*di Francis Ribeyre
Sommario
Il
miglioramento della qualità della vita, associata alle modificazioni
demografiche, si traduce in una crescente domanda di beni e di servizi. Le cause
di disfunzione degli ecosistemi sono legate ai prelievi sempre più rilevanti di
materie prime, alla modifica delle nicchie ecologiche e agli scarichi
accresciuti di prodotti pregiudizievoli alle biocenosi, Uomo compreso. Le
soluzioni miranti a ridurre i rischi ambientali si fondano su una migliore
comprensione dei meccanismi socio ecologici che ne sono alla base e sulla messa
a disposizione di strumenti efficaci e metodi di valutazione e d’intervento,
L’ecologia familiare come complemento delle procedure di gestione ambientale in
seno alle imprese può fornire parecchi tipi di informazioni utili per prendere
derisioni.
Introduzione
La maggior parte delle cause di modificazioni
ambientali sono la risultante di fenomeni naturali e antropici, che intervengono
simultaneamente sui cicli biochimici degli elementi. A causa delle sue attività,
l’uomo, specie fra le altre in seno alla biosfera, interagisce con gli
ecosistemi mediante l’intermediazione dei suoi ambienti di prossimità. Egli
s’inscrive in maniera ineluttabile nel ciclo della materia e dell’energia,
prelevando, trasformando, rigettando.
Il degrado crescente degli ambienti acquatici, terrestri o atmosferici,
rappresenta una minaccia principale per l’evoluzione della specie umana e, più
ampiamente, per le varie biocenosi. Di fronte alla maggior consapevolezza dei
problemi ambientali, gli attori socioeconomici mettono in campo e sviluppano
strategie rivolte a una migliore considerazione di queste minacce. Tuttavia, le
difficoltà ad individuare le relazioni tra le attività umane e le incidenze
ecologiche sono molto rilevanti: sovrapposizioni di cause, effetti differiti,
metodi e strumenti di valutazione insufficienti, costi proibitivi, per non
citarne che alcune.
Fra i metodi d’indagine concepibili,
l’analisi dell’impatto dei prodotti durante tutto il loro ciclo di vita (ACV)
permette di vagliare in maniera più precisa la natura e l’ampiezza delle
modificazioni esercitate sugli ecosistemi. Quali che siano le tappe percorse
“dalla culla alla tomba”, in termini d'obiettivo, il bersaglio del prodotto
finale è sempre la popolazione, e questo giustifica la necessità di accordare
un’attenzione particolare a questa parte del ciclo di vita dei prodotti
domestici. Inoltre, è d’obbligo conoscere meglio i comportamenti dei consumatori
che possono far variare in modo considerevole il divenire dei prodotti durante
la loro utilizzazione.
L’obiettivo di questo articolo è dimostrare la forte complementarità tra
l’ecologia industriale e l’ecologia familiare, dando nuova configurazione al
contributo delle famiglie alle modificazioni ambientali in rapporto all’insieme
del sistema socioeconomico, più in particolare nel quadro delle interazioni
“imprese-consumatori”. Questa necessaria complementarità non potrà prodursi
efficacemente che dopo aver effettuato le ricerche necessarie per una migliore comprensione della
problematica “produzione, distribuzione, consumo e ambiente”.
Dalla gestione
ambientale delle imprese all’ecologia industriale
La volontà di migliorare le condizioni di
produzione e di mantenersi sul mercato stimolano le imprese a dotarsi di un
“sistema di gestione ambientale (SME)” basato sulla presa in considerazione
delle conseguenze ambientali delle loro attività (1). In seno alle imprese, il
concetto di gestione dell’ambiente è spesso associato alle pratiche precedenti
di qualità (norme ISO 9000) e di sicurezza, raggiungendo così la “gestione per
la qualità totale" (2). Attraverso questa procedura volontaria, le imprese
ricercano diversi vantaggi: diminuzione dei costi di produzione (materie prime,
energia, acqua, tasse, penalità...), accrescimento delle vendite (immagine di
marchio interno ed esterno), controllo dei fornitori e dei prestatori di
servizi, prevenzione riguardo gl’incidenti ecologici, miglioramento della
qualità e della sicurezza, garanzie riguardo le assicurazioni, gli azionisti, le
banche,vantaggio al momento di fusioni, di vendite o di acquisizioni d’impresa,
sostegno dei poteri pubblici... Una delle pratiche di visibilità interna ed
esterna delle performance delle PMI è l’ottenimento di etichette e
certificazioni. La certificazione ISO 14001 e il regolamento europeo Eco-audit
rappresentano degli argomenti positivi rispetto ai vari partner. Tuttavia, il
numero di strutture che sono impegnate in queste pratiche è ancora molto
ridotto, in particolare nel settore terziario e in agricoltura (nel novembre
1999 la Francia contava meno di 500 imprese i cui SME erano riconosciuti
conformi alla norma ISO 14001).
Alcune grandi industrie, a causa delle pesanti conseguenze ecologiche
anteriori legate alle loro attività (chimica, petrolchimica, metallurgia...)
sono state le prime ad investire su questa strada; esse trascinano sulla loro
scia subappaltatori e concorrenti. Le imprese più efficienti a questo riguardo
dispongono attualmente di mezzi d’indagine sulle scelte strategiche,
considerevoli di fronte ai problemi ambientali, e partecipano attivamente alle
decisioni in materia di regolamentazione, di certificazione, di orientamenti
scientifici e tecnologici. Benché la responsabilità ambientale delle PMI non sia
trascurabile, a causa del loro numero elevato (2,3 milioni d'imprese con meno di
10 salariati, di cui 1,15 milioni senza salariati) e dell’ampia ripartizione
sull’insieme del territorio francese, poche fra di loro si sono mobilitate.
Tuttavia, un’evoluzione positiva del loro sforzo ecologico è prevedibile a breve
termine, o a causa della loro dipendenza dalle grosse imprese o peri propria
iniziativa.
La difficoltà ad attivare procedure ambientali sono legate
particolarmente alla dimensione, al settore di attività, al potenziale di
espansione, del livello tecnologico, della politica interna delle imprese. Ci
sono ancora molti abusi, negligenze o impossibilità tecniche e finanziarie per
raggiungere gli obiettivi sperati in materia di prevenzione dei rischi
ecologici. Parecchie le cause: i vincoli, già molto pesanti, per il fatto che
sia recente la presa in considerazione dell’ambiente, l’accrescimento rapido dei
costi associati ad un livello di esigenza superiore, la concorrenza nazionale e
internazionale nel quadro dei vincoli regolamentari, diversi a seconda dei paesi
e dei settori di attività, la cultura d’impresa, etc.
Sotto l’influenza delle pressioni sociali, dell’inquadramento
regolamentare, delle direttive europee e della volontà dei dirigenti d’impresa,
nel corso dei prossimi anni dovrebbero verificarsi dei progressi significativi.
Tuttavia, la gestione ambientale in seno alle imprese, che rappresenta un
progresso certo e promettente, non può essere considerata sufficiente; gli
obiettivi sono prima di tutto economici e si fondano su indicatori ambientali
spesso insufficienti per apprezzare gl’impatti ecologici (DCO, CO2
equivalente, concentrazioni...). Le basi ecosistemiche sono ancora poco
considerate: diversità specifica, dinamica delle popolazioni animali e vegetali,
genetica delle popolazioni, ecotossicologia... Inoltre, queste iniziative di
miglioramento continuo della presa in conto dell’ambiente fanno riferimento ad
uno stato iniziale che non è sempre esemplare. Le tendenze alla diminuzione di
certi scarichi e prelevamenti nefasti per gli ecosistemi non devono far
dimenticare che ci sono sempre scarichi e prelevamenti, che si situano nel
prolungamento di un passivo in materia d’inquinamento spesso pesante per un
certo numero di attività industriali, le cui conseguenze sui biotipi e le
biocenosi sono sempre effettivi e che esse possono ripercuotersi a tempi molto
lunghi (produttività, biodiversità, resilienza, resistenza, ecc.).
L’ecologia industriale, che si potrebbe
definire come lo studio delle relazioni tra le attività industriali (o
imprenditoriali) e gli ecosistemi, dovrebbe apportare una dimensione superiore
alla riflessione e alle decisioni prese in materia di ambiente industriale. In
effetti, le azioni attuali si fondano sulla realizzazione di audit ambientali
che mirano essenzialmente a costruire un bilancio delle entrate e delle uscite
del sistema considerato, in termini di quantità di materie prime, di energia, di
effluenti... e a tentare di calcolare a partire da queste informazioni, più
spesso in riferimento a delle norme o dei dati empirici più o meno ben fondati,
i rischi ambientali. Questi audit riguardano generalmente siti e, per una
piccola minoranza, dei prodotti (etichetta “ecoprodotto” ad esempio). Per
aumentare l’efficacia della gestione ambientale, sarebbe urgente accrescere, a
monte delle procedure di applicazioni in vigore, le conoscenze ecologiche
fondamentali, nel quadro di pratiche industriali finalizzate, determinanti per
la gestione ragionata degli ecosistemi nonché per la salute umana.
Poiché la sequenza
produzione, distribuzione e consumo dei prodotti è una causa essenziale delle
modificazioni dei nostri ambienti, l’analisi approfondita dei suoi fondamenti
rappresenta un supporto cognitivo e informativo preziosi. A tale scopo, lo
studio dell’impatto dei prodotti - beni e servizi - sugli ambienti e le
biocenosi deve vertere sulle attività delle imprese, ma anche sui comportamenti
degli utenti. L’esecuzione delle ACV, prevista nel quadro della norma ISO 14040
in particolare, traduce chiaramente le difficoltà e i limiti di questi approcci
(3). Allo stato attuale delle conoscenze e dei quesiti, più particolarmente in
conseguenza dell’”ecobilancio” (inventario, verbale di constatazioni), la parte
“ impatti accertati” sugli ecosistemi è particolarmente ipotetica e speculativa.
E’ in questa corrente di pensiero e di azione che ci sembra importante
riconsiderare, nel quadro delle ricerche fondamentali e applicate, il contributo
delle attività umane all’evoluzione degli ambienti e delle biocenosi, Uomo
compreso. L’ACV dei prodotti rappresenta un filo conduttore pertinente tra
attività imprenditoriali e attività domestiche, che rafforza anche l’idea di
sviluppare congiuntamente l’ecologia industriale e l’ecologia familiare, due
campi disciplinari principali dell’ecologia umana
(
Fig.1
.).
In seguito a numerose indagini bibliografiche che vertono su vari aspetti
nel campo di studi ecologici, sociologici, economici..., sembra che le nostre
conoscenze dell’incidenza delle attività familiari sulle evoluzioni
ecosistemiche siano decisamente molto e più sommarie rispetto alle nostre
conoscenze in ecologia biologica (ecologia vegetale o animale), anche perfino in
ecologia industriale. Questa constatazione giustifica dunque la destinazione
degli sforzi di ricerca innanzitutto all’ecologia familiare.
Apporti dell’ecologia
familiare
“L’ecologia familiare mira a studiare le
relazioni tra l’uomo e i suoi ambienti di prossimità, associati alle attività
domestiche che si svolgono nell’ecosfera familiare, e a reinquadrarle in
rapporto alle domande e agli interventi riguardo il divenire degli
ecosistemi”(4). L’ecosfera familiare è caratterizzata da un microcosmo altamente
antropizzato costituito da una biocenosi diversificata nella quale l’uomo occupa
un posto preponderante, e da un biotopo strettamente associato all’habitat e ai
suoi impianti, sottoposto a flussi di materia ed energia di cui una parte è
strettamente sotto il controllo del sistema “produzione-consumo”.
Benché le imprese contribuiscano in modo molto rilevante alle
modificazioni degli ecosistemi, l’incidenza del consumo delle famiglie è
direttamente valutabile attraverso l’habitat e le gestioni connesse, degli
scarichi nell’atmosfera, in relazione col riscaldamento delle abitazioni o
l’utilizzazione delle auto in particolare. I problemi d’inquinamento in seno
alle stesse abitazioni si pongono sempre più acutamente a causa del maggiore
isolamento dei locali, della presenza di prodotti tossici nei vari materiali o
apparecchiature, dell’onnipresenza di campi elettrici, o ancora di fonti di
radon. L’abitacolo dei veicoli rappresenta egualmente un micro ecosistema molto
particolare. Le numerose fonti d’inquinamento e di nocività associate al modo di
vivere dei cittadini, modificano fortemente i loro ambienti di prossimità, ma
anche, attraverso le interfacce e i vettori di trasporti atmosferici,
acquatici..., la maggior parte degli ecosistemi. I consumatori sono responsabili
delle conseguenze sgradevoli che ne derivano, sia direttamente che
indirettamente, attraverso le imprese che essi sollecitano a fornire loro i
prodotti che poi utilizzano.
Una migliore comprensione dell’impatto delle attività domestiche sugli
ecosistemi e dei rischi per la salute si fonda su un’analisi approfondita del
divenire dei prodotti in seno all’ecosfera familiare, in rapporto al loro
processo di acquisizione, ai loro sistemi di stoccaggio e di trasformazione,
agli scambi tra l’ambiente interno e l’ambiente esterno
(
fig. 2
).
In rapporto all’ACV,
l’attività familiare si trova in posizione intermedia tra due tipi di attività
imprenditoriale: a monte, la produzione e la distribuzione dei prodotti; a valle
il riciclaggio, il ritrattamento dei rifiuti. Come in ecologia industriale,
l’ACV si fonda su un bilancio di entrate e uscite, seguito da un’analisi delle
incidenze sugli ambienti, la fauna e la flora, senza dimenticare le popolazioni
umane.
L’evoluzione del consumo delle famiglie è strettamente associata a quella
della società in generale. La domanda di beni e di servizi è sottoposta a
cambiamenti importanti legati ad aspetti demografici (nascite,
invecchiamenti...), sociali (strutture familiari, lavoro, tempo libero..),
tecnologici (dotazioni, comunicazioni...), etici (limitazioni, precauzioni...)
che si ripercuotono inevitabilmente sugli ecosistemi (5). Come prendere in
considerazione queste determinanti socioeconomiche nell’ACV se si vuole rendere
conto della diversità dei comportamenti dei consumatori di fronte ai prodotti, e
delle profonde mutazioni societarie attuali e prevedibili a medio
termine?
Innanzi tutto sembra necessario comprendere meglio i microsistemi
familiari al fine di vagliare la variabilità delle risposte, di distinguere
eventuali invarianti, di definire ecotipi... Questo obiettivo può essere
raggiunto solo dopo aver progettato e messo in opera delle metodologie
appropriate. Si tratta innanzi tutto di un lavoro di ricerca, i cui risultati
permetteranno di proporre delle informazioni e degli strumenti di valutazione
che facilitino il vaglio degli impatti economici associati all’utilizzazione dei
prodotti domestici in particolare.
Le difficoltà di un tale approccio, centrato sulla parte del ciclo di
vita corrispondente al consumo delle famiglie, sono legate alla complessità dei
meccanismi implicati - diversità e significanza dei prodotti, variabilità dei
comportamenti delle persone, il grande numero delle famiglie, ecc. - e ai limiti
dei mezzi di osservazione prevedibili - indagini, strumentazione, indicatori
economici, sperimentazioni.
A titolo d'illustrazione della procedura di ricerca, è stato effettuato
un confronto metodologico nell'ambito di un’applicazione pedagogica presso gli
studenti di DESS (terzo ciclo universitario francese) nel quadro di un modello
dedicato agli audit ambientali. Di fronte alla varietà degli esempi disponibili,
la scelta dei prodotti non è chiara. I criteri di decisione sono diversi:
prodotti comuni alla maggior parte delle persone; caratteristiche relativamente
ben note; interesse ecologico; legami economici e comportamentali; diversità dei
problemi posti; disponibilità di dati scientifici; utilizzazione frequente; beni
fungibili e duraturi, dimensioni socioeconomiche; uniformità d’uso. Inoltre,
piuttosto che considerare tre o quattro prodotti indipendenti, è interessante
prendere quelli molto differenti e che presentano forti complementarità, al fine
di vagliare le loro interrelazioni, persino interazioni, nei confronti
dell’ambiente. E’ in questo spirito che è stato preso in considerazione in primo
approccio il servizio “lavaggio della biancheria in lavatrice”. Collocato dopo i
bisogni umani primari come nutrirsi, ripararsi, proteggersi, riprodursi, la
manutenzione della biancheria, più in particolare dei vestiti, apparentemente
insignificante, rinvia invece a varie finalità che hanno una grande importanza:
proteggersi dallo sguardo degli altri, sopportare i rischi climatici,
manifestare la propria personalità, premunirsi contro malattie, sentirsi bene.
Si tratta di un’attività domestica banale, praticata da un grandissimo numero di
persone, giovani o anziani, uomini o donne (il 90% delle famiglie dispone di una
lavatrice, il che vuol dire circa 20 milioni di lavatrici in Francia). I
prodotti implicati - acqua, detergenti, energia e lavatrice - presentano una
forte complementarità d'utilizzazione e possono essere considerati da questo
punto di vista come una “unità funzionale”. Malgrado la sua apparente
semplicità, quest'esempio permette di affrontare numerosi aspetti concettuali e
metodologici. Il lavoro di riflessione, d’informazione, di concettualizzazione e
di confronto comincia con un approccio qualitativo e prosegue con un’analisi
semi-quantitativa.
L’approccio qualitativo mira ad analizzare il
sistema studiato al fine di rivelare la struttura e individuare le principali
componenti. L’identificazione strutturale e funzionale si fonda sulla
delimitazione preliminare del sistema studiato. Allo stato delle conoscenze e
dei know how attuali, è d’obbligo isolare, momentaneamente almeno, una parte di
questi ipersistemi per tentare di vagliare qualche meccanismo. La definizione
dei contorni dell’unità funzionale da analizzare non è evidente; essa dipende
strettamente dagli obiettivi dello studio, dal livello di precisione che si
pretende di raggiungere, dai dati disponibili, dalle applicazioni previste...
Tuttavia sembra importante ricollocare questo oggetto in rapporto agli altri
elementi del sistema, in particolare mediante l’intermediazione delle
interfacce, poi eventualmente delle ramificazioni in seno al sottosistema da cui
viene estratto. Questa prima operazione impone un certo chiarimento
dell’immagine che si ha dell’oggetto considerato, tanto più facile in quanto ci
è familiare. E’ in questo senso che l’analisi della parte del ciclo di vita di
prodotti domestici presenta grandi potenzialità demagogiche; ogni studente o
praticante ha una rappresentazione mentale, più o meno elaborata, degli oggetti
situati nel suo ambiente domestico.
Un confronto quantitativo a piccola scala è in seguito realizzato in
condizioni molto semplificate, a partire da un caso di figura semi-virtuale (che
potrebbe essere reale). Una prima fase consiste nello stabilire un bilancio
delle entrate e delle uscite del sotto-sistema identificato; la seconda verte
sugli impatti ecologici dei flussi di materia e di energia sugli ambienti di
prossimità e , più ampiamente, sugli ecosistemi. Senza avere la pretesa di
rappresentare fedelmente la realtà dell’insieme degli aspetti evocati in merito
alla fase qualitativa, lo scopo di quest’approccio è di permettere agli studenti
di abbordare in modo formale le diverse discipline che s’incontrano intorno
all’unità funzionale considerata: demografia, sociologia, economia, ecologia,
ecotossicologia...
Conclusioni e
prospettive
Combinare la logica dello sviluppo umano con
una gestione ragionata degli ambienti e delle biocenosi richiede di disporre
d’informazioni pertinenti sulle interazioni tra le attività umane e l’ambiente.
L’analisi dell’incidenza dei prodotti sugli ecosistemi e sulla salute umana
rappresenta una via di risposta ai problemi posti, ma si scontra con la
complessità del campo di studio. Lo sviluppo concomitante dell’ecologia
industriale e dell’ecologia familiare dovrebbe condurre a una migliore
comprensione e ad una formulazione più esplicita dei meccanismi implicati,
nonché alla proposta di strumenti di diagnosi e di prevenzione più efficienti di
quelli attualmente utilizzati. I progressi cognitivi e metodologici che possono
derivare da approcci pluridisciplinari centrati sulle interazioni tra il
ciclo di vita dei prodotti e gli
ecosistemi, rappresentano senza dubbio dei mezzi supplementari per far fronte ai
rischi tecnologici e naturali che minacciano le popolazioni umane.
Fig.1
*Francis Ribeyre, Professore di ecologia umana all'Università
di Bordeau 3 Bibliografia 1. Bezou, E.
(1997) Système de management environnemental. Audit, certification et règlement
Ecoaudit. AFNOR Ed. 294
p. 2. Froman, B.
(1999) Qualité, environnement, sécurité. AFNOR Ed. 63 p. 3. Ribeyre, E (2002a) Ecologie familiale? Fondements et finalités. Natures Sciences et
Sociétés (soumis) 4. Ribeyre, E
(2002b) Le consommateur: acteur écologique, Fondements socioéconomiques de
l'impact écologique lié à la consommation des ménages. Sciences de la Société
(soumis). 5. UNEP,
EPA, CML (1999) Towards the Global Use of life Cycle Assessment. UNEP Ed.
71 p. *Francis Ribeyre, Professore di ecologia umana all'Università
di Bordeau 3 16 luglio 2003