Lo scenario
è poco credibile alle nostre latitudini, ma in Africa, Medio
Oriente, nell’immensa pianura americana, in certi anni di grande siccità, accade che piante
già in fase di crescita periscano per mancanza d'acqua. Che fare quando
la siccità sopravviene, lunga, imprevedibile e con sbocco incerto? Una prima soluzione
consiste nel selezionare varietà di piante che siano meno sensibili
all’essiccamento. Esistono e sono state analizzate delle varietà di mais dotate
di questa particolarità; in condizioni di deficit di acqua, esse sono capaci di
produrre il 50% in più di spighe che le varietà abituali. Ma esistono ancora dei
limiti. Resta una soluzione: il trasferimento dei geni. In altri termini, si
tratta di modificare geneticamente le piante coltivate o, se si vuole, di
produrre degli OGM.
I geni da trasferire nelle piante da migliorare sono necessariamente
prelevati da altre che presentano, queste, una resistenza talvolta
inimmaginabile alla carenza d’acqua. E questa resistenza può assumere forme diverse; se un
vegetale si vede privato dell’acqua indispensabile, può essere perché spunta in
un suolo secco, o perché quest’ultimo è gelato o perché le acque
d’irrigazione sono così
sature di sali diversi che la pianta è incapace di assorbirli, contrastata da
una forza osmotica troppo elevata. Esistono anche piante che sembrano
“resuscitare” alla fine di periodi di essiccazione prolungata e apparentemente
totale. Resta dunque da identificare i geni, clonarli e quindi inserirli in
cellule primordiali di riso, di mais o di patate, ad
esempio.
E’
stato identificato un certo numero di queste piante dalla accresciuta resistenza
ai rigori estremi. Alcune dispongono di quello che i biochimici chiamano
gli “osmoprotettori” che permettono di lottare con efficacia contro
la concentrazione crescente in ioni nelle cellule. Tra questi, si trova
il trealose, questo zucchero complesso di cui certi essere viventi primitivi
(batteri, tardigradi) si caricano per lottare contro un’essiccazione
prolungata.
Alcune piante
sono state già identificate e quindi clonate. La soluzione sembra dunque vicina;
apparentemente, ma non ancora in realtà. Prove realizzate con piante da
laboratorio, come la molto modesta Arabidopsis, non hanno dato alcun
risultato. Uno scienziato impegnato in questa ricerca dice: “Con il gene, si dispone dell’hardware;
resta da definire il software che permette di farlo funzionare quando è
necessario”.
Ora le cose sono a questo punto: niente è
stato realizzato e niente è perduto. Si obietterà una volta di più che
dai prodotti di queste ricerche ad “alto livello” riceveranno essenzialmente beneficio quelli che teoricamente
ne avranno meno bisogno: i produttori dei paesi sviluppati. E’ vero, ma solo
in parte: la fondazione Rockefeller di New York ha in particolare deciso di
concedere un aiuto di quasi 50 milioni di euro, da utilizzare in dieci anni,
perché il prodotto di queste ricerche vada a profitto dei paesi emergenti,
almeno per il mais in Africa e per il riso in Asia. E’ un primo piccolo passo,
ma non è ancora per domani.
Fonte: Athena 183 da "Scienze"
02/07/2003