FUEL CELLS: ENERGIA "PULITA" AD ALTA EFFICIENZA
di Salvatore Meli/ Enitecnologie
Le celle a combustibile (fuel cells) costituiscono una interessante opzione tecnologica per la generazione distribuita di energia elettrica, in grado di fornire elevati rendimenti e ridotto impatto ambientale.
Vengono presentati i principi di funzionamento di questa tecnologia, le diverse tipologie in via di sviluppo e le relative prospettive di mercato.
Le crescenti preoccupazioni per la conservazione dell’ambiente, e
quindi per il risparmio delle risorse energetiche e la qualità
dell’aria, fanno guardare con grande attenzione a tecnologie di
conversione energetica efficienti, flessibili, a bassissimo impatto
ambientale.
Lo sviluppo di tecnologie per la generazione distribuita di
energia elettrica e calore sta ricevendo in questi anni un notevole impulso,
nella prospettiva di un modello basato sulla produzione decentralizzata che
possa realizzare da un lato miglioramenti dell’efficienza globale,
dell’affidabilità, degli economics della produzione
dell’energia elettrica, dall’altro possa offrire all’utenza
una maggiore flessibilità di scelta sulla qualità e il costo dei
servizi.
Le fuel cells in questo panorama si presentano come possibili
candidate per la cogenerazione su piccola/media taglia, tipicamente nel settore
civile e terziario. Si tratta di una tecnologia i cui principi risalgono ad
oltre un secolo fa, ma che ha avuto piena applicazione finora nel solo settore
aerospaziale, a causa della notevole complessità tecnologica e della
esigenza di disporre di materiali e componenti sofisticati e di combustibili con
specifiche molto rigorose.
Cos’è una fuel cell ?
Al di là del termine esotico, una fuel cell è esattamente questo: una
pila. Come in ogni altra pila, in una fuel cell avviene una reazione di ossidazione
anodica, che libera elettroni, ed una di riduzione catodica, che li riceve.
A chiudere il circuito, un elettrolita che assicura la conduzione ionica, ed
un circuito esterno in cui corrono gli elettroni e che rende disponibile energia
elettrica a bassa tensione, tipicamente dell’ordine di 1 Volt.
(figura 1)
Come per le altre pile elementari, è possibile innalzare la
tensione ponendo più elementi in serie (lo "stack"
elettrochimico). Ma rispetto alle pile tradizionali, nelle quali il
"combustibile" anodico è un metallo (rame, magnesio, sodio,
alluminio), nelle fuel cells il reagente anodico è un gas, tipicamente
l’idrogeno, mentre al catodo viene alimentata aria.
Questa caratteristica accomuna le varie
famiglie di fuel cells, che si distinguono d’altro canto per la tipologia
di elettrolita e di ione trasportato. In ogni caso, comunque, i prodotti della
reazione sono energia elettrica, calore ed acqua: da questo è evidente
l’attrattività ambientale di questi dispositivi, che di fatto
trasformano direttamente l’energia chimica in elettricità e calore,
senza passare attraverso uno stadio di combustione e con efficienze complessive
dell’ordine dell’80%.
Le diverse filiere tecnologiche
Come già accennato esistono differenziazioni basate sul tipo di elettrolita e sullo ione trasportato (vedi tabella 1). Così nelle fuel cells alcaline (AFC) l'elettrolita è una soluzione di KOH e lo ione trasportato è l’OH-, che provvede a veicolare ossigeno dal catodo all’anodo. Analogamente, nelle fuel cells ad ossidi solidi (SOFC), è l’ossigeno sotto forma di ione O= ad attraversare l'elettrolita costituito dagli ossidi solidi, sempre ossigeno ma nella forma di carbonato CO3= è lo ione veicolato nelle fuel cells a carbonati fusi (MCFC). Nelle PAFC è acido fosforico concentrato l’elettrolita che provvede a trasportare ioni H+ dall’anodo verso il catodo. Nelle fuel cells polimeriche (SPFC) infine è una membrana solfonica a garantire il trasporto ancora dello ione idrogeno.
|
Filiera Tecnologica |
Tipo di Elettrolita |
Temperatura di esercizio (°C) |
Efficienza Elettrica (%) |
Status/Taglia modulo (kW) |
|
AFC (Alkaline Fuel Cell) |
Soluzione KOH |
70-90 |
55-60 |
Commerciale/30kW |
|
SPFC (Solid Polymer Fuel Cell) |
Membrana Polimerica |
70-90 |
35-45 |
Precommerciale/25kW |
|
PAFC (Phosphoric acid FC) |
Acido fosforico |
150-210 |
36-45 |
Commerciale/250 kW |
|
MCFC (molten carbonate FC) |
Carbonati fusi |
550-650 |
50-60 |
Prototipo Dimostrativo/100kW |
|
SOFC (solid oxide FC) |
Ossidi Solidi Ceramici |
900-1100 |
50-55 |
Prototipo Dimostrativo/100kW |
Ad ognuna di queste soluzioni corrispondono non
solo elettroliti diversi, ma anche materiali e condizioni di lavoro
profondamente differenti. La conduzione ionica degli ossidi solidi delle SOFC, o
lo stato fluido dell’elettrolita a base di carbonati delle MCFC, impongono
temperature di lavoro elevate (rispettivamente 900-1100 °C e 550-650
°C). Viceversa, nelle alcaline (AFC) e nelle polimeriche (SPFC) le
temperature non eccedono normalmente i 70-90 °C, con conseguenze ovvie sulla
capacità cogenerativa, che è fortemente limitata dal basso livello
termico a cui viene reso disponibile il calore. Le caratteristiche di purezza
dell’idrogeno, in particolare i tenori ammissibili di CO e di composti
solforati, dipendono a loro volta dalla temperatura di lavoro e dalla presenza
di metalli nobili (tipicamente il Pt) impiegati per catalizzare la reazione
anodica.
Come si
vede, quindi, si tratta di tecnologie complesse che richiedono materiali e
soluzioni sofisticate. Non è un caso che le tecnologie a
"bassa" temperatura (fino ai 210 °C delle PAFC) siano quelle oggi
da considerare più mature. Oggi PAFC da 100 e 200 kW di potenza elettrica
sono disponibili sul mercato per la generazione stazionaria, dopo anni di
premarketing e parecchi insuccessi soprattutto legati alla complessità
del "sistema" di cui naturalmente lo stack elettrochimico è
solo uno dei componenti.
Il "sistema Fuel Cell " complessivo
Le prospettive di sviluppo
Le celle alcaline (AFC), che
pure sono le fuel cell più mature e largamente impiegate per applicazioni
spaziali, sono penalizzate nella generazione stazionaria di energia elettrica
dalla richiesta di assoluta purezza dell’idrogeno, data la non
tollerabilità in assoluto della presenza di CO2 che reagirebbe
con l'elettrolita formando carbonato di potassio.
Anche la tecnologia ad
acido fosforico (PAFC) ha raggiunto un elevato livello di
maturità, e di fatto è oggi l’unica a far registrare una
significativa presenza sul mercato. Le efficienze relativamente basse ottenibili
con questa tecnologia fanno però ritenere molto contenuti i margini per
un ulteriore sviluppo.
Sotto il profilo strettamente tecnologico, le SPFC e
le MCFC appaiono oggi le filiere più promettenti rispetto ad un prossimo
ingresso sul mercato.
Le celle polimeriche (SPFC) mostrano una
buona maturità ed hanno ricevuto un forte impulso dalle prospettive di
applicazione per la trazione veicolare. Oggi il più importante produttore
di stack SPFC, la canadese Ballard, è in grado di offrire stack da
50 e 75 kWe per applicazioni veicolari, e sta per entrare sul mercato con un
sistema da 250 kW elettrici per la generazione stazionaria alimentato a
metano.
La bassa temperatura di lavoro degli stack basati su celle
polimeriche semplifica le soluzioni adottabili per i contatti elettrici e le
tenute gas, ma rende le celle più sensibili ai problemi di avvelenamento
da S e CO. Questo si traduce in specifiche più stringenti sulla
qualità della alimentazione alla cella, una corrente ricca di
H2 prodotta da gas naturale, il combustibile oggi più
interessante per la generazione stazionaria a livello distribuito. Per le SPFC
oggi disponibili, il livello di tollerabilità del CO è di appena
10 ppm, e ciò impone notevoli sofisticazioni del sistema di trattamento
del combustibile.
La tecnologia delle celle a carbonati fusi (MCFC) ha
dovuto superare grosse difficoltà collegate con la gestione
dell’elettrolita fuso, con la necessità di dovere ricircolare al
catodo la CO2 prodotta al comparto anodico (per evitare il
progressivo dapauperamento dell’elettrolita), con i problemi di corrosione
dei materiali dei piatti di interconessione e con criticità delle
tenute gas ad elevata temperatura. Le MCFC sono state dimostrate sulla taglia di
100 kWe da ANSALDO, nell’ambito del consorzio italo spagnolo Molcare.
Ansaldo si appresta inoltre ad avviare la dimostrazione di unità da 500
kWe, che dovrebbero costituire il modulo base per la penetrazione sul mercato
delle medie utenze. E’ previsto che il sito industriale della Bicocca a
Milano, che ha già ospitato un’unità dimostrativa PAFC da
1.3 MWe di Ansaldo/IFC (International Fuel Cell), venga a breve adattato per
ospitare il progetto dimostrativo da 500 kWe.
Per quanto riguarda infine le
celle a combustibile ad ossidi solidi (SOFC), le principali problematiche
di sviluppo sono legate allo scale up della cella elementare, costituita
da strati di materiali ceramici di spessore ridottissimo, ed alla temperatura di
lavoro molto elevata, che rende critica la stabilità e le prestazioni dei
materiali impiegati per realizzare lo stack elettrochimico.
Due sono
gli approcci al design delle celle SOFC: quello tubolare e quello planare.
Il disegno tubolare, in cui la singola cella è costituita da un
elemento cilindrico a tre strati sovrapposti, semplifica le soluzioni per la
distribuzione e la tenuta dei gas ma presenta criticità collegate alle
dimensioni massime di questi componenti ceramici e alle modalità di
contatto elettrico tra di essi. Siemens/Westinghouse è giunta con questo
approccio alla scala dei 25 kWe per singolo stack, ma sembra che i
margini di ulteriore sviluppo siano ormai contenuti.
Il disegno planare,
molto più semplice e di più facile realizzazione, consente di
realizzare un contatto elettrico più efficace ed è naturalmente
compatibile con il concetto di "impilaggio", ma presenta maggiori
criticità rispetto alla distribuzione ed alla tenuta dei gas. La Sulzer
annuncia di essere prossima alla commercializzazione di unità da 1 kWe
basate su disegno planare.
Le prospettive di mercato
I sistemi di generazione basati sulle fuel cells, una volta risolti i
problemi legati al costo dei materiali e delle tecnologie di fabbricazione che
oggi non li rendono ancora competitivi (al momento i costi specifici dei
generatori a fuel cells sono di almeno 3000 $/kWe), dovranno confrontarsi da un
lato con la produzione centralizzata di energia elettrica basata su sistemi
convenzionali, dall’altro con altri dispositivi innovativi per la
produzione distribuita di EE e calore quali ad esempio le microturbine,
già oggi disponibili a costi accettabili (1000-1500 $/kWe) su taglie
dell’ordine dei 100 kWe.
Le Fuel Cells possiedono caratteristiche che
le rendono potenzialmente vantaggiose rispetto ad entrambe le tecnologie
concorrenti sopra citate. La possibilità di realizzare sulle piccole
scale e a livello distribuito efficienze elettriche paragonabili a quelle di
grosse centrali a ciclo combinato alimentate a gas naturale, e di rendere nello
stesso tempo utilizzabile il calore cogenerato costituisce un innegabile
vantaggio rispetto alla generazione centralizzata. A questo va aggiunto che un
modello di espansione produttiva basato su piccole unità cogenerative
decentrate non solo realizza economie sotto il profilo dei costi di
trasmissione, ma soprattutto non richiede ampliamenti della rete di
distribuzione ad alta tensione, che come è noto è guardata con
crescente preoccupazione e sospetto dall’opinione pubblica.
Rispetto
alle Microturbine, l’efficienza elettrica all’incirca doppia e
l’impatto ambientale notevolmente minore, soprattutto in termini di
emissione di CO, NOx ed emissioni acustiche, sono elementi nettamente in favore
delle soluzioni fuel cell. Si noti peraltro che queste due tecnologie non vanno
necessariamente viste solo come antagoniste, dato che è possibile pensare
a vantaggiose integrazioni capaci di rendimenti elettrici estremamente
elevati (65%).
Secondo il parere autorevole di esperti della Comunità
Europea e di organismi statunitensi quali lo Stanford Research Institute (SRI) e
l’Institute of Gas Technology (IGT), le fuel cells giocheranno un ruolo di
rilievo nel futuro panorama della generazione stazionaria, contribuendo alla
generazione di valore nella catena del gas naturale. Costituiranno una delle
tecnologie di cui gli "energy providers" dei futuri mercati
liberalizzati potranno dotarsi per rispondere alle esigenze dei loro clienti
finali.
Questo fa pensare ad impianti di taglia comunque discreta,
dell’ordine delle centinaia di kWe, tali da sopperire al fabbisogno di
condomìni, centri commerciali, ospedali, comunità.
Che dire
invece di un concetto più "domestico", in cui la Fuel Cell
diventa parte integrante delle facilities tipiche di un’abitazione,
quali ad esempio la caldaietta per il riscaldamento e la produzione di acqua
calda alla quale siamo già abituati?
Alcune novità interessanti
E’ proprio su questo
filone che si sono avute recentemente notizie di sviluppi interessanti. Oltre ad
iniziative sul mercato americano della Plug Power e della italiana DE NORA Fuel
Cells (uno spin off dello scorso ottobre), che propongono unità da
3-5 kWe alimentate a metano, vale la pena di segnalare altre due iniziative,
rispettivamente di Osaka Gas e Sulzer Hexis.
La prima sta sviluppando un
sistema basato su celle polimeriche (SPFC) che include, per la preparazione
dell'alimentazione ricca in idrogeno alla cella, uno steam reformer di
metano corredato di un sistema proprietario di ossidazione selettiva di CO che
lo riduce a 2.3 ppm. L’unità, di taglia molto contenuta (appena 1
kWe), è considerata adeguata per rispondere al fabbisogno di base di
un’abitazione civile. Il calore cogenerato, a temperatura relativamente
bassa, viene valorizzato attraverso l’integrazione con il sistema di
riscaldamento domestico e produzione di acqua sanitaria, che utilizza un
ulteriore boiler convenzionale. La potenza di 1 kWe risulta essere
l’assorbimento medio stagionale, rispetto ad una potenza installata di 3
kWe, non dissimile da quella standard anche in Italia.
Sulla stessa
filosofia appare basata l’offerta futura di SULZER HEXIS, che sta
sviluppando come già accennato un sistema da 1 kWe basato su celle SOFC
planari.
Entrambe queste aziende, l’una fornitrice di gas naturale,
l’altra sviluppatrice di tecnologie, vedono evidentemente un futuro nella
microcogenerazione a livello domestico.
L’approccio di EniTecnologie
EniTecnologie nel corso degli ultimi 10 anni ha acquisito esperienze dirette
nel campo della dimostrazione di sistemi PAFC e dello sviluppo di celle ad
ossidi solidi SOFC planari, anche in collaborazione con partners europei tra cui
SIEMENS, nell’ambito di progetti MURST e CEE.
La Task Force "Fuel
Cells" di EniTecnologie ha nel corso del 1999 individuato una promettente
linea di sviluppo fondata su una tecnologia SOFC innovativa, a "media"
temperatura e con "Reforming Interno" (IR) del metano: la
rilevanza dei problemi legati al trattamento del combustibile fa infatti
guardare con interesse a sistemi in cui il gas naturale possa convertirsi in
H2 nello stesso comparto anodico, utilizzando parte del calore
generato dalla reazione di ossidazione elettrochimica in situ, contribuendo
così ad innalzare l’efficienza del sistema.
L’impiego di
nuovi materiali per l’elettrolita può ridurre drasticamente le
temperature di lavoro dagli attuali 900-1000 °C a 750 °C, rendendo
così possibili soluzioni tecnologiche meno complesse e sofisticate per lo
stack, e riducendo di conseguenza i tempi dello sviluppo.
La
fattibilità del reforming interno del metano, di cui esistono segnali
incoraggianti, costituirebbe un ulteriore elemento a favore della realizzazione
di macchine compatte ed efficienti, con costi presumibilmente più
contenuti, dando impulso allo sviluppo di una tecnologia integrata che da metano
renda disponibile EE e calore pregiato.
L’attività in corso
è al momento focalizzata sulla sintesi di nuovi materiali per
l’elettrolita e sulle conseguenti verifiche funzionali su questo elemento
della cella elementare.
L’obiettivo è la realizzazione di uno
stack di piccola taglia, dell’ordine di 1 kWe, che costituirebbe
sicuramente uno stadio intermedio dello sviluppo, ma anche un prodotto con un
possibile mercato nel settore della microcogenerazione a livello domestico.