Vi
sono condizioni reali che fanno sviluppare le culture con ritmi diversi, ma esse
sopravvivono nel presente della memoria delle popolazioni antropiche, quindi
nella memoria collettiva, e contribuiscono notevolmente a mantenere viva la
variabilità culturale che è fondamentale per uno sviluppo etico dell’umanità.
Una omologazione, aspetto negativo della globalizzazione, è da
rifiutare nella convinzione delle pari dignità delle
culture, dei costumi, degli stili di vita, delle produzioni artigianali, ecc..
Per evitare che gli aspetti negativi
della globalizzazione diventino maggioranza è necessario aumentare la formazione
e l’informazione, quindi la conoscenza.
La
memoria storica delle specificità e apporto di essa possono essere ritenute
utili a che ogni comunità antropica contribuisca armonicamente ad arricchire
l’umanità e a favorire uno sviluppo globale a misura di uomo. Tutto ciò sta a significare che, in nome della
solidarietà, e perché no della ragione urge dialogare fra le culture, cioè fra
le diverse memorie storiche.
L’antropologo
White afferma che è necessario fare interagire fra di loro le diverse culture.
Sarebbe auspicabile istituzione di un Organismo culturale internazionale,
come l’ ONU, allo scopo di favorire il dialogo fra le culture. Solamente la cultura è in grado di consentire una efficace e reale equilibrio
fra cultura locale e globalizzazione; inoltre, essa è
capace di sconfiggere la povertà e le disuguaglianze
fra le diverse Comunità antropiche. La stessa democrazia è il
frutto di una elevazione culturale di un popolo. E” il merito della cultura il poter
raggiungere elevati livelli di “alterità” .
Un
arresto o un forte rallentamento del processo di globalizzazione è da
considerare nefasto proprio per i Paesi in via di sviluppo (PVS) perché una
diminuzione delle attività economiche nei PS porterà, inevitabilmente, sia a un
aumento dei costi generali sia a un forte calo degli scambi, quindi a una
riduzione ulteriore dei già fragili e bassi livelli del tenore di vita dei PVS.
In altre parole, i Paesi più poveri diventeranno sempre più
poveri.
Una corretta gestione
del processo di globalizzazione conduce a un non lieve incremento del livello di reddito
dei PVS; infatti, studi recenti non di parte stanno evidenziando che quei PVS (Cina, India, Messico ecc.) che hanno
scelto la globalizzazione, pur partendo da livelli di reddito inferiori, hanno
superato quei PVS che invece perseguono una politica di “chiusura” . L’ integrazione
internazionale, pertanto, sarà efficace se verranno evitate misure di notevole
entità protezionistica; misure che, se perseguite, aggraveranno lo stato di
povertà di un PVS. Però si rende necessario riformare la "architettura” finanziaria
internazionale con una visione piú politica sia delle relative
norme sia degli scambi internazionali. E' da augurarsi che la conferenza WTO, di Doha (Qatavi) dell’” ottobre 2001
porti a una migliore regolazione del commercio internazionale, specialmente per
il settore dell’agricoltura.
Certo che un'ampia apertura di un Paese al mercato internazionale
richiede una politica interna che sorregga fortemente: la giustizia, la lotta alla corruzione, lo sviluppo culturale delle risorse umane,
il pluralismo dell’ informazione, l’
individuazione
e la valorizzazione delle risorse
endogene nonché lo sviluppo delle infrastrutture (viabilità, trasporti, energia, telecomunicazioni, ecc.); in sintesi,
aprirsi al mercato internazionale richiede un marcato intervento pubblico e una
“ seria” gestione sia per l’ individuazione
delle iniziative da attuare sia per consolidare quest’ ultima, trattandosi di un
vero e proprio “capitale sociale” .
Tutto ciò sta anche a significare massima efficienza ed efficacia del
funzionamento delle “istituzioni
pubbliche” di un Paese, le
quali devono armonicamente collaborare con la “ soggettività privata”
. Inoltre, per
tutti quei PVS, ove oggettive ragioni geografiche, storiche e socio-economiche
non rendono possibile un loro immediato inserimento nel processo di
globalizzazione, sarà indispensabile intervenire con una politica di “aiuto”
in grado di permettere a tali Paesi di utilizzare, prima di tutto, le loro risorse
endogene. La globalizzazione è una sfida a vari
sistemi sociali che dovranno interagire fra di loro per evitare che si possano
verificare danni irreversibili all’assetto socio-economico delle differenti
popolazioni antropiche viventi sul pianeta terra; il tutto dovrà essere
realizzato nella piena convinzione che la base etica fondamentalmente sia il
rispetto della dignità umana.
D' accordo con Zampetti, è
necessario innescare una rivoluzione culturale su base lessicale; rivoluzione
che dovrà condurre a “capovolgere” il noto principio “pensa globalmente, agisci localmente” in quello “pensa localmente, agisci globalmente” . Applicando questa regola, si può contrastare la tendenza
all’ omologazione che sarà tanto più imperante quanto più si lascerà libera
questo “trend” su mere basi economiche. Certo che tutto l’ assetto
socio-economico del pianeta terra non può essere il risultato della regola base del capitalismo: competizione e profitto.
Analisi socio-economiche recenti, riguardanti quasi l’ ultimo ventennio,
hanno ampiamente messo in luce che i 24 Paesi “globalizzati” più “poveri” di quelli “non globalizzati"
hanno raggiunto un valore del prodotto
interno lordo (PIL) procapite superiore ai secondi; nel determinismo del valore del PIL interessantissimi
sono due indicatori essenziali del "capitale sociale” : il livello di istruzione
medio e il funzionamento della giustizia.
E' noto che quanto più elevato è il
livello culturale medio di una “comunità antropica” tanto maggiore è la capacità dell’ uomo
a svolgere una
determinata attività, quindi il suo contributo di idee e di “visione
solidale” del suo impegno per
l’ ottimizzazione del “sistema vita”
degli esseri umani e di quelli
non umani.
Non credo che possa essere accettata passivamente l’ ipotesi di Rifkin
sulla “fine del lavoro” .
Certo che
l’ affermarsi di un lavoro interscambiabile, di un lavoro flessibile e
destrutturato, spesso di durata irrisoria, porterà -probabilmente - a una certa
confusione e a una perdita di identificazione; perdita che avrà un suo effetto
sulla psiche e sulla personalità dell’ “uomo” , quindi sul suo ruolo di
concepire la società in cui egli è inserito. Queste problematiche saranno l’
oggetto principe per una serena e razionale valutazione dello sviluppo e dell’
affermarsi di un'era che viene definita come “seconda modernità” .
Il
concetto di “sviluppo solidale” è legato alla diversità, che non è identificabile
con l’ omologazione e con la standardizzazione di una “globalizzazione”
a senso unico. E’ la diversità
culturale antropica che è alla base della interattività, mentre la omogeneità conduce a
mere soluzioni additive e a un livellamento pericoloso delle mentalità umane.
Non
è da perseguire - credo- una politica del lavoro basata sulla non o scarsa
consapevolezza dell’ atto che si sta compiendo. Nell’ eseguire un atto
non si può ignorare che esso è anche il frutto del pensiero. Il fine di
un'attività imprenditoriale non può essere solo il profitto, né tutti possono essere sempre e solo
imprenditori. Così operando si va verso una società fortemente destrutturata con
conseguenze imprevedibili sulla vita di relazione che caratterizza qualsiasi
essere vivente. Certo che non tutti possono svolgere un'attività artigianale, ma
l’artigiano racchiude in sé due momenti importanti: una competenza profonda del
tipo di lavoro che svolge e una grande fantasia, ambedue inseriti in una
tradizione, cioè in un contesto geograficamente e culturalmente delimitato. Un
classico esempio di diversità nell’attività lavorativa quotidiana è dato proprio
dal lavoro cui attende l’imprenditore agricolo
nel contesto
della ruralità multifunzionale; è in questo contesto che si può realizzare la sublimazione
della diversità e, perché
no, della "alterità” verso un insieme di esseri viventi umani
e non umani.
Certo che la critica alla
globalizzazione non può esprimersi in chiave ideologica; una realtà
inoppugnabile è l’ utopia di un modello di sviluppo uniforme per tutte le aree
del pianeta terra; infatti e fortunatamente, la diversità esistente
deve condurre a rafforzare il pluralismo biologico nello spirito del pleròma.
Questo polimorfismo, che l’ uomo porta in sé, dovrebbe incoraggiare a ricercare soluzioni
unitarie anche se attraverso una gamma ideale di sistemi sociali e politici
diversi che venissero incontro al polimorfismo biologico
antropico.
Il pluralismo è una grande filosofia
comportamentale, in quanto esso deve essere comprensione degli altri, deve essere una questione morale
e comportamentale e non deve essere una questione di fede e di capacità
intellettiva. Educare al pluralismo, è un imperativo doveroso nel senso di rispettare il diritto di espressione di ciascuna entità
culturale e di giungere a una soluzione, dinamica nel tempo e nello
spazio, che sia in grado di interpretare
le diversità nell’ unicità teleologica.
I
cambiamenti che vi saranno, grazie al dinamismo cognitivo in atto, costituiranno
i punti focali del vivere delle future generazioni
umane. Generazioni
che risentiranno, in modo piú o meno marcato, delle contrapposizioni ideologiche
che scaturiranno da una diversa visione e da una differente consapevolezza
dell’effetto dei precedenti cambiamenti. A loro volta, questi ultimi solo
apparentemente interesseranno la vita materiale, ma, in realtà, si
ripercuoteranno su quelle che saranno le modalità e le idee di concepire la vita
sociale, la vita
di relazione, la vita di solidarietà. Tutto quanto ora
detto influirà sulle forze
morali
che, sempre di più, dovranno impegnare le future scelte della società affinché
si dia vita a una civiltà fortemente avanzata, ma profondamente rispettosa dei
canoni fondamentali che regolano la vita di solidarietà delle genti.
Mutatis
mutandis, non credo che sia moralmente accettabile la
dichiarazione di Oppenheimer: “quando ormai sei a un passo da una impresa
scientifica tecnologicamente dolce, vai avanti e soltanto dopo il successo
tecnico ti preoccupi del resto” .
Giustamente,
l’ epistemologo benedettino Jaki ritiene che il basare tutto un assetto socio-
-economico su basi tecniche innovative si corre un concreto rischio: illudersi
che il potere “quantitativo”
possa dominare, quindi controllare, tutto ciò che non è quantitativo,
cioè immateriale. “Scienza e
tecnologia non possono automaticamente assicurare né progresso né stabilità”
sul pianeta terra, mentre esse possono
fornire gli strumenti affinché il genere umano operi felicemente per il
raggiungimento di traguardi dinamici utili all’attuazione di un benessere
fisico, psichico e sociale dell’uomo, qualsiasi sia la sua culturale e la sua
appartenenza etnica. La teoria della relatività, essendo un concetto
meramente quantitativo, non può essere un riferimento universale
per individuare assetti socio-economici antropici accettabili, quindi una verità
assoluta. Pertanto, la scienza “esatta” non può dare risposte concrete e
vere alla domanda dal contenuto filosofico, etico e
sociale.
E’ da augurarsi che si realizzi con determinazione una
globalizzazione della solidarietà attraverso la realizzazione di una rete di
operatori finanziari con lo scopo di scambiare esperienze in una condivisione di
valori universali. Certo che, con la globalizzazione, la centralità della
produzione di beni e di servizi si avvia a essere sostituita da quella di
controllo dei flussi immateriali di capitale utilizzando forme varie di
strumenti finanziari (titoli azionari, obbligazioni, ecc.). Con questo trend lo sviluppo solidale,
fortemente legato a un territorio, richiede, per non soccombere, uno “sforzo di fantasia” conducente a realizzare forme
nuove di cooperazione e di solidarietà internazionali, in grado di evitare che
pochi organismi finanziari e/o persone possano esercitare un controllo totale
del capitale occorrente per lo sviluppo economico delle varie aree del pianeta
terra.
Il sistema
capitalistico globale può condurre a incrementare la disuguaglianza, quindi il divario fra ricchi
e poveri, divario che può estrinsecarsi in un rischio concreto di
distruzione del sistema stesso. Ecco, quindi, la
necessità, secondo alcuni economisti (a esempio, Soros) di una “umanizzazione” del mercato. Il libero commercio di beni
e di servizi e il libero movimento di capitale esasperano la concorrenza. Questa
“giungla” competitiva conduce inevitabilmente alla
scomparsa del potere proprio di uno “Stato-nazione” ; a meno potere
consegue, per lo “ Stato-nazione” , una minore possibilità di tassare il capitale, a che fa seguito
riduzione drastica di disporre di risorse finanziarie da destinare al
mantenimento e al funzionamento delle strutture di un "welfare state” al quale uno “ Stato-nazione” deve provvedere per tutelare l’
interesse comune. Non si può ipotizzare che il capitalismo globale possa
garantire la libertà, la democrazia, lo stato di diritto, quindi la solidarietà fra gli uomini.
Nuove strade sono da individuare per giungere a fissare regole internazionali
certe contro l’ evasione fiscale degli operatori finanziari
per potere disporre di
risorse da destinare a favorire lo sviluppo socio-economico dei paesi poveri. La
proposta di Tobin (premio Nobel) dell’istituzione di una imposta sul movimento del
capitale, il cui provento deve essere devoluto ai Paesi poveri, è da perseguire.
Un
altro effetto della globalizzazione è la possibile collocazione del politico al
di fuori del “quadro categoriale dello Stato - nazione” , quindi al di fuori del ruolo della politica dello “ Stato-nazione”
e,
conseguentemente, con un forte depotenziamento di questo ultimo. Infatti, agendo
globalmente si ha uno sgretolamento delle basi dell’economia di uno “ Stato - -nazione” . Quanto connesso alla nuova “ economia
transnazionale” è tutto da scoprire
scientificamente.
Il fascino esercitato da una globalizzazione non regolamentata potrà
condurre a un vero e proprio suicidio della politica dello “ Stato -
nazione” . Basti pensare che la totale libertà delle imprese porta inevitabilmente a
individuare, ai fini produttivi, luoghi diversi per i differenti segmenti
dell’impresa stessa: sede dell’ investimento,
luogo della produzione, sede fiscale, ecc.. Tutto ciò,
estremizzando, può concretizzarsi nell’assioma “ più capitalismo senza tasse”
.
Un
altro effetto di una globalizzazione “a ruota libera”
è una forte
accentuazione dell’ individualismo, quindi perdita di una “autocoscienza
collettiva” che, nel lungo tempo, sfocia in una perdita
degli strumenti di una democrazia compiuta.
Come si diceva in precedenza, è
necessario individuare nuovi percorsi che siano in grado di attuare un approccio
alla globalizzazione tale che questa diventi uno strumento a servizio dell’ uomo
ovunque egli risieda e operi, quindi uno strumento non
perverso e non
foriero di aumento della disuguaglianza e della
povertà.
Una “società globale” , identificabile con la “ società-mondo” , deve significare rispetto della differenza etnica, della molteplicità culturale, della multieticità e delle diverse civiltà in un contesto di una “ armoniosa convivenza antropica” ; e, come dice Albrow, la “ società mondiale” può identificarsi come “molteplicità senza unità” .
La globalizzazione non
può ignorare la dimensione etica, antropica e politica, in un contesto di sviluppo
socio-economico di una comunità antropica. Necessità, quindi, di una continua revisione delle dottrine
sociali affinché la persona umana sia sempre al centro del progresso
socio-economico in un contesto di tutela della vita di
Gaia.
Il 10° rapporto del Programma delle Nazioni unite sullo
sviluppo umano (PNUSU) del 1999 nell’ambito dell’ UNDP (United Nations Development Programme)
evidenzia che un 20% della popolazione umana del pianeta terra possiede l’ 86%
del prodotto lordo globale mentre un altro 20% possiede solo l’ 1% e che tale
differenza tende ad accentuarsi nel tempo.
La Banca mondiale sottolinea che nel 2000: circa 2,8 miliardi di persone
vivono con meno di 2 dollari USA al giorno, circa 1,2 miliardi con meno di 1 $ e
1,1 miliardi di persone sono denutrite.
Sulla problematica della globalizzazione, il suddetto rapporto PNUSU
raccomanda di considerare seriamente:
Queste considerazioni non coincidono con i sostenitori del neoliberismo, i quali ritengono - come è noto – che solo il libero mercato potrà fornire all’umanità la soluzione ottimale
per un innalzamento del livello individuale di reddito.
Indubbiamente,
solo un commercio equo e solidale, una difesa dei diritti civili della singola
persona, una tutela dell’ambiente e una promozione di uno sviluppo
eco-sostenibile potranno contrastare (e/o ridurre) gli effetti nefasti di una globalizzazione selvaggia .
Interessante
è la nuova concezione di “sviluppo” e di “crescita” che sta maturando culturalmente su una serie
di riflessioni poste da alcuni bio-economisti (Cobb, Costanza, Cumberland, Daly,
Folke, Goodland, Martinez-Alier, Norgaad, Robert). In particolare, Daly e Cobb
differenziano uno “sviluppo
sostenibile” da una “crescita sostenibile” ; il primo si riferisce a un incremento
“qualitativo” e la seconda a un "incremento quantitativo” . Alcuni aspetti della sostenibilità saranno trattati
successivamente. In questo contesto si ritiene evidenziare che il concetto di
“sostenibilità” viene applicato, piuttosto semplicisticamente, oggi alla realtà
“pianeta terra” molto “ complessa” , grandemente dinamica e poco nota in tutte
le sue articolazioni e interconnessioni e interrelazioni fra la miriade di
sistemi naturali e la non meno elevata presenza di sistemi socio-economici.
Infatti, la “sostenibilità”
viene applicata con un “bagaglio cognitivo” fondamentalmente “immanentistico” ,
quindi di non
conoscenza degli effetti sulla dinamica spaziale e temporale degli eventi
futuri. Pertanto, sorge impellente la necessità di considerare, nella giusta
dimensione, il concetto di “precauzione” , quindi di un approccio “conservativo”
non “bieco” e/o “ fondamentalista”
. In questa visione,
trova un ampio significato operativo la “tutela” del “pianeta terra”
considerata da Lavelock come un unico
sistema paragonabile a un “organismo omeostatico” , quindi capace di autoregolazione e di mantenere dinamicamente
le condizioni necessarie alla propria sopravvivenza. L’ ipotesi di “ Gaia = pianeta terra come ecosistema” è inesorabilmente affascinante
e di forte riflessione cognitiva. In sintesi, Gaia può essere considerata un
vero e proprio essere vivente, definibile come un “sistema biologico
aperto dinamico vincolato” (Van Bertelanffy e
Bettini) e caratterizzato -per analogia - da tutte le problematiche di un essere
vivente.
E’ da auspicare che la nuova branca dell’ Economia “Ecologia economica” (Ecological Economics” ) possa affrontare con dovizia di elementi conoscitivi la “complessa problematica” della “sostenibilità” al fine di fornire soluzioni, indubbiamente diversificate per area geografica d’intervento, in grado di essere applicate operativamente per determinare e favorire una “sostenibilità armonica” dello “sviluppo” e/o della “crescita” . Alcuni indicatori, già noti, dovranno trovare maggiore “ cittadinanza” : “ stato di salute” della biodiversità e “ impronta ecologica” . Il primo fornisce elementi cognitivi del pianeta terra “ vivente” , il secondo dà indicazioni sullo stato di “ pressione umana” sui differenti “ sistemi naturali” . Recenti rapporti, tra cui quello dell’ ONU sullo “ stato di salute” di Gaia, evidenziano elementi non molto edificanti.
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