Edizione telematica
di
  Ambiente Risorse Salute
  Anno 2002
Aprile
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Globalizzazione
di
Donato Matassino 1, 2

 

 Vi sono condizioni reali che fanno sviluppare le culture con ritmi diversi, ma esse sopravvivono nel presente della memoria delle popolazioni antropiche, quindi nella memoria collettiva, e contribuiscono notevolmente a mantenere viva la variabilità culturale che è fondamentale per uno sviluppo etico dell’umanità. Una omologazione, aspetto negativo della globalizzazione, è da rifiutare nella convinzione delle pari dignità delle culture, dei costumi, degli stili di vita, delle produzioni artigianali, ecc.. Per evitare che gli aspetti negativi della globalizzazione diventino maggioranza è necessario aumentare la formazione e l’informazione, quindi la conoscenza.

  La memoria storica delle specificità e apporto di essa possono essere ritenute utili a che ogni comunità antropica contribuisca armonicamente ad arricchire l’umanità e a favorire uno sviluppo globale a misura di uomo. Tutto ciò sta a significare che, in nome della solidarietà, e perché no della ragione urge dialogare fra le culture, cioè fra le diverse memorie storiche.

  L’antropologo White afferma che è necessario fare interagire fra di loro le diverse culture. Sarebbe auspicabile istituzione di un Organismo culturale internazionale, come l’ ONU, allo scopo di favorire il dialogo fra le culture. Solamente la cultura è in grado di consentire una efficace e reale equilibrio fra cultura locale e globalizzazione; inoltre, essa è capace di sconfiggere la povertà e le disuguaglianze fra le diverse Comunità antropiche. La stessa democrazia è il frutto di una elevazione culturale di un popolo. E”  il merito della cultura il poter raggiungere elevati livelli di “alterità” .

  Un arresto o un forte rallentamento del processo di globalizzazione è da considerare nefasto proprio per i Paesi in via di sviluppo (PVS) perché una diminuzione delle attività economiche nei PS porterà, inevitabilmente, sia a un aumento dei costi generali sia a un forte calo degli scambi, quindi a una riduzione ulteriore dei già fragili e bassi livelli del tenore di vita dei PVS. In altre parole, i Paesi più poveri diventeranno sempre più poveri.

       Una corretta gestione del processo di globalizzazione conduce a un non lieve incremento del livello di reddito dei PVS; infatti, studi recenti non di parte stanno evidenziando che quei PVS (Cina, India, Messico ecc.) che hanno scelto la globalizzazione, pur partendo da livelli di reddito inferiori, hanno superato quei PVS che invece perseguono una politica di “chiusura” . L’ integrazione internazionale, pertanto, sarà efficace se verranno evitate misure di notevole entità protezionistica; misure che, se perseguite, aggraveranno lo stato di povertà di un PVS. Però si rende necessario riformare la "architettura”  finanziaria internazionale con una visione piú politica sia delle relative norme sia degli scambi internazionali. E'  da augurarsi che la conferenza WTO, di Doha (Qatavi) dell’” ottobre 2001 porti a una migliore regolazione del commercio internazionale, specialmente per il settore dell’agricoltura.

    Certo che un'ampia apertura di un Paese al mercato internazionale richiede una politica interna che sorregga fortemente: la giustizia, la lotta alla corruzione, lo sviluppo culturale delle risorse umane, il pluralismo dell’ informazione, l’ individuazione e la valorizzazione delle risorse endogene nonché lo sviluppo delle infrastrutture (viabilità, trasporti, energia, telecomunicazioni, ecc.); in sintesi, aprirsi al mercato internazionale richiede un marcato intervento pubblico e una “ seria”  gestione sia per l’ individuazione delle iniziative da attuare sia per consolidare quest’ ultima, trattandosi di un vero e proprio “capitale sociale” . Tutto ciò sta anche a significare massima efficienza ed efficacia del funzionamento delle “istituzioni pubbliche”  di un Paese, le quali devono armonicamente collaborare con la “ soggettività privata” . Inoltre, per tutti quei PVS, ove oggettive ragioni geografiche, storiche e socio-economiche non rendono possibile un loro immediato inserimento nel processo di globalizzazione, sarà indispensabile intervenire con una politica di “aiuto”  in grado di permettere a tali Paesi di utilizzare, prima di tutto, le loro risorse endogene. La globalizzazione è una sfida a vari sistemi sociali che dovranno interagire fra di loro per evitare che si possano verificare danni irreversibili all’assetto socio-economico delle differenti popolazioni antropiche viventi sul pianeta terra; il tutto dovrà essere realizzato nella piena convinzione che la base etica fondamentalmente sia il rispetto della dignità umana.

   D' accordo con Zampetti, è necessario innescare una rivoluzione culturale su base lessicale; rivoluzione che dovrà condurre a “capovolgere”  il noto principio “pensa globalmente, agisci localmente”  in quello “pensa localmente, agisci globalmente” . Applicando questa regola, si può contrastare la tendenza all’ omologazione che sarà tanto più imperante quanto più si lascerà libera questo “trend”  su mere basi economiche. Certo che tutto l’ assetto socio-economico del pianeta terra non può essere il risultato della regola base del capitalismo: competizione e profitto.

  Analisi socio-economiche recenti, riguardanti quasi l’ ultimo ventennio, hanno ampiamente messo in luce che i 24 Paesi “globalizzati” più “poveri” di quelli “non globalizzati"  hanno raggiunto un valore del prodotto interno lordo (PIL) procapite superiore ai secondi; nel determinismo del valore del PIL interessantissimi sono due indicatori essenziali del "capitale sociale” : il livello di istruzione medio e il funzionamento della giustizia.

   E'  noto che quanto più elevato è il livello culturale medio di una “comunità antropica”  tanto maggiore è la capacità dell’ uomo a svolgere una determinata attività, quindi il suo contributo di idee e di “visione solidale” del suo impegno per l’ ottimizzazione del “sistema vita”  degli esseri umani e di quelli non umani.

   Non credo che possa essere accettata passivamente l’ ipotesi di Rifkin sulla “fine del lavoro” . Certo che l’ affermarsi di un lavoro interscambiabile, di un lavoro flessibile e destrutturato, spesso di durata irrisoria, porterà -probabilmente - a una certa confusione e a una perdita di identificazione; perdita che avrà un suo effetto sulla psiche e sulla personalità dell’ “uomo” , quindi sul suo ruolo di concepire la società in cui egli è inserito. Queste problematiche saranno l’ oggetto principe per una serena e razionale valutazione dello sviluppo e dell’ affermarsi di un'era che viene definita come “seconda modernità” .

     Il concetto di “sviluppo solidale”  è legato alla diversità, che non è identificabile con l’ omologazione e con la standardizzazione di una “globalizzazione”  a senso unico. E’  la diversità culturale antropica che è alla base della interattività, mentre la omogeneità conduce a mere soluzioni additive e a un livellamento pericoloso delle mentalità umane. Non è da perseguire - credo- una politica del lavoro basata sulla non o scarsa consapevolezza dell’ atto che si sta compiendo. Nell’ eseguire un atto non si può ignorare che esso è anche il frutto del pensiero. Il fine di un'attività imprenditoriale non può essere solo il profitto, né tutti possono essere sempre e solo imprenditori. Così operando si va verso una società fortemente destrutturata con conseguenze imprevedibili sulla vita di relazione che caratterizza qualsiasi essere vivente. Certo che non tutti possono svolgere un'attività artigianale, ma l’artigiano racchiude in sé due momenti importanti: una competenza profonda del tipo di lavoro che svolge e una grande fantasia, ambedue inseriti in una tradizione, cioè in un contesto geograficamente e culturalmente delimitato. Un classico esempio di diversità nell’attività lavorativa quotidiana è dato proprio dal lavoro cui attende l’imprenditore agricolo nel contesto della ruralità multifunzionale; è in questo contesto che si può realizzare la sublimazione della diversità e, perché no, della "alterità”  verso un insieme di esseri viventi umani e non umani.

    Certo che la critica alla globalizzazione non può esprimersi in chiave ideologica; una realtà inoppugnabile è l’ utopia di un modello di sviluppo uniforme per tutte le aree del pianeta terra; infatti e fortunatamente, la diversità esistente deve condurre a rafforzare il pluralismo biologico nello spirito del pleròma. Questo polimorfismo, che l’ uomo porta in sé, dovrebbe incoraggiare a ricercare soluzioni unitarie anche se attraverso una gamma ideale di sistemi sociali e politici diversi che venissero incontro al polimorfismo biologico antropico.

      Il pluralismo è una grande filosofia comportamentale, in quanto esso deve essere comprensione degli altri, deve essere una questione morale e comportamentale e non deve essere una questione di fede e di capacità intellettiva. Educare al pluralismo, è un imperativo doveroso nel senso di rispettare il diritto di espressione di ciascuna entità culturale e di giungere a una soluzione, dinamica nel tempo e nello spazio, che sia in grado di interpretare le diversità nell’ unicità teleologica.

   I cambiamenti che vi saranno, grazie al dinamismo cognitivo in atto, costituiranno i punti focali del vivere delle future generazioni umane. Generazioni che risentiranno, in modo piú o meno marcato, delle contrapposizioni ideologiche che scaturiranno da una diversa visione e da una differente consapevolezza dell’effetto dei precedenti cambiamenti. A loro volta, questi ultimi solo apparentemente interesseranno la vita materiale, ma, in realtà, si ripercuoteranno su quelle che saranno le modalità e le idee di concepire la vita sociale, la vita di relazione, la vita di solidarietà. Tutto quanto ora detto influirà sulle forze morali che, sempre di più, dovranno impegnare le future scelte della società affinché si dia vita a una civiltà fortemente avanzata, ma profondamente rispettosa dei canoni fondamentali che regolano la vita di solidarietà delle genti.

    Mutatis mutandis, non credo che sia moralmente accettabile la dichiarazione di Oppenheimer: “quando ormai sei a un passo da una impresa scientifica tecnologicamente dolce, vai avanti e soltanto dopo il successo tecnico ti preoccupi del resto” .

   Giustamente, l’ epistemologo benedettino Jaki ritiene che il basare tutto un assetto socio- -economico su basi tecniche innovative si corre un concreto rischio: illudersi che il potere “quantitativo”  possa dominare, quindi controllare, tutto ciò che non è quantitativo, cioè immateriale. “Scienza e tecnologia non possono automaticamente assicurare né progresso né stabilità” sul pianeta terra, mentre esse possono fornire gli strumenti affinché il genere umano operi felicemente per il raggiungimento di traguardi dinamici utili all’attuazione di un benessere fisico, psichico e sociale dell’uomo, qualsiasi sia la sua culturale e la sua appartenenza etnica. La teoria della relatività, essendo un concetto meramente quantitativo, non può essere un riferimento universale per individuare assetti socio-economici antropici accettabili, quindi una verità assoluta. Pertanto, la scienza “esatta” non può dare risposte concrete e vere alla domanda dal contenuto filosofico, etico e sociale.

    E’ da augurarsi che si realizzi con determinazione una globalizzazione della solidarietà attraverso la realizzazione di una rete di operatori finanziari con lo scopo di scambiare esperienze in una condivisione di valori universali. Certo che, con la globalizzazione, la centralità della produzione di beni e di servizi si avvia a essere sostituita da quella di controllo dei flussi immateriali di capitale utilizzando forme varie di strumenti finanziari (titoli azionari, obbligazioni, ecc.). Con questo trend lo sviluppo solidale, fortemente legato a un territorio, richiede, per non soccombere, uno “sforzo di fantasia”  conducente a realizzare forme nuove di cooperazione e di solidarietà internazionali, in grado di evitare che pochi organismi finanziari e/o persone possano esercitare un controllo totale del capitale occorrente per lo sviluppo economico delle varie aree del pianeta terra.

     Il sistema capitalistico globale può condurre a incrementare la disuguaglianza, quindi il divario fra ricchi e poveri, divario che può estrinsecarsi in un rischio concreto di distruzione del sistema stesso. Ecco, quindi, la necessità, secondo alcuni economisti (a esempio, Soros) di una “umanizzazione”  del mercato. Il libero commercio di beni e di servizi e il libero movimento di capitale esasperano la concorrenza. Questa “giungla”  competitiva conduce inevitabilmente alla scomparsa del potere proprio di uno “Stato-nazione” ; a meno potere consegue, per lo “ Stato-nazione” , una minore possibilità di tassare il capitale, a che fa seguito riduzione drastica di disporre di risorse finanziarie da destinare al mantenimento e al funzionamento delle strutture di un "welfare state”  al quale uno “ Stato-nazione”  deve provvedere per tutelare l’ interesse comune. Non si può ipotizzare che il capitalismo globale possa garantire la libertà, la democrazia, lo stato di diritto, quindi la solidarietà fra gli uomini. Nuove strade sono da individuare per giungere a fissare regole internazionali certe contro l’ evasione fiscale degli operatori finanziari per potere disporre di risorse da destinare a favorire lo sviluppo socio-economico dei paesi poveri. La proposta di Tobin (premio Nobel) dell’istituzione di una imposta sul movimento del capitale, il cui provento deve essere devoluto ai Paesi poveri, è da perseguire.

        Un altro effetto della globalizzazione è la possibile collocazione del politico al di fuori del “quadro categoriale dello Stato - nazione” , quindi al di fuori del ruolo della politica dello “ Stato-nazione”  e, conseguentemente, con un forte depotenziamento di questo ultimo. Infatti, agendo globalmente si ha uno sgretolamento delle basi dell’economia di uno “ Stato - -nazione” . Quanto connesso alla nuova “ economia transnazionale”  è tutto da scoprire scientificamente.

         Il fascino esercitato da una globalizzazione non regolamentata potrà condurre a un vero e proprio suicidio della politica dello “ Stato - nazione” . Basti pensare che la totale libertà delle imprese porta inevitabilmente a individuare, ai fini produttivi, luoghi diversi per i differenti segmenti dell’impresa stessa: sede dell’ investimento, luogo della produzione, sede fiscale, ecc.. Tutto ciò, estremizzando, può concretizzarsi nell’assioma “ più capitalismo senza tasse” .

        Un altro effetto di una globalizzazione “a ruota libera”  è una forte accentuazione dell’ individualismo, quindi perdita di una “autocoscienza collettiva”  che, nel lungo tempo, sfocia in una perdita degli strumenti di una democrazia compiuta.
    Come si diceva in precedenza, è necessario individuare nuovi percorsi che siano in grado di attuare un approccio alla globalizzazione tale che questa diventi uno strumento a servizio dell’ uomo ovunque egli risieda e operi, quindi uno strumento non perverso e non foriero di aumento della disuguaglianza e della povertà.

    Una “società globale” , identificabile con la “ società-mondo” , deve significare rispetto della differenza etnica, della molteplicità culturale, della multieticità e delle diverse civiltà in un contesto di una “ armoniosa convivenza antropica” ; e, come dice Albrow, la “ società mondiale”  può identificarsi come “molteplicità senza unità” .

    La globalizzazione non può ignorare la dimensione etica, antropica e politica, in un contesto di sviluppo socio-economico di una comunità antropica. Necessità, quindi, di una continua revisione delle dottrine sociali affinché la persona umana sia sempre al centro del progresso socio-economico in un contesto di tutela della vita di Gaia.

    Il 10° rapporto del Programma delle Nazioni unite sullo sviluppo umano (PNUSU) del 1999 nell’ambito dell’ UNDP (United Nations Development Programme) evidenzia che un 20% della popolazione umana del pianeta terra possiede l’ 86% del prodotto lordo globale mentre un altro 20% possiede solo l’ 1% e che tale differenza tende ad accentuarsi nel tempo.

      La Banca mondiale sottolinea che nel 2000: circa 2,8 miliardi di persone vivono con meno di 2 dollari USA al giorno, circa 1,2 miliardi con meno di 1 $ e 1,1 miliardi di persone sono denutrite.

            Sulla problematica della globalizzazione, il suddetto rapporto PNUSU raccomanda di considerare seriamente:

l’ etica: ridurre la violazione dei diritti umani

  • l’ equità: diminuire le disparità entro e fra gli “ Stato - nazioni” 
  • l’ integrazione: abbassare il livello di emarginazione di individui e/o di interi Paesi
  • la sicurezza umana: scemare l’ instabilità sociale, quindi la vulnerabilità della singola persona
  • la sostenibilità ambientale: abbassare il livello di degrado ambientale
  • lo sviluppo: contrarre l’ incidenza della povertà e della deprivazione nel soddisfacimento dei bisogni vitali.

            Queste considerazioni non coincidono con i sostenitori del neoliberismo, i quali ritengono - come è noto – che solo il libero mercato potrà fornire all’umanità la soluzione ottimale per un innalzamento del livello individuale di reddito.

        Indubbiamente, solo un commercio equo e solidale, una difesa dei diritti civili della singola persona, una tutela dell’ambiente e una promozione di uno sviluppo eco-sostenibile potranno contrastare (e/o ridurre) gli effetti nefasti di una globalizzazione  selvaggia .

       Interessante è la nuova concezione di “sviluppo”  e di “crescita”  che sta maturando culturalmente su una serie di riflessioni poste da alcuni bio-economisti (Cobb, Costanza, Cumberland, Daly, Folke, Goodland, Martinez-Alier, Norgaad, Robert). In particolare, Daly e Cobb differenziano uno “sviluppo sostenibile”  da una “crescita sostenibile” ;  il primo si riferisce a un incremento “qualitativo”  e la seconda a un "incremento quantitativo” . Alcuni aspetti della sostenibilità saranno trattati successivamente. In questo contesto si ritiene evidenziare che il concetto di “sostenibilità”  viene applicato, piuttosto semplicisticamente, oggi alla realtà “pianeta terra”  molto “ complessa” , grandemente dinamica e poco nota in tutte le sue articolazioni e interconnessioni e interrelazioni fra la miriade di sistemi naturali e la non meno elevata presenza di sistemi socio-economici. Infatti, la “sostenibilità”  viene applicata con un “bagaglio cognitivo”  fondamentalmente “immanentistico” , quindi di non conoscenza degli effetti sulla dinamica spaziale e temporale degli eventi futuri. Pertanto, sorge impellente la necessità di considerare, nella giusta dimensione, il concetto di “precauzione” , quindi di un approccio “conservativo”  non “bieco”  e/o “ fondamentalista” . In questa visione, trova un ampio significato operativo la “tutela”  del “pianeta terra”  considerata da Lavelock come un unico sistema paragonabile a un “organismo omeostatico” , quindi capace di autoregolazione e di mantenere dinamicamente le condizioni necessarie alla propria sopravvivenza. L’ ipotesi di “ Gaia = pianeta terra come ecosistema”  è inesorabilmente affascinante e di forte riflessione cognitiva. In sintesi, Gaia può essere considerata un vero e proprio essere vivente, definibile come un “sistema biologico aperto dinamico vincolato”  (Van Bertelanffy e Bettini) e caratterizzato -per analogia - da tutte le problematiche di un essere vivente.

     E’ da auspicare che la nuova branca dell’ Economia “Ecologia economica”  (Ecological Economics” ) possa affrontare con dovizia di elementi conoscitivi la “complessa problematica”  della “sostenibilità”  al fine di fornire soluzioni, indubbiamente diversificate per area geografica d’intervento, in grado di essere applicate operativamente per determinare e favorire una “sostenibilità armonica”  dello “sviluppo” e/o della “crescita” . Alcuni indicatori, già noti, dovranno trovare maggiore “ cittadinanza” : “ stato di salute”  della biodiversità e “ impronta ecologica” . Il primo fornisce elementi cognitivi del pianeta terra “ vivente” , il secondo dà indicazioni sullo stato di “ pressione umana”  sui differenti “ sistemi naturali” . Recenti rapporti, tra cui quello dell’ ONU sullo “ stato di salute”  di Gaia, evidenziano elementi non molto edificanti.

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 1,2 * Cattedra di Miglioramento genetico degli animali in produzione zootecnica - Dipartimento di Scienze zootecniche e Ispezione degli Alimenti - Università degli Studi di Napoli “ Federico II” - 80055 Portici (NA) - Italia.
Tel. (+39 81) 7766093-7752622 - Tf. (+39 81) 7762886;
e mail: matassin@unina.it 
internet: www.mgapz.unina.it

*  Consorzio per la Sperimentazione, Divulgazione e Applicazione di Biotecniche Innovative (ConSDABI)-National
Focal Point
italiano presso la FAO (NFP.I - FAO) per la salvaguardia del germoplasma animale in via di estinzione -
Azienda Casaldianni - 82020 Circello (BN) - Italia.
Tel. (+39 824) 938211 - Tf. (+39 824) 938213; 
 e mail: consdabi@consdabi.org   internet: http://www.consdabi.org

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15/04/02