Il
fenomeno di riscaldamento del pianeta e i disordini climatici ad esso connessi
sono oggi riconosciuti come una grave minaccia potenziale per l’ambiente e le
popolazioni. Le diverse conseguenze previste - fusione dei ghiacciai,
innalzamento del livello del mare, possibile immersione di regioni basse,
aumento della frequenza e dell’intensità delle tempeste e dei cicloni,
inondazioni, siccità, incendi di foreste - dovrebbero in effetti avere impatti
rilevanti sugli ecosistemi, le risorse d’acqua, la salute, su settori economici
chiave come l’agricoltura, nonché sul modello di vita. Benché non si posseggano
“prove definitive” sul ruolo dell’effetto serra, i climatologi del forum
mondiale dell’International Panel on Climate Change affermano che tutti gli indicatori concordano nel suggerire
una chiara influenza sulle attività umane in questa
evoluzione.
Nel
1997, secondo i dati dell’Insitut Wallon, la Vallonea ha scaricato nell’atmosfera più di 48 milioni di
tonnellate di CO2 di origine antropica, che vuol dire 15 tonn di
CO2
per anno e per abitante contro una media mondiale di
5,2 tonn - con uno scarto enorme tra il Sud e il Nord - e una media europea di
12,5 tonn. Il settore industriale è responsabile del 56% delle emissioni di
CO2 in Vallonea e il settore residenziale del 20%. Era legittimo che
fosse consacrato a ciascuno di questi due settori. un Rencontre de l’Energie. (Organizzati trimestralmente, sono convegni che mirano a evidenziare le
nuove politiche energetiche in Vallonea e a contribuire con tutti gli attori
della regione a uno sviluppo equilibrato, che limiti il ricorso a energie non
sostenibili)
Senza tener conto del
trasporto delle merci e delle persone, il settore industriale in Vallonea è tra
i più energivori d’Europa con un consumo di quasi il 50% dell’energia finale,
ben al di là della media europea del 35%. Se si include il consumo di energia
legato al trasporto indotto, il consumo energetico industriale finale della
regione raggiunge il 55%.
In
termini di consumo annuale del settore industriale per abitante, la Vallonia è
egualmente nel gruppo di testa con quasi 2 tonn equivalenti di petrolio (tep)
per abitante nel 1998, ossia più del doppio della media europea. La specificità
del consumo di combustibili in Vallonia è più di due volte più elevata della
media europea e il consumo specifico di elettricità è del 50%. più
alto.
Il
settore siderurgico, da sempre rilevante in Vallonia, è li maggiore consumatore
di energia (43% del consumo complessivo del settore industriale). L’industria
dei minerali non metallici (cemento, calce, vetro, ecc.) e il settore chimico
sono egualmente consumatori importanti rappresentando, rispettivamente, il 24% e
il 18% del consumo energetico industriale.
La
ripartizione dei consumi finali dell’industria vallone tra i vari vettori
energetici evidenzia la parte rilevante dei combustibili solidi (carbone, Coke)
e gas derivati, essenzialmente a causa dei sottosettori della siderurgia e dei
minerali non metallici.
Nonostante sia responsabile,
escludendo i trasporti, del 48% del consumo energetico finale, il settore
industriale rappresenta, in termine di fattura energetica, soltanto il 23%.
Questo settore si è in realtà largamente avvantaggiato del controshoch
petrolifero, incominciato nel 1986 in seguito alla caduta brusca di quasi il 20%
del prezzo medio della tep. A franco costante, la fattura energetica
dell’industria è considerevolmente calata: tra il 1985 e il 1998, benché il
consumo di elettricità sia aumentato di quasi il 40%, la fattura legata a questo
vettore è diminuita del 20% e, mentre il consumo di combustibile è diminuito
solo di poco, (meno del 10%), la fattura associata è caduta del 60%. In rapporto
a dei valori medi dell’Unione europea, le energie sono meno care in Belgio del
9% per l’elettricità, del 13% per il gasolio e del 20% per il gas
naturale.
In
questo contesto energetico favorevole, in rapporto a quello di altri paesi
dell’Unione europea, le industrie belghe e valloni hanno avuto senza dubbio la
tendenza a trascurare la questione dell’energia o almeno a relegarla in secondo
piano
E’
tuttavia innegabile che sforzi rilevanti sono già stati realizzati. Tra il 1990
e il 1997, il consumo energetico dell’industria si è stabilizzato mentre aumenti
non trascurabili sono stati registrati per tutti gli altri settori. Questa
situazione non è dovuta unicamente ad una ristrutturazione del tessuto economico
regionale. Un’analisi approfondita del settore industriale per mezzo di
indicatori energetici e di un modello di simulazione tecnico-economico, ha
mostrato in effetti che l’evoluzione del consumo energetico finale è legato alla
congiunzione di almeno tre effetti: il primo, l’effetto “attività
industriale”, rappresenta
l’evoluzione dei volumi di produzione; il secondo, l’effetto “struttura”, misura l’evoluzione di
consumo legata a modifiche strutturali in seno al settore (spostamenti verso
branche più o meno energivore). Il declino della siderurgia in rapporto allo
sviluppo della chimica è tradotto attraverso questo indice. Il terzo infine,
l’effetto “efficacia
energetica”,
misura le variazioni legate sia alle modifiche di consumi di energia per unità
prodotta, sia ai cambiamenti di processo. L’industria è il settore che ha
contribuito in modo più favorevole all’evoluzione dell’efficienza energetica
della Regione nel corso degli ultimi decenni del XX secolo: tra il 1985 e il
1997, è stato ottenuto un miglioramento dell’11%.
Un
altro progetto concerneva un metodo di verifica energetica utilizzato da
numerosi anni nei Paesi Bassi, il metodo EPS (Energy Potential
Scan). Lo studio,
realizzato dopo il 1997 dalla società Econotec
Consultants su domanda dell
DGtre, si è concentrato, dopo un primo progetto pilota in tre imprese, su sette
altre che si differenziano tra di loro per il settore di competenza (siderurgia,
chimica, agroalimentare e settore farmaceutico), per la dimensione (tra 140 e
800 dipendenti) e per la fattura energetica annuale (tra 20 e 210 milioni di
franchi all’anno). Questo studio ha rivelato un risparmio medio, mediante l’applicazione delle
sole misure ad alta redditività (tempi di rientro inferiori a due anni),
dell’ordine del 10% della fattura energetica. Jean-Michel Dols, di Eeconotec
Consultants,aggiunge che un “abbandono progressivo dei vincoli della redditività
permette di aumentare l’economia fino al 19%” e, facendo
allusione ai prezzi attuali-elevati- dell’energia, precisa che questi calcoli di
redditività sono stati realizzati sulla base del contesto dei prezzi, bassi,
dell’energia degli anni ‘90. Egli sottolinea anche che “se la maggioranza dei miglioramenti consiste
essenzialmente (75%) in modifiche e investimenti, le misure di buona gestione
trovano ugualmente il loro posto (22%)”. Benché le imprese trattate
non rappresentino un campione sufficiente da un punto di vista statistico, i
risultati ottenuti sono tuttavia significativi e convincenti. Questo potenziale
non può certamente essere trascurato. Tanto più che, sulla base di
un’anticipazione del livello elevato di attività nell’industria vallone per i
prossimi anni, e sempre sulla base del contesto dei prezzi dell’energia 1990 -
1999, i consumi finali di energia- e le emissioni collegate di CO2 se
questa energia proviene da combustibili fossili - dovrebbero conoscere una
crescita rilevante, dell’ordine del 17% tra il 1997 e il 2010. La qual cosa ci
allontana altrettanto dagli obiettivi di Kyoto. Obiettivi peraltro aspramente
criticati dagli industriali:”Perché
avere adottato degli obiettivi così vincolanti, strettamente politici, senza
concertazione con i principali attori, mentre la Francia, ad esempio, è riuscita
a negoziare la stabilizzazione delle sue emissioni di gas ad effetto serra
?”. Tuttavia gli obiettivi di Kioto sono, a parere degli esperti,
ridicolmente bassi. Un
altro timore hanno gli industriali. Vincent Reuter, presidente di Walchim (sezione regionale per la
Vallonia della Fedichem, Federation des industries chimiques de belgique)
indica:”Si
vogliono fare tutti questi sforzi, ma se tutto poi viene ridotto a niente con lo
smantellamento delle centrali nucleari, come la mettiamo! Didier
Goetghebuer, segretario generale dell’Institut Wallon ha riaffermato che il
nucleare non è la risposta ai cambiamenti climatici: se il consumo di
elettricità continua ad aumentare al ritmo degli ultimi venti anni, bisognerebbe
costruire quattro nuove centrali da qui al 2010! Il
dibattito sul consenso da raggiungere tra industria, poteri pubblici e società
civile è essenzialmente un dibattito di politica culturale, come sottolinea
Thérèse Snoy, portavoce dell’ Asbl Inter-Environnement Vallonia: investe tutto il nostro modo
di funzionare. Stabilire il ruolo dell’industria richiede allargasi alla
produzione, dunque al consumo, allo stile di vita quotidiano, alla cultura. Non
l’ora di chiedersi se il tipo di crescita che oggi conosciamo sia realmente
necessario alla salute della nostra società e allo sviluppo umano? Non è il
tempo di prevedere un orientamento diverso di questa crescita ?”
Nessuno, durante le sedute di “ Incontri dell’Energia”, ha osato rischiare su
questo terreno. Altro ancora. Secondo
Meindert Booij, dell’Agence hollendaise pour l’energie et l’environnement
(Novem), l’esperienza degli accordi di
settore nei Paesi Bassi è piuttosto positivo. “L’obiettivo medio per 32 settori industriali era un
miglioramento del 20% dell’efficienza energetica tra il 1989 e il 2000. Undici
settori, rappresentanti più del 75% del consumo industriale, avevano già
raggiunto l’obiettivo nel 1999, otto settori sono in via di realizzarli e
tredici settori, che rappresentano poco più del 10% del consumo industriale, non
raggiungeranno probabilmente l’obiettivo. In media, l’efficienza energetica è
salita del 20,4%” Meindert Booij modera tuttavia l’entusiasmo per quanto
concerne la realizzazione degli obiettivi di Kioto: “ Se l’obiettivo di miglioramento del 20%
dell’efficienza energetica tra il 1989 e il 2000 è stato raggiunto, l’aumento
della produzione del 29% su questo stesso periodo si traduce in un aumento del
consumo energetico del 4% e in un aumento corrispondente delle emissioni di
CO2.
Riecco dunque il problema della crescita, così come lo
conosciamo. Attualmente, una seconda
generazione degli accordi di branca, più ambiziosa, è in preparazione nei paesi
Bassi: Le imprese avranno obiettivi individuali. A partire dal 2003 dovranno
disporre di un sistema di gestione dell’energia e dovranno essere prese in
considerazioni tutte le misure che
abbiano un tempo di ritorno inferiore ai cinque anni . Un’alternativa agli
accordi di branca è proposta anche in Olanda: il “benchmarking
international”.
L’obiettivo è essere, tra il 2008 - 2012, il migliore del mondo (o almeno, fra i
10% di testa) per quanto riguarda l’efficienza energetica di determinati
processi. Dodici settori che rappresentano l’80% del consumo energetico
industriale hanno già sottoscritto la convenzione. La
Regione vallone, che s’inserisce in uno stato federale, esso stesso incluso
nell’Unione europea, deve concepire e condurre la sua politica energetica, nei
limiti delle sue competenze, tenendo conto di questo quadro. I livelli di
competenza tra quello federale e le Regioni nonché la concertazione necessaria
fra le parti, sono state descritti da Jacques Alexandre, ispettore della DG3.
L’integrazione dell’ambiente nella politica energetica e nella gestione delle
imprese è un obbligo del Trattato dell’unione Europea (art.6). Esso comprende,
in particolare, il miglioramento dell’efficacia energetica, il ricorso alle
energie rinnovabili, il ricorso alle migliori tecnologie disponibili, il
rispetto delle norme di emissione e delle norme di qualità presenti
nell’autorizzazione ambientale e la messa in opera di strumenti di gestione
ambientale. Di
fronte all’ampiezza della sfida, a fianco degli strumenti legislativi e
regolamentari tradizionali, sono risultati necessari altri strumenti detti
economici. Sono strumenti che interessano i costi e i benefici delle varie
opzioni offerte agli agenti economici e che influenzano i comportamenti in senso
favorevole all’ambiente. I principali argomenti a favore di questo tipo di
strumento sono l’esistenza di una molteplicità di attori che sono più difficili
da “regolamentare” e l’integrazione, nei prezzi, dei costi e vantaggi esterni
(principalmente dell’inquinante-pagatore). L’utilizzazione di strumenti di
regolazione di questo tipo è attualmente in fase di progetto in Vallonea,:
aumento di tasse sul consumo di energia e sulle emissioni di CO2
(ampiamente dibattute nell’Unione europea), permessi di emissione scambiambili,
tra paesi ma anche tra imprese (quadro del protocollo di Kyoto), eco-buoni sui
prodotti meno energivori, obbligo di consumare una quota minima di elettricità
verde* con meccanismi di certificati verdi * associati e sovvenzione alla
produzione di elettricità verde, alimentata da una tassa sul consumo di
elettricità (gli asterischi rinviano alle note del riquadro
finale). La
“tassa CO2” che dipende, occorre sottolinearlo, dallo Stato
federale), ha suscitato alcune vivaci reazioni durante questo terzo Incontro
dell’Energia, dedicato al settore industriale. Daniel Burnotte, capo di
Gabinetto del ministro Daras, così spiega: “Esistono vari equilibri:
equilibrio sociale, equilibrio ambientale ed equilibrio economico; occorre
trovare il punto di equilibrio che permetta di tenerli tutti nella stessa
considerazione.. Il rialzo dei prezzi corrisponde ad un ristabilimento
dell’equilibrio.” Marc
Pallemaerts, del gabinetto del Segretario di Stato all’Energia e allo sviluppo
durevole, sottolinea che sarebbe tuttavia auspicabile che l’attuazione
dell’eco-fiscalità fosse armonizzata a livello europeo e si rammarica che
restino ancora numerosi punti da discutere. EPS: come
migliorare l’efficienza energetica Inizialmentye
sviluppata da Philips nei Paesi
Bassi all’inizio degli anni ‘80, il metodo EPS (Energy
Potenzial Scan) è
stato concepito allo scopo di facilitare la selezione e la messa in opera
dei migliori progetti di utilizzazione razionale dell’energia (Ure) nel
settore industriale. L’originalità. in rapporto agli audit energetici
classici, è la partecipazione attiva dei rappresentanti dell’impresa che
conoscono in modo approfondito il loro ambiente energetico particolare. Il
ruolo dei consulenti è essenzialmente quello di animatori e di
catalizzatori di un’equipe interna. Questo procedimento assicura non solo
la qualità tecnico-economica delle idee avanzate, ma anche un livello
elevato di accettazione di queste idee da parte dell’impresa, due
condizioni necessarie per l’efficacia reale delle misure
dell’utilizzazione razionale dell’energia. Questo metodo offre un
altro vantaggio.Il miglioramento della conoscenza del funzionamento
energetico dell’impresa perdura anche in assenza del consulente e
l’esercizio può eventualmente essere ripetuto. Il metodo si applica in tre
tappe: * analizzare i
flussi energetici in
modo da comprendere in maniera approfondita come l’energia si consuma
nell’impresa; * identificare
misure potenziali di miglioramento dell’efficienza energetica, sia a livello tecnico che di
gestione; * Gerarchizzare
i progetti secondo
criteri di redditività finanziaria, nonché di disponibilità e di
fattibilità della tecnologia al fine di decidere. Secondo la dimensione
e il livello di complessità, l’applicazione del metodo Eps richiede tempi d’
investimento dell’ordine di
2-5 persone al mese in seno all’impresa per un periodo da 3 a 9 mesi, con
un carico equivalente per il consulente. Per le imprese di dimensione
limitata o per le quali l’energia pesa relativamente poco nell’insieme dei
costi, quest’investimento può costituire un ostacolo. Pertanto sta per
essere sviluppata una versione “alleggerita”. E’ anche importante
sottolineare che l’ottenimento di risultati dipende essenzialmente dal
livello di accesso al cuore del procedimento di fabbricazione e che il
controllo in seno all’impresa è evidentemente una condizione essenziale
per un’efficacia di lungo periodo. Attualmente, La
Regione vallone mette questo metodo a disposizione delle imprese grosse
consumatrici di energia, in particolare nel quadro degli accordi di branca
“Energia” e sussidia gli audit in ragione del 75% a condizione di una
messa in opera concreta di misure di economia di
energia. L’industria dà chiaramente la preferenza a questa
opzione. Le imprese beneficiano, in effetti, di una libertà nella
definizione dei mezzi specifici per raggiungere gli obiettivi, di un
contesto politico stabile propizio alla pianificazione degli investimenti,
di flessibilità in caso di modifiche importanti del quadro, nonché di
facilità a livello di autorizzazioni ambientali e di sussidi. Esse
rafforzano anche la loro immagine di natura
ambientale. Sviluppo durevole Effetto
serra Elettricità verde Gas ad
effetto serra Ipcc Meccanismo di flessibilità Riscaldamento climatico Unep
---------------------------------------------------------------------- *
Tratto da ATHENA 168, febbraio 2001 02/07/01
In Vallonea due settori hanno già sottoscritto una dichiarazione
d’intenti con il governo vallone: quelli della chimica (Walchim) e della carta (Cobelpa-Association des fabricants de pate, papiers et
cartons de Belgique), che rappresenta, rispettivamente, il 20% e
il 4% del consumo energetico finale dell’industria vallone. Dei colloqui sono in
corso con i settori della siderurgia e della cementeria.
Gli accordi di
branca
Questi accordi
costituiscono un meccanismo, più o meno vincolante, di tipo “approccio
volontario”, destinato a stabilire un “contratto” tra poteri pubblici e
associazioni di imprese di una branca industriale dopo negoziato. Si
tratta di uno strumento complementare agli strumenti più classici
(ordinanze, decreti, sovvenzioni,etc.) che ha lo scopo, mediante la
concertazione con gli attori interessati, di responsabilizzarli e di
coinvolgerli attivamente negli sforzi di riorientamento della società.
Inoltre, il fatto di tenere conto delle specificità del settore
considerato permette l’attuazione di azioni meglio adatte e dunque più
efficaci. L’approccio è anche meno pesante di un approccio regolamentare e
tende a creare un effetto di trascinamento nel
settore.
E’ un sistema di sostegno
dei prezzi di base sul commercio e la concorrenza. Da una parte, i produttori di
elettricità verde che sono stati riconosciuti e certificati si vedono attribuire
dei certificati verdi in funzione della loro produzione. D’altra parte, una
quota di certificati viene imposta dal regolatore ai distributori, con multe in
caso di mancato rispetto. Il valore dei certificati è quindi fissato dalle leggi
del mercato.
Sviluppo che risponde ai
bisogni delle generazioni presenti senza compromettere quelli delle generazioni
future. Il Summit della Terra di Rio consacra questa nozione affermando che lo
sviluppo, per essere durevole, deve ormai fondarsi sull’integrazione degli
aspetti ambientali, economici e sociali.
Il clima sulla Terra dipende
dall’energia in provenienza dal sole. Questa energia ci arriva essenzialmente
sotto forma di luce visibile (lunghezza di onde corte). Una parte di questa
energia (circa il 30%) viene direttamente riflessa nello spazio ma il resto
attraversa l’atmosfera e riscalda la superficie della Terra. La Terra rinvia
allora questa energia nello spazio ma, questa volta, poiché la Terra è più
fredda del Sole, avverrà sotto forma di irradiazione infrarossa (grande
lunghezza d’onda). Anziché attraversare direttamente l’atmosfera come la luce
visibile, le radiazioni all’infrarosso sono assorbite dal vapore acqueo,
dall’anidride carbonica (CO2) e da altri gas naturali a effetto serra.
Essi vengono allora trasportati negli strati superiori dell’atmosfera, da dove
possono successivamente irradiarsi nello spazio, mediante meccanismi complessi
(irradiazione, correnti d’aria, evaporazione, formazione di nuvole, pioggia,
ecc). Questi gas naturali ad effetto serra, che rappresentano meno dello
0,1% della composizione dell’atmosfera, sono dunque essenziali e vitali in quanto
giocano un ruolo di “copertura” intorno alla Terra. Senza questi, la superficie
della Terra sarebbe più fredda di circa 33°C rispetto ad
oggi.
Elettricità prodotta da
energie rinnovabili o mediante una cogenerazione di qualità.
Il più grande contributo
all’effetto serra naturale viene dal
vapore acqueo, ma la sua presenza nell’atmosfera non sembra essere influenzata
direttamente dall’attività umana. Al contrario, la CO2, generata
principalmente dalla combustione di combustibili fossili (petrolio, carbone e
gas naturale), sembra, fra i vari gas incriminati nel processo di riscaldamento
climatico, come il principale responsabile (l’82% delle emissioni totali nei
paesi sviluppati nel 1995 secondo Unep). Gli altri gas che contribuiscono
egualmente al rafforzamento dell’effetto serra sono il metano-CH4
(12%: consumo energetico, rifiuti, fognature urbane, etc.), l’N20
(4%: fertilizzazione dei suoli, dissodamento, consumo energetico, etc.) e i
composti alogenati (2%: refrigeratori, aerosol, fabbricazione di schiume,
solventi, ecc).
Intergovernmental Panel on Climate Change,
gruppo scientifico istituito dall’Unep e dal Wmo nel 1988 per studiare il cambiamento
climatico indotto dall’uomo.
Disposizioni che permettono
ai paesi che hanno degli obblighi nel quadro del protocollo di Kyoto di ottenere
dei diritti di emissione complementari mediante due modalità. Un paese potrebbe
acquistare da altri paesi sviluppati dei diritti di emissione che questi ultimi
avrebbero in eccesso; si tratta di “permessi
di emissioni negoziabili”.
Potrebbe anche finanziare progetti che permettono di ridurre le emissioni di gas
ad effetto serra in altri paesi. Se questi paesi sono industrializzati, si
tratta di una “ messa in opera congiunta”; se sono in via di sviluppo, si parla di “meccanismo per uno sviluppo pulito”.
Un aumento della
concentrazione atmosferica dei gas ad effetto serra accresce la capacità
dell’atmosfera di assorbire le radiazioni infrarosse , perturbando così i
meccanismi climatici che mantengono l’equilibrio tra energia ricevuta dal Sole
ed energia rinviata. le previsioni di uno scenario di tipo business as usual (vale a dire senza
cambiare le nostre abitudini) indicano un raddoppio della concentrazione media
in CO2 nell’atmosfera nel corso del XXI secolo, cosa che
corrisponderebbe ad innalzamento di temperatura ci circa 2,5°C da qui al 2100. Un limite
“accettabile” per l’ambiente è oggi stimato in un innalzamento della temperatura
che non superi 0,1°C in un decennio. Il fattore tempo è così essenziale, visto
il lasso esistente tra una riduzione delle emissioni e la stabilizzazione delle
concentrazioni atmosferiche.
United Nations Environment Programme.
Wmo: World Meteorological Organisation.