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  Ambiente Risorse Salute

  2000 - 2001

Luglio 2001

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Dibattito in Belgio per realizzare un consenso tra industria, poteri pubblici e società civile

a cura di Oona NEGRO*

Il fenomeno di riscaldamento del pianeta e i disordini climatici ad esso connessi sono oggi riconosciuti come una grave minaccia potenziale per l’ambiente e le popolazioni. Le diverse conseguenze previste - fusione dei ghiacciai, innalzamento del livello del mare, possibile immersione di regioni basse, aumento della frequenza e dell’intensità delle tempeste e dei cicloni, inondazioni, siccità, incendi di foreste - dovrebbero in effetti avere impatti rilevanti sugli ecosistemi, le risorse d’acqua, la salute, su settori economici chiave come l’agricoltura, nonché sul modello di vita. Benché non si posseggano “prove definitive” sul ruolo dell’effetto serra, i climatologi del forum mondiale dell’International Panel on Climate Change affermano che tutti gli indicatori concordano nel suggerire una chiara influenza sulle attività umane in questa evoluzione.

Nel 1997, secondo i dati dell’Insitut Wallon, la Vallonea ha scaricato nell’atmosfera più di 48 milioni di tonnellate di CO2 di origine antropica, che vuol dire 15 tonn di CO2 per anno e per abitante contro una media mondiale di 5,2 tonn - con uno scarto enorme tra il Sud e il Nord - e una media europea di 12,5 tonn. Il settore industriale è responsabile del 56% delle emissioni di CO2 in Vallonea e il settore residenziale del 20%. Era legittimo che fosse consacrato a ciascuno di questi due settori. un Rencontre de l’Energie. (Organizzati trimestralmente, sono convegni che mirano a evidenziare le nuove politiche energetiche in Vallonea e a contribuire con tutti gli attori della regione a uno sviluppo equilibrato, che limiti il ricorso a energie non sostenibili)

Senza tener conto del trasporto delle merci e delle persone, il settore industriale in Vallonea è tra i più energivori d’Europa con un consumo di quasi il 50% dell’energia finale, ben al di là della media europea del 35%. Se si include il consumo di energia legato al trasporto indotto, il consumo energetico industriale finale della regione raggiunge il 55%.

In termini di consumo annuale del settore industriale per abitante, la Vallonia è egualmente nel gruppo di testa con quasi 2 tonn equivalenti di petrolio (tep) per abitante nel 1998, ossia più del doppio della media europea. La specificità del consumo di combustibili in Vallonia è più di due volte più elevata della media europea e il consumo specifico di elettricità è del 50%. più alto.

Il settore siderurgico, da sempre rilevante in Vallonia, è li maggiore consumatore di energia (43% del consumo complessivo del settore industriale). L’industria dei minerali non metallici (cemento, calce, vetro, ecc.) e il settore chimico sono egualmente consumatori importanti rappresentando, rispettivamente, il 24% e il 18% del consumo energetico industriale.

La ripartizione dei consumi finali dell’industria vallone tra i vari vettori energetici evidenzia la parte rilevante dei combustibili solidi (carbone, Coke) e gas derivati, essenzialmente a causa dei sottosettori della siderurgia e dei minerali non metallici.

Nonostante sia responsabile, escludendo i trasporti, del 48% del consumo energetico finale, il settore industriale rappresenta, in termine di fattura energetica, soltanto il 23%. Questo settore si è in realtà largamente avvantaggiato del controshoch petrolifero, incominciato nel 1986 in seguito alla caduta brusca di quasi il 20% del prezzo medio della tep. A franco costante, la fattura energetica dell’industria è considerevolmente calata: tra il 1985 e il 1998, benché il consumo di elettricità sia aumentato di quasi il 40%, la fattura legata a questo vettore è diminuita del 20% e, mentre il consumo di combustibile è diminuito solo di poco, (meno del 10%), la fattura associata è caduta del 60%. In rapporto a dei valori medi dell’Unione europea, le energie sono meno care in Belgio del 9% per l’elettricità, del 13% per il gasolio e del 20% per il gas naturale.

In questo contesto energetico favorevole, in rapporto a quello di altri paesi dell’Unione europea, le industrie belghe e valloni hanno avuto senza dubbio la tendenza a trascurare la questione dell’energia o almeno a relegarla in secondo piano

E’ tuttavia innegabile che sforzi rilevanti sono già stati realizzati. Tra il 1990 e il 1997, il consumo energetico dell’industria si è stabilizzato mentre aumenti non trascurabili sono stati registrati per tutti gli altri settori. Questa situazione non è dovuta unicamente ad una ristrutturazione del tessuto economico regionale. Un’analisi approfondita del settore industriale per mezzo di indicatori energetici e di un modello di simulazione tecnico-economico, ha mostrato in effetti che l’evoluzione del consumo energetico finale è legato alla congiunzione di almeno tre effetti: il primo, l’effetto “attività industriale”, rappresenta l’evoluzione dei volumi di produzione; il secondo, l’effetto “struttura”, misura l’evoluzione di consumo legata a modifiche strutturali in seno al settore (spostamenti verso branche più o meno energivore). Il declino della siderurgia in rapporto allo sviluppo della chimica è tradotto attraverso questo indice. Il terzo infine, l’effetto “efficacia energetica”, misura le variazioni legate sia alle modifiche di consumi di energia per unità prodotta, sia ai cambiamenti di processo. L’industria è il settore che ha contribuito in modo più favorevole all’evoluzione dell’efficienza energetica della Regione nel corso degli ultimi decenni del XX secolo: tra il 1985 e il 1997, è stato ottenuto un miglioramento dell’11%.

Un giacimento non sfruttato

Al di là di questa evoluzione positiva, sono stati fatti diversi progetti per un importante potenziale di economia energetica. Un primo progetto pilota, mirante alla realizzazione di una compatibilità analitica delle energie, è stato realizzato da ABES Engineering in parecchi edifici e imprese. Il controllo e l’analisi dei consumi hanno permesso una migliore comprensione del processo, un rapido in caso di defaillanec e spirito di motivazione da parte dei responsabili. Era anche il punto di partenza di una ricerca di economie potenziali. Il costo totale del progetto, cofinanziato dalla Regione vallone e dalla Comunità europea, era di 4,6 milioni di franchi belgi. Gli sconti economici per i tre partner (il Centro ospedaliero regionale (Chr) di Namur, l’Università del lavoro a Charleroi e la Societé Materne a Floreffe), consumando tutti e tre più di 10 milioni di franchi l’anno, sono stimati a più del 10%.

Un altro progetto concerneva un metodo di verifica energetica utilizzato da numerosi anni nei Paesi Bassi, il metodo EPS (Energy Potential Scan). Lo studio, realizzato dopo il 1997 dalla società Econotec Consultants su domanda dell DGtre, si è concentrato, dopo un primo progetto pilota in tre imprese, su sette altre che si differenziano tra di loro per il settore di competenza (siderurgia, chimica, agroalimentare e settore farmaceutico), per la dimensione (tra 140 e 800 dipendenti) e per la fattura energetica annuale (tra 20 e 210 milioni di franchi all’anno). Questo studio ha rivelato un risparmio medio, mediante l’applicazione delle sole misure ad alta redditività (tempi di rientro inferiori a due anni), dell’ordine del 10% della fattura energetica. Jean-Michel Dols, di Eeconotec Consultants,aggiunge che un “abbandono progressivo dei vincoli della redditività permette di aumentare l’economia fino al 19%” e, facendo allusione ai prezzi attuali-elevati- dell’energia, precisa che questi calcoli di redditività sono stati realizzati sulla base del contesto dei prezzi, bassi, dell’energia degli anni ‘90. Egli sottolinea anche che “se la maggioranza dei miglioramenti consiste essenzialmente (75%) in modifiche e investimenti, le misure di buona gestione trovano ugualmente il loro posto (22%)”.

Benché le imprese trattate non rappresentino un campione sufficiente da un punto di vista statistico, i risultati ottenuti sono tuttavia significativi e convincenti. Questo potenziale non può certamente essere trascurato. Tanto più che, sulla base di un’anticipazione del livello elevato di attività nell’industria vallone per i prossimi anni, e sempre sulla base del contesto dei prezzi dell’energia 1990 - 1999, i consumi finali di energia- e le emissioni collegate di CO2 se questa energia proviene da combustibili fossili - dovrebbero conoscere una crescita rilevante, dell’ordine del 17% tra il 1997 e il 2010. La qual cosa ci allontana altrettanto dagli obiettivi di Kyoto. Obiettivi peraltro aspramente criticati dagli industriali:”Perché avere adottato degli obiettivi così vincolanti, strettamente politici, senza concertazione con i principali attori, mentre la Francia, ad esempio, è riuscita a negoziare la stabilizzazione delle sue emissioni di gas ad effetto serra ?”. Tuttavia gli obiettivi di Kioto sono, a parere degli esperti, ridicolmente bassi.

Un altro timore hanno gli industriali. Vincent Reuter, presidente di Walchim (sezione regionale per la Vallonia della Fedichem, Federation des industries chimiques de belgique) indica:”Si vogliono fare tutti questi sforzi, ma se tutto poi viene ridotto a niente con lo smantellamento delle centrali nucleari, come la mettiamo! Didier Goetghebuer, segretario generale dell’Institut Wallon ha riaffermato che il nucleare non è la risposta ai cambiamenti climatici: se il consumo di elettricità continua ad aumentare al ritmo degli ultimi venti anni, bisognerebbe costruire quattro nuove centrali da qui al 2010!

Il dibattito sul consenso da raggiungere tra industria, poteri pubblici e società civile è essenzialmente un dibattito di politica culturale, come sottolinea Thérèse Snoy, portavoce dell’ Asbl Inter-Environnement Vallonia: investe tutto il nostro modo di funzionare. Stabilire il ruolo dell’industria richiede allargasi alla produzione, dunque al consumo, allo stile di vita quotidiano, alla cultura. Non l’ora di chiedersi se il tipo di crescita che oggi conosciamo sia realmente necessario alla salute della nostra società e allo sviluppo umano? Non è il tempo di prevedere un orientamento diverso di questa crescita ?” Nessuno, durante le sedute di “ Incontri dell’Energia”, ha osato rischiare su questo terreno.

Altro ancora. Secondo Meindert Booij, dell’Agence hollendaise pour l’energie et l’environnement (Novem), l’esperienza degli accordi di settore nei Paesi Bassi è piuttosto positivo. “L’obiettivo medio per 32 settori industriali era un miglioramento del 20% dell’efficienza energetica tra il 1989 e il 2000. Undici settori, rappresentanti più del 75% del consumo industriale, avevano già raggiunto l’obiettivo nel 1999, otto settori sono in via di realizzarli e tredici settori, che rappresentano poco più del 10% del consumo industriale, non raggiungeranno probabilmente l’obiettivo. In media, l’efficienza energetica è salita del 20,4%” Meindert Booij modera tuttavia l’entusiasmo per quanto concerne la realizzazione degli obiettivi di Kioto: “ Se l’obiettivo di miglioramento del 20% dell’efficienza energetica tra il 1989 e il 2000 è stato raggiunto, l’aumento della produzione del 29% su questo stesso periodo si traduce in un aumento del consumo energetico del 4% e in un aumento corrispondente delle emissioni di CO2. Riecco dunque il problema della crescita, così come lo conosciamo.
In Vallonea due settori hanno già sottoscritto una dichiarazione d’intenti con il governo vallone: quelli della chimica (Walchim) e della carta (Cobelpa-Association des fabricants de pate, papiers et cartons de Belgique), che rappresenta, rispettivamente, il 20% e il 4% del consumo energetico finale dell’industria vallone. Dei colloqui sono in corso con i settori della siderurgia e della cementeria.

Attualmente, una seconda generazione degli accordi di branca, più ambiziosa, è in preparazione nei paesi Bassi: Le imprese avranno obiettivi individuali. A partire dal 2003 dovranno disporre di un sistema di gestione dell’energia e dovranno essere prese in considerazioni  tutte le misure che abbiano un tempo di ritorno inferiore ai cinque anni . Un’alternativa agli accordi di branca è proposta anche in Olanda: il “benchmarking international”. L’obiettivo è essere, tra il 2008 - 2012, il migliore del mondo (o almeno, fra i 10% di testa) per quanto riguarda l’efficienza energetica di determinati processi. Dodici settori che rappresentano l’80% del consumo energetico industriale hanno già sottoscritto la convenzione.

La Regione vallone, che s’inserisce in uno stato federale, esso stesso incluso nell’Unione europea, deve concepire e condurre la sua politica energetica, nei limiti delle sue competenze, tenendo conto di questo quadro. I livelli di competenza tra quello federale e le Regioni nonché la concertazione necessaria fra le parti, sono state descritti da Jacques Alexandre, ispettore della DG3. L’integrazione dell’ambiente nella politica energetica e nella gestione delle imprese è un obbligo del Trattato dell’unione Europea (art.6). Esso comprende, in particolare, il miglioramento dell’efficacia energetica, il ricorso alle energie rinnovabili, il ricorso alle migliori tecnologie disponibili, il rispetto delle norme di emissione e delle norme di qualità presenti nell’autorizzazione ambientale e la messa in opera di strumenti di gestione ambientale.

Di fronte all’ampiezza della sfida, a fianco degli strumenti legislativi e regolamentari tradizionali, sono risultati necessari altri strumenti detti economici. Sono strumenti che interessano i costi e i benefici delle varie opzioni offerte agli agenti economici e che influenzano i comportamenti in senso favorevole all’ambiente. I principali argomenti a favore di questo tipo di strumento sono l’esistenza di una molteplicità di attori che sono più difficili da “regolamentare” e l’integrazione, nei prezzi, dei costi e vantaggi esterni (principalmente dell’inquinante-pagatore). L’utilizzazione di strumenti di regolazione di questo tipo è attualmente in fase di progetto in Vallonea,: aumento di tasse sul consumo di energia e sulle emissioni di CO2 (ampiamente dibattute nell’Unione europea), permessi di emissione scambiambili, tra paesi ma anche tra imprese (quadro del protocollo di Kyoto), eco-buoni sui prodotti meno energivori, obbligo di consumare una quota minima di elettricità verde* con meccanismi di certificati verdi * associati e sovvenzione alla produzione di elettricità verde, alimentata da una tassa sul consumo di elettricità (gli asterischi rinviano alle note del riquadro finale).

La “tassa CO2” che dipende, occorre sottolinearlo, dallo Stato federale), ha suscitato alcune vivaci reazioni durante questo terzo Incontro dell’Energia, dedicato al settore industriale. Daniel Burnotte, capo di Gabinetto del ministro Daras, così spiega: “Esistono  vari equilibri: equilibrio sociale, equilibrio ambientale ed equilibrio economico; occorre trovare il punto di equilibrio che permetta di tenerli tutti nella stessa considerazione.. Il rialzo dei prezzi corrisponde ad un ristabilimento dell’equilibrio.” Marc Pallemaerts, del gabinetto del Segretario di Stato all’Energia e allo sviluppo durevole, sottolinea che sarebbe tuttavia auspicabile che l’attuazione dell’eco-fiscalità fosse armonizzata a livello europeo e si rammarica che restino ancora numerosi punti da discutere.

A guisa di conclusione, ricordiamo le questioni avanzate da Didier Goetghebuer che non attendevano una risposta immediata, ma invitavano alla riflessione: “ Si riuscirà a far crescere il consumo e la produzione di beni e di servizi e a limitare nel contempo il consumo di energia? Si riuscirà a conciliare il confort ad ogni prezzo e la nostra coscienza ecologica ? Si perverrà a tassare l’energia in modo semplice  e durevole a livello dell’Unione europea ? Si riuscirà ad accrescere l’utilizzo dell’energia come fattore di sviluppo?
 
 

 EPS: come migliorare l’efficienza energetica

Inizialmentye sviluppata da Philips nei Paesi Bassi all’inizio degli anni ‘80, il metodo EPS (Energy Potenzial Scan) è stato concepito allo scopo di facilitare la selezione e la messa in opera dei migliori progetti di utilizzazione razionale dell’energia (Ure) nel settore industriale. L’originalità. in rapporto agli audit energetici classici, è la partecipazione attiva dei rappresentanti dell’impresa che conoscono in modo approfondito il loro ambiente energetico particolare. Il ruolo dei consulenti è essenzialmente quello di animatori e di catalizzatori di un’equipe interna. Questo procedimento assicura non solo la qualità tecnico-economica delle idee avanzate, ma anche un livello elevato di accettazione di queste idee da parte dell’impresa, due condizioni necessarie per l’efficacia reale delle misure dell’utilizzazione razionale dell’energia.

Questo metodo offre un altro vantaggio.Il miglioramento della conoscenza del funzionamento energetico dell’impresa perdura anche in assenza del consulente e l’esercizio può eventualmente essere ripetuto. Il metodo si applica in tre tappe:

* analizzare i flussi energetici in modo da comprendere in maniera approfondita come l’energia si consuma nell’impresa;

* identificare misure potenziali di miglioramento dell’efficienza energetica, sia a livello tecnico che di gestione;

* Gerarchizzare i progetti secondo criteri di redditività finanziaria, nonché di disponibilità e di fattibilità della tecnologia al fine di decidere.

Secondo la dimensione e il livello di complessità, l’applicazione del metodo Eps richiede tempi d’ investimento  dell’ordine di 2-5 persone al mese in seno all’impresa per un periodo da 3 a 9 mesi, con un carico equivalente per il consulente. Per le imprese di dimensione limitata o per le quali l’energia pesa relativamente poco nell’insieme dei costi, quest’investimento può costituire un ostacolo. Pertanto sta per essere sviluppata una versione “alleggerita”. E’ anche importante sottolineare che l’ottenimento di risultati dipende essenzialmente dal livello di accesso al cuore del procedimento di fabbricazione e che il controllo in seno all’impresa è evidentemente una condizione essenziale per un’efficacia di lungo periodo.

Attualmente, La Regione vallone mette questo metodo a disposizione delle imprese grosse consumatrici di energia, in particolare nel quadro degli accordi di branca “Energia” e sussidia gli audit in ragione del 75% a condizione di una messa in opera concreta di misure di economia di energia.

Gli accordi di branca

Questi accordi costituiscono un meccanismo, più o meno vincolante, di tipo “approccio volontario”, destinato a stabilire un “contratto” tra poteri pubblici e associazioni di imprese di una branca industriale dopo negoziato. Si tratta di uno strumento complementare agli strumenti più classici (ordinanze, decreti, sovvenzioni,etc.) che ha lo scopo, mediante la concertazione con gli attori interessati, di responsabilizzarli e di coinvolgerli attivamente negli sforzi di riorientamento della società. Inoltre, il fatto di tenere conto delle specificità del settore considerato permette l’attuazione di azioni meglio adatte e dunque più efficaci. L’approccio è anche meno pesante di un approccio regolamentare e tende a creare un effetto di trascinamento nel settore.

L’industria dà chiaramente la preferenza a questa opzione. Le imprese beneficiano, in effetti, di una libertà nella definizione dei mezzi specifici per raggiungere gli obiettivi, di un contesto politico stabile propizio alla pianificazione degli investimenti, di flessibilità in caso di modifiche importanti del quadro, nonché di facilità a livello di autorizzazioni ambientali e di sussidi. Esse rafforzano anche la loro immagine di natura ambientale.


 

 
Per comprendere meglio
 
 
Certificati verdi
E’ un sistema di sostegno dei prezzi di base sul commercio e la concorrenza. Da una parte, i produttori di elettricità verde che sono stati riconosciuti e certificati si vedono attribuire dei certificati verdi in funzione della loro produzione. D’altra parte, una quota di certificati viene imposta dal regolatore ai distributori, con multe in caso di mancato rispetto. Il valore dei certificati è quindi fissato dalle leggi del mercato.
 

Sviluppo durevole
Sviluppo che risponde ai bisogni delle generazioni presenti senza compromettere quelli delle generazioni future. Il Summit della Terra di Rio consacra questa nozione affermando che lo sviluppo, per essere durevole, deve ormai fondarsi sull’integrazione degli aspetti ambientali, economici e sociali.

Effetto serra
Il clima sulla Terra dipende dall’energia in provenienza dal sole. Questa energia ci arriva essenzialmente sotto forma di luce visibile (lunghezza di onde corte). Una parte di questa energia (circa il 30%) viene direttamente riflessa nello spazio ma il resto attraversa l’atmosfera e riscalda la superficie della Terra. La Terra rinvia allora questa energia nello spazio ma, questa volta, poiché la Terra è più fredda del Sole, avverrà sotto forma di irradiazione infrarossa (grande lunghezza d’onda). Anziché attraversare direttamente l’atmosfera come la luce visibile, le radiazioni all’infrarosso sono assorbite dal vapore acqueo, dall’anidride carbonica (CO2) e da altri gas naturali a effetto serra. Essi vengono allora trasportati negli strati superiori dell’atmosfera, da dove possono successivamente irradiarsi nello spazio, mediante meccanismi complessi (irradiazione, correnti d’aria, evaporazione, formazione di nuvole, pioggia, ecc). Questi gas naturali ad effetto serra, che rappresentano meno dello 0,1% della composizione dell’atmosfera, sono dunque essenziali e vitali in quanto giocano un ruolo di “copertura” intorno alla Terra. Senza questi, la superficie della Terra sarebbe più fredda di circa 33°C rispetto ad oggi.

Elettricità verde
Elettricità prodotta da energie rinnovabili o mediante una cogenerazione di qualità.

Gas ad effetto serra
Il più grande contributo all’effetto serra naturale viene dal vapore acqueo, ma la sua presenza nell’atmosfera non sembra essere influenzata direttamente dall’attività umana. Al contrario, la CO2, generata principalmente dalla combustione di combustibili fossili (petrolio, carbone e gas naturale), sembra, fra i vari gas incriminati nel processo di riscaldamento climatico, come il principale responsabile (l’82% delle emissioni totali nei paesi sviluppati nel 1995 secondo Unep). Gli altri gas che contribuiscono egualmente al rafforzamento dell’effetto serra sono il metano-CH4 (12%: consumo energetico, rifiuti, fognature urbane, etc.), l’N20 (4%: fertilizzazione dei suoli, dissodamento, consumo energetico, etc.) e i composti alogenati (2%: refrigeratori, aerosol, fabbricazione di schiume, solventi, ecc).

Ipcc
Intergovernmental Panel on Climate Change,  gruppo scientifico istituito dall’Unep e dal Wmo nel 1988 per studiare il cambiamento climatico indotto dall’uomo.

Meccanismo di flessibilità
Disposizioni che permettono ai paesi che hanno degli obblighi nel quadro del protocollo di Kyoto di ottenere dei diritti di emissione complementari mediante due modalità. Un paese potrebbe acquistare da altri paesi sviluppati dei diritti di emissione che questi ultimi avrebbero in eccesso; si tratta di “permessi di emissioni negoziabili”. Potrebbe anche finanziare progetti che permettono di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra in altri paesi. Se questi paesi sono industrializzati, si tratta di una “ messa in opera congiunta”; se sono in via di sviluppo, si parla di “meccanismo per uno sviluppo pulito”.

Riscaldamento climatico
Un aumento della concentrazione atmosferica dei gas ad effetto serra accresce la capacità dell’atmosfera di assorbire le radiazioni infrarosse , perturbando così i meccanismi climatici che mantengono l’equilibrio tra energia ricevuta dal Sole ed energia rinviata. le previsioni di uno scenario di tipo business as usual (vale a dire senza cambiare le nostre abitudini) indicano un raddoppio della concentrazione media in CO2 nell’atmosfera nel corso del XXI secolo, cosa che corrisponderebbe ad innalzamento di temperatura ci circa  2,5°C da qui al 2100. Un limite “accettabile” per l’ambiente è oggi stimato in un innalzamento della temperatura che non superi 0,1°C in un decennio. Il fattore tempo è così essenziale, visto il lasso esistente tra una riduzione delle emissioni e la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche.

Unep
United Nations Environment Programme.
Wmo:
World Meteorological Organisation.

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* Tratto da ATHENA 168, febbraio 2001

02/07/01