ponti levatoi
furono introdotti nel XII secolo, quando Sant'Alessio viene definito, in un
documento conservato negli archivi pavesi, "antiquissimum castrum",
M. Merlo, op.cit.).
Durante i recenti
lavori di restauro non sono state trovate tracce di interventi cinquecenteschi:
il castello dovette venire abbandonato a usi marginali, fino alla metà del
Seicento. Il 1651 e il 1662 sono due date che si leggono rispettivamente sotto
il ponte della torre e sugli affreschi del salone posto a piano terra del
torrione, e che sono i soli documenti noti che consentano di datare una
importante ristrutturazione. La torre distrutta fu sostituita con un tratto di
edificio abitativo e, attraverso il fossato, venne lanciato un ponte ad arco,
tuttora in uso.
Il primo piano della
torre fu collegato al castello dal magnifico ponte in muratura che si può ammirare nella corte. Il grande vano del piano terreno della torre fu
trasformato in salone, aprendo tre grandi finestre e una porta e decorando le
volte con affreschi che illustrano il percorso dei pellegrini in viaggio verso
Roma. Nel castello vero e proprio, stranamente, quasi tutte le finestre antiche
vennero rimaneggiate e spostate, talvolta anche di poco.
Il grande salone
dell'ala nordovest, ora sala della musica, venne diviso in tre (ma nei recenti
restauri si è ripristinata la forma originaria) e dotato di un bel camino in cotto,
purtroppo asportato negli anni Sessanta da uno degli ultimi proprietari, prima
della vendita. Una scala in pietra venne edificata a spese del bellissimo
scantinato di epoca altomedievale (che presto verrà adibito a sala proiezioni
per ExploraNatura), per accedere, dall'angolo ovest, al primo piano e alla sala
della musica. I piani superiori della torre vennero dotati di comode scale in
muratura, in sostituzione di quelle originali in legno. Questa modifica
potrebbe suggerire che sia iniziata in questo periodo la trasformazione della
torre in granaio, uso cui essa fu poi adibita fino ai recenti anni Sessanta.
Un salone dell'ala
sudovest fu in parte sacrificato per realizzare un androne, un portone e un
relativo ponte, verso la campagna, quello che ora conduce dal castello
all'Oasi.
Poi, lentamente,
l'oblio e la decadenza. Il sud di Milano, nel Settecento, non era popolare come
la Brianza, o forse Sant'Alessio era troppo piccolo per le esigenze di una
grande famiglia dell'Ancien Régime.
Nell'Ottocento il castello
viene tutto ridotto a granaio, scuola, uffici comunali; perfino, nell'ala
sudovest, ad ovile. Durante la seconda guerra mondiale, l'occupante tedesco
terrà i muli nel Salone d'onore (angolo sud). Poi nemmeno quello. Negli anni
Quaranta la proprietà chiede una licenza di demolizione e la ottiene, a
dispetto del vincolo di notifica che definiva il castello di Sant'Alessio
Monumento Nazionale, fin dal 1911. Per fortuna anche demolire è dispendioso e
la sentenza capitale non fu eseguita. Dal 1973 è in progressivo restauro.
Nessun contributo pubblico è stato mai chiesto od offerto per i lavori eseguiti
e per la manutenzione. L'importanza del Castello di Sant'Alessio risiede nel
suo testimoniare una forma molto primitiva di castello di pianura e, soprattutto,
nell'aver mantenuto quasi integralmente la volumetria originale rispetto alla
quale, dall'esterno, la sola differenza consiste nell'accecamento dei merli e
nell'innalzamento della parete perimetrale di meno trenta centimetri, oltre che
nell'aggiunta dei tetti.
