Edizione telematica
di
  Ambiente Risorse Salute
  Anno 2003
Luglio
 
Ambiente
 

Ciclo di vita dei prodotti e Ambiente
Dall’ecologia industriale all’ecologia familiare

*di Francis Ribeyre



Sommario
Il miglioramento della qualità della vita, associata alle modificazioni demografiche, si traduce in una crescente domanda di beni e di servizi. Le cause di disfunzione degli ecosistemi sono legate ai prelievi sempre più rilevanti di materie prime, alla modifica delle nicchie ecologiche e agli scarichi accresciuti di prodotti pregiudizievoli alle biocenosi, Uomo compreso. Le soluzioni miranti a ridurre i rischi ambientali si fondano su una migliore comprensione dei meccanismi socio ecologici che ne sono alla base e sulla messa a disposizione di strumenti efficaci e metodi di valutazione e d’intervento, L’ecologia familiare come complemento delle procedure di gestione ambientale in seno alle imprese può fornire parecchi tipi di informazioni utili per prendere derisioni.

Introduzione
La maggior parte delle cause di modificazioni ambientali sono la risultante di fenomeni naturali e antropici, che intervengono simultaneamente sui cicli biochimici degli elementi. A causa delle sue attività, l’uomo, specie fra le altre in seno alla biosfera, interagisce con gli ecosistemi mediante l’intermediazione dei suoi ambienti di prossimità. Egli s’inscrive in maniera ineluttabile nel ciclo della materia e dell’energia, prelevando, trasformando, rigettando.
  Il degrado crescente degli ambienti acquatici, terrestri o atmosferici, rappresenta una minaccia principale per l’evoluzione della specie umana e, più ampiamente, per le varie biocenosi. Di fronte alla maggior consapevolezza dei problemi ambientali, gli attori socioeconomici mettono in campo e sviluppano strategie rivolte a una migliore considerazione di queste minacce. Tuttavia, le difficoltà ad individuare le relazioni tra le attività umane e le incidenze ecologiche sono molto rilevanti: sovrapposizioni di cause, effetti differiti, metodi e strumenti di valutazione insufficienti, costi proibitivi, per non citarne che alcune.
 Fra i metodi d’indagine concepibili, l’analisi dell’impatto dei prodotti durante tutto il loro ciclo di vita (ACV) permette di vagliare in maniera più precisa la natura e l’ampiezza delle modificazioni esercitate sugli ecosistemi. Quali che siano le tappe percorse “dalla culla alla tomba”, in termini d'obiettivo, il bersaglio del prodotto finale è sempre la popolazione, e questo giustifica la necessità di accordare un’attenzione particolare a questa parte del ciclo di vita dei prodotti domestici. Inoltre, è d’obbligo conoscere meglio i comportamenti dei consumatori che possono far variare in modo considerevole il divenire dei prodotti durante la loro utilizzazione.
   L’obiettivo di questo articolo è dimostrare la forte complementarità tra l’ecologia industriale e l’ecologia familiare, dando nuova configurazione al contributo delle famiglie alle modificazioni ambientali in rapporto all’insieme del sistema socioeconomico, più in particolare nel quadro delle interazioni “imprese-consumatori”. Questa necessaria complementarità non potrà prodursi efficacemente che dopo aver effettuato le ricerche necessarie per  una migliore comprensione della problematica “produzione, distribuzione, consumo e ambiente”.

Dalla gestione ambientale delle imprese all’ecologia industriale
La volontà di migliorare le condizioni di produzione e di mantenersi sul mercato stimolano le imprese a dotarsi di un “sistema di gestione ambientale (SME)” basato sulla presa in considerazione delle conseguenze ambientali delle loro attività (1). In seno alle imprese, il concetto di gestione dell’ambiente è spesso associato alle pratiche precedenti di qualità (norme ISO 9000) e di sicurezza, raggiungendo così la “gestione per la qualità totale" (2). Attraverso questa procedura volontaria, le imprese ricercano diversi vantaggi: diminuzione dei costi di produzione (materie prime, energia, acqua, tasse, penalità...), accrescimento delle vendite (immagine di marchio interno ed esterno), controllo dei fornitori e dei prestatori di servizi, prevenzione riguardo gl’incidenti ecologici, miglioramento della qualità e della sicurezza, garanzie riguardo le assicurazioni, gli azionisti, le banche,vantaggio al momento di fusioni, di vendite o di acquisizioni d’impresa, sostegno dei poteri pubblici... Una delle pratiche di visibilità interna ed esterna delle performance delle PMI è l’ottenimento di etichette e certificazioni. La certificazione ISO 14001 e il regolamento europeo Eco-audit rappresentano degli argomenti positivi rispetto ai vari partner. Tuttavia, il numero di strutture che sono impegnate in queste pratiche è ancora molto ridotto, in particolare nel settore terziario e in agricoltura (nel novembre 1999 la Francia contava meno di 500 imprese i cui SME erano riconosciuti conformi alla norma ISO 14001).
   Alcune grandi industrie, a causa delle pesanti conseguenze ecologiche anteriori legate alle loro attività (chimica, petrolchimica, metallurgia...) sono state le prime ad investire su questa strada; esse trascinano sulla loro scia subappaltatori e concorrenti. Le imprese più efficienti a questo riguardo dispongono attualmente di mezzi d’indagine sulle scelte strategiche, considerevoli di fronte ai problemi ambientali, e partecipano attivamente alle decisioni in materia di regolamentazione, di certificazione, di orientamenti scientifici e tecnologici. Benché la responsabilità ambientale delle PMI non sia trascurabile, a causa del loro numero elevato (2,3 milioni d'imprese con meno di 10 salariati, di cui 1,15 milioni senza salariati) e dell’ampia ripartizione sull’insieme del territorio francese, poche fra di loro si sono mobilitate. Tuttavia, un’evoluzione positiva del loro sforzo ecologico è prevedibile a breve termine, o a causa della loro dipendenza dalle grosse imprese o peri propria iniziativa.
  La difficoltà ad attivare procedure ambientali sono legate particolarmente alla dimensione, al settore di attività, al potenziale di espansione, del livello tecnologico, della politica interna delle imprese. Ci sono ancora molti abusi, negligenze o impossibilità tecniche e finanziarie per raggiungere gli obiettivi sperati in materia di prevenzione dei rischi ecologici. Parecchie le cause: i vincoli, già molto pesanti, per il fatto che sia recente la presa in considerazione dell’ambiente, l’accrescimento rapido dei costi associati ad un livello di esigenza superiore, la concorrenza nazionale e internazionale nel quadro dei vincoli regolamentari, diversi a seconda dei paesi e dei settori di attività, la cultura d’impresa, etc.
  Sotto l’influenza delle pressioni sociali, dell’inquadramento regolamentare, delle direttive europee e della volontà dei dirigenti d’impresa, nel corso dei prossimi anni dovrebbero verificarsi dei progressi significativi. Tuttavia, la gestione ambientale in seno alle imprese, che rappresenta un progresso certo e promettente, non può essere considerata sufficiente; gli obiettivi sono prima di tutto economici e si fondano su indicatori ambientali spesso insufficienti per apprezzare gl’impatti ecologici (DCO, CO2 equivalente, concentrazioni...). Le basi ecosistemiche sono ancora poco considerate: diversità specifica, dinamica delle popolazioni animali e vegetali, genetica delle popolazioni, ecotossicologia... Inoltre, queste iniziative di miglioramento continuo della presa in conto dell’ambiente fanno riferimento ad uno stato iniziale che non è sempre esemplare. Le tendenze alla diminuzione di certi scarichi e prelevamenti nefasti per gli ecosistemi non devono far dimenticare che ci sono sempre scarichi e prelevamenti, che si situano nel prolungamento di un passivo in materia d’inquinamento spesso pesante per un certo numero di attività industriali, le cui conseguenze sui biotipi e le biocenosi sono sempre effettivi e che esse possono ripercuotersi a tempi molto lunghi (produttività, biodiversità, resilienza, resistenza, ecc.).
  L’ecologia industriale, che si potrebbe definire come lo studio delle relazioni tra le attività industriali (o imprenditoriali) e gli ecosistemi, dovrebbe apportare una dimensione superiore alla riflessione e alle decisioni prese in materia di ambiente industriale. In effetti, le azioni attuali si fondano sulla realizzazione di audit ambientali che mirano essenzialmente a costruire un bilancio delle entrate e delle uscite del sistema considerato, in termini di quantità di materie prime, di energia, di effluenti... e a tentare di calcolare a partire da queste informazioni, più spesso in riferimento a delle norme o dei dati empirici più o meno ben fondati, i rischi ambientali. Questi audit riguardano generalmente siti e, per una piccola minoranza, dei prodotti (etichetta “ecoprodotto” ad esempio). Per aumentare l’efficacia della gestione ambientale, sarebbe urgente accrescere, a monte delle procedure di applicazioni in vigore, le conoscenze ecologiche fondamentali, nel quadro di pratiche industriali finalizzate, determinanti per la gestione ragionata degli ecosistemi nonché  per la salute umana.
  Poiché la sequenza produzione, distribuzione e consumo dei prodotti è una causa essenziale delle modificazioni dei nostri ambienti, l’analisi approfondita dei suoi fondamenti rappresenta un supporto cognitivo e informativo preziosi. A tale scopo, lo studio dell’impatto dei prodotti - beni e servizi - sugli ambienti e le biocenosi deve vertere sulle attività delle imprese, ma anche sui comportamenti degli utenti. L’esecuzione delle ACV, prevista nel quadro della norma ISO 14040 in particolare, traduce chiaramente le difficoltà e i limiti di questi approcci (3). Allo stato attuale delle conoscenze e dei quesiti, più particolarmente in conseguenza dell’”ecobilancio” (inventario, verbale di constatazioni), la parte “ impatti accertati” sugli ecosistemi è particolarmente ipotetica e speculativa. E’ in questa corrente di pensiero e di azione che ci sembra importante riconsiderare, nel quadro delle ricerche fondamentali e applicate, il contributo delle attività umane all’evoluzione degli ambienti e delle biocenosi, Uomo compreso. L’ACV dei prodotti rappresenta un filo conduttore pertinente tra attività imprenditoriali e attività domestiche, che rafforza anche l’idea di sviluppare congiuntamente l’ecologia industriale e l’ecologia familiare, due campi disciplinari principali dell’ecologia umana ( Fig.1 .).
  In seguito a numerose indagini bibliografiche che vertono su vari aspetti nel campo di studi ecologici, sociologici, economici..., sembra che le nostre conoscenze dell’incidenza delle attività familiari sulle evoluzioni ecosistemiche siano decisamente molto e più sommarie rispetto alle nostre conoscenze in ecologia biologica (ecologia vegetale o animale), anche perfino in ecologia industriale. Questa constatazione giustifica dunque la destinazione degli sforzi di ricerca innanzitutto all’ecologia familiare.

Apporti dell’ecologia familiare
 “L’ecologia familiare mira a studiare le relazioni tra l’uomo e i suoi ambienti di prossimità, associati alle attività domestiche che si svolgono nell’ecosfera familiare, e a reinquadrarle in rapporto alle domande e agli interventi riguardo il divenire degli ecosistemi”(4). L’ecosfera familiare è caratterizzata da un microcosmo altamente antropizzato costituito da una biocenosi diversificata nella quale l’uomo occupa un posto preponderante, e da un biotopo strettamente associato all’habitat e ai suoi impianti, sottoposto a flussi di materia ed energia di cui una parte è strettamente sotto il controllo del sistema “produzione-consumo”.
  Benché le imprese contribuiscano in modo molto rilevante alle modificazioni degli ecosistemi, l’incidenza del consumo delle famiglie è direttamente valutabile attraverso l’habitat e le gestioni connesse, degli scarichi nell’atmosfera, in relazione col riscaldamento delle abitazioni o l’utilizzazione delle auto in particolare. I problemi d’inquinamento in seno alle stesse abitazioni si pongono sempre più acutamente a causa del maggiore isolamento dei locali, della presenza di prodotti tossici nei vari materiali o apparecchiature, dell’onnipresenza di campi elettrici, o ancora di fonti di radon. L’abitacolo dei veicoli rappresenta egualmente un micro ecosistema molto particolare. Le numerose fonti d’inquinamento e di nocività associate al modo di vivere dei cittadini, modificano fortemente i loro ambienti di prossimità, ma anche, attraverso le interfacce e i vettori di trasporti atmosferici, acquatici..., la maggior parte degli ecosistemi. I consumatori sono responsabili delle conseguenze sgradevoli che ne derivano, sia direttamente che indirettamente, attraverso le imprese che essi sollecitano a fornire loro i prodotti che poi utilizzano.
  Una migliore comprensione dell’impatto delle attività domestiche sugli ecosistemi e dei rischi per la salute si fonda su un’analisi approfondita del divenire dei prodotti in seno all’ecosfera familiare, in rapporto al loro processo di acquisizione, ai loro sistemi di stoccaggio e di trasformazione, agli scambi tra l’ambiente interno e l’ambiente esterno ( fig. 2 ).

 In rapporto all’ACV,  l’attività familiare si trova in posizione intermedia tra due tipi di attività imprenditoriale: a monte, la produzione e la distribuzione dei prodotti; a valle il riciclaggio, il ritrattamento dei rifiuti. Come in ecologia industriale, l’ACV si fonda su un bilancio di entrate e uscite, seguito da un’analisi delle incidenze sugli ambienti, la fauna e la flora, senza dimenticare le popolazioni umane.
   L’evoluzione del consumo delle famiglie è strettamente associata a quella della società in generale. La domanda di beni e di servizi è sottoposta a cambiamenti importanti legati ad aspetti demografici (nascite, invecchiamenti...), sociali (strutture familiari, lavoro, tempo libero..), tecnologici (dotazioni, comunicazioni...), etici (limitazioni, precauzioni...) che si ripercuotono inevitabilmente sugli ecosistemi (5). Come prendere in considerazione queste determinanti socioeconomiche nell’ACV se si vuole rendere conto della diversità dei comportamenti dei consumatori di fronte ai prodotti, e delle profonde mutazioni societarie attuali e prevedibili a medio termine?
  Innanzi tutto sembra necessario comprendere meglio i microsistemi familiari al fine di vagliare la variabilità delle risposte, di distinguere eventuali invarianti, di definire ecotipi... Questo obiettivo può essere raggiunto solo dopo aver progettato e messo in opera delle metodologie appropriate. Si tratta innanzi tutto di un lavoro di ricerca, i cui risultati permetteranno di proporre delle informazioni e degli strumenti di valutazione che facilitino il vaglio degli impatti economici associati all’utilizzazione dei prodotti domestici in particolare.

  Le difficoltà di un tale approccio, centrato sulla parte del ciclo di vita corrispondente al consumo delle famiglie, sono legate alla complessità dei meccanismi implicati - diversità e significanza dei prodotti, variabilità dei comportamenti delle persone, il grande numero delle famiglie, ecc. - e ai limiti dei mezzi di osservazione prevedibili - indagini, strumentazione, indicatori economici, sperimentazioni.
  A titolo d'illustrazione della procedura di ricerca, è stato effettuato un confronto metodologico nell'ambito di un’applicazione pedagogica presso gli studenti di DESS (terzo ciclo universitario francese) nel quadro di un modello dedicato agli audit ambientali. Di fronte alla varietà degli esempi disponibili, la scelta dei prodotti non è chiara. I criteri di decisione sono diversi: prodotti comuni alla maggior parte delle persone; caratteristiche relativamente ben note; interesse ecologico; legami economici e comportamentali; diversità dei problemi posti; disponibilità di dati scientifici; utilizzazione frequente; beni fungibili e duraturi, dimensioni socioeconomiche; uniformità d’uso. Inoltre, piuttosto che considerare tre o quattro prodotti indipendenti, è interessante prendere quelli molto differenti e che presentano forti complementarità, al fine di vagliare le loro interrelazioni, persino interazioni, nei confronti dell’ambiente. E’ in questo spirito che è stato preso in considerazione in primo approccio il servizio “lavaggio della biancheria in lavatrice”. Collocato dopo i bisogni umani primari come nutrirsi, ripararsi, proteggersi, riprodursi, la manutenzione della biancheria, più in particolare dei vestiti, apparentemente insignificante, rinvia invece a varie finalità che hanno una grande importanza: proteggersi dallo sguardo degli altri, sopportare i rischi climatici, manifestare la propria personalità, premunirsi contro malattie, sentirsi bene. Si tratta di un’attività domestica banale, praticata da un grandissimo numero di persone, giovani o anziani, uomini o donne (il 90% delle famiglie dispone di una lavatrice, il che vuol dire circa 20 milioni di lavatrici in Francia). I prodotti implicati - acqua, detergenti, energia e lavatrice - presentano una forte complementarità d'utilizzazione e possono essere considerati da questo punto di vista come una “unità funzionale”. Malgrado la sua apparente semplicità, quest'esempio permette di affrontare numerosi aspetti concettuali e metodologici. Il lavoro di riflessione, d’informazione, di concettualizzazione e di confronto comincia con un approccio qualitativo e prosegue con un’analisi semi-quantitativa.
L’approccio qualitativo mira ad analizzare il sistema studiato al fine di rivelare la struttura e individuare le principali componenti. L’identificazione strutturale e funzionale si fonda sulla delimitazione preliminare del sistema studiato. Allo stato delle conoscenze e dei know how attuali, è d’obbligo isolare, momentaneamente almeno, una parte di questi ipersistemi per tentare di vagliare qualche meccanismo. La definizione dei contorni dell’unità funzionale da analizzare non è evidente; essa dipende strettamente dagli obiettivi dello studio, dal livello di precisione che si pretende di raggiungere, dai dati disponibili, dalle applicazioni previste... Tuttavia sembra importante ricollocare questo oggetto in rapporto agli altri elementi del sistema, in particolare mediante l’intermediazione delle interfacce, poi eventualmente delle ramificazioni in seno al sottosistema da cui viene estratto. Questa prima operazione impone un certo chiarimento dell’immagine che si ha dell’oggetto considerato, tanto più facile in quanto ci è familiare. E’ in questo senso che l’analisi della parte del ciclo di vita di prodotti domestici presenta grandi potenzialità demagogiche; ogni studente o praticante ha una rappresentazione mentale, più o meno elaborata, degli oggetti situati nel suo ambiente domestico.
  Un confronto quantitativo a piccola scala è in seguito realizzato in condizioni molto semplificate, a partire da un caso di figura semi-virtuale (che potrebbe essere reale). Una prima fase consiste nello stabilire un bilancio delle entrate e delle uscite del sotto-sistema identificato; la seconda verte sugli impatti ecologici dei flussi di materia e di energia sugli ambienti di prossimità e , più ampiamente, sugli ecosistemi. Senza avere la pretesa di rappresentare fedelmente la realtà dell’insieme degli aspetti evocati in merito alla fase qualitativa, lo scopo di quest’approccio è di permettere agli studenti di abbordare in modo formale le diverse discipline che s’incontrano intorno all’unità funzionale considerata: demografia, sociologia, economia, ecologia, ecotossicologia...

Conclusioni e prospettive
Combinare la logica dello sviluppo umano con una gestione ragionata degli ambienti e delle biocenosi richiede di disporre d’informazioni pertinenti sulle interazioni tra le attività umane e l’ambiente. L’analisi dell’incidenza dei prodotti sugli ecosistemi e sulla salute umana rappresenta una via di risposta ai problemi posti, ma si scontra con la complessità del campo di studio. Lo sviluppo concomitante dell’ecologia industriale e dell’ecologia familiare dovrebbe condurre a una migliore comprensione e ad una formulazione più esplicita dei meccanismi implicati, nonché alla proposta di strumenti di diagnosi e di prevenzione più efficienti di quelli attualmente utilizzati. I progressi cognitivi e metodologici che possono derivare da approcci pluridisciplinari centrati sulle interazioni tra il ciclo  di vita dei prodotti e gli ecosistemi, rappresentano senza dubbio dei mezzi supplementari per far fronte ai rischi tecnologici e naturali che minacciano le popolazioni umane.

Fig.1

 

Fig.2

 

 

*Francis Ribeyre, Professore di ecologia umana all'Università di Bordeau 3

Bibliografia

1. Bezou, E. (1997) Système de management environnemental. Audit, certification et règlement Ecoaudit. AFNOR Ed. 294 p.

2. Froman, B. (1999) Qualité, environnement, sécurité. AFNOR Ed. 63 p.

3. Ribeyre, E (2002a) Ecologie familiale? Fondements et finalités. Natures Sciences et Sociétés (soumis)

4. Ribeyre, E (2002b) Le consommateur: acteur écologique, Fondements socioéconomiques de l'impact écologique lié à la consommation des ménages. Sciences de la Société (soumis).

5. UNEP, EPA, CML (1999) Towards the Global Use of life Cycle Assessment. UNEP Ed. 71 p.

*Francis Ribeyre, Professore di ecologia umana all'Università di Bordeau 3

 

 16 luglio 2003