Per
alcuni si tratta nè più nè meno che della sostanza più promettente del XXI
secolo. Oltre ai vantaggi derivanti dalle sue proprietà, infatti, si deve
aggiungere l’importanza della sua grande disponibilità in natura. Polimero
simile alla cellulosa, è presente, fra l’altro, nei carapaci dei crostacei e
negli esoscheletri degli insetti, nonchè nella parete dei funghi, dei lieviti e
di alcune alghe.
In Asia, e particolarmente
in Giappone, l’interesse per la chitina risale a parecchi secoli fa,
particolarmente per per le proprietà medicinali che le venivano attribuite. E’
per tale ragione che le zone costiere sono state sede di una lavorazione
artigianale dei carapaci dei crostacei. Negli anni ‘50-‘60, dei conservifici
industriali, non solo in Asia ma anche in Europa settentrionale e negli Stati
Uniti, si misero ad utilizzare la polpa di granchi, gamberetti, astici, aragoste
e di altri tipi di gamberi, producendo così un accumulo di scarti che venivano
distrutti o riciclati per essere incorporati negli alimenti destinati agli
animale o come letame.
Diversi
studi furono dedicati alla valorizzazione questi rifiuti e misero in evidenza le
caratteristiche particolarmente interessanti della chitina che era contenuta in
questi rifiuti e, più ancora, dei chitosani ottenuti dal trattamento della
chitina.
Sfortunatamente, fino
ad oggi, la chitina e i chitosani sono lungi dall’aver mantenuto le loro
promesse, sia sul piano industriale che su quello commerciale. Tuttavia, questi
biopolimeri naturali offrono moltisime possibilità: sono biodegradabili,
antibatterici, antimicotici, antivirali, non tossici e non allergenici. Inoltre,
i chitosani sono cationi, hanno cioè una carica positiva, e sono solubili in
sistemi acquosi. In queste condizioni, le applicazioni industriali che si
prospettano sono molteplici, almeno potenzialmente, in settori tra i più vari
come la medicina, la biomedicina, la cosmetologia, la dietetica, la nutrizione,
l’agricoltura, l’ambiente o ancora il settore tessile.
Allora, perchè questo scarso
successo, questo mercato anemico che va da due a tremila tonnellate di chitosani
all’anno, venduti tra 6 - 25 dollari al chilo per applicazioni a bassa
richiesta, in particolare nel campo del trattamento delle acque? Perchè fin ad
oggi il mercato potenziale è rimasto inaccessibile a causa della carenza di
prodotti che presentino le qualità richieste.
Per ottenere dei chitosani
utilizzabili industrialmente, il metodo attuale consiste nell’estrarre la
chitina dai crostacei, nel purificarla e nel procedere per via chimica alla sua
deacetilazione, vale a dire alla sottrazione parziale o totale dei radicali
acetilici. Ma il risultato è che questa tecnica, brutale e molto inquinante,
libera dei prodotti di qualità eterogenei e non permette di gestire nè la
lunghezza delle catene molecolari, nè il tasso di deacetilazione, due
caratteristiche essenziali per i potenziali utilizzatori.
Più precisamente, questo
procedimento “taglia” le catene di polimeri nel corso del processo di
deacetilazione, in modo che un prodotto molto deacetilato presenta generalmente
un basso peso molecolare, cosa che ne preclude l’impiego in numerose
applicazioni . Ugualmente, il controllo del tasso di deacetilazione e del peso
molecolare (lunghezza della catena) è molto difficile con questa tecnica. Ora
sono proprio questi due elementi che caratterizzano i diversi chitosani e che
specificano le applicazioni per le quali ciascuno di essi potrebbe essere
adatto. Ad esempio, la conservazione di frutta, ortaggi, carni e di altri
prodotti deperibili per mezzo di pellicole di rivestimento - una delle
applicazioni previste - è possibile solo con chitosani che possiedano una lunga
catena molecolare.
Lo scarso successo dei
chitosani attuali dipende anche dalla dispersione delle fonti di chitina lungo
le coste, da una relativa insufficienza della capacità di produzione esistente e
dal carattere inquinante del processo impiegato, che prevede l’uso di acidi e di
soda. Inoltre, il basso valore aggiunto dei chitosani disponibili, le cui
caratteristiche sono troppo variabili, non consente che si impongano sul mercato
nei confronti di prodotti e tecnologie meno cari. Infine, la chitina impiegata,
di origine animale (crostacei), non è la più idonea in partenza, in quanto non è
“costante”, nè riproducibile, nè omogenea.
In poche parole, solo dei
chitosani ad alto valore aggiunto potrebbero veramente “avere voce in capitolo”.
E’ qui che entra in scena l’Università di Liegi (Ulg). Uno sguardo retrospettivo
ci porta al professore Charles Jeuniaux, dell’istituto di zoologia. Considerato
oggi come uno dei “padri” della chitina, si dedica fin dagli anni ‘50 a questo
“polimero del futuro”. Non meraviglia quindi che uno dei suoi assistenti, la
dottoressa Marie-France Versali, ne abbia raccolto nel 1988 l’eredità e
individuato il potenziale dei chitosani.
Sotto l’egida di René Van
Daele, allora direttore dell’Interface Entreprises-Université, fu elaborato un
progetto che divenne un asse strategico di sviluppo e che ha portato, nel 1992,
alla creazione del gruppo di ricerca Chitina-Chitosano in seno all’Università di
Liegi. Scopo perseguito: sviluppare un reattore enzimatico di deacetilazione di
una chitina ottenuta da funghi. In tal modo i ricercatori di Liegi venivano ad
aggirare un doppio ostacolo: la qualità variabile della materia prima di origine
animale e il carattere inquinante del procedimento chimico. Con, alla fine di
questa strada innovativa, la speranza di conquistare un mercato
enorme.
I
lavori del gruppo di ricerca Chitina-Chitosano (tre fasi successive) furono
finanziati nel settembre del 2000 dalla Direzione generale delle tecnologie,
della ricerca e dell’energia (DG3) della Regione Vallonia. Sessantuno milioni di
franchi belgi sono stati concessi a titolo di “ricerca a finalità industriale
affidata all’università”.
Grazie ai lavori dell’équipe
di Marie-France Versali, il progetto Chitosano ha ormai superato lo stadio della
R&S. Nel 1993, l’Ulg aveva ottenuto presso il centro di Creta IMBB la
licenza di utilizzazione del brevetto relativo alla scoperta del gene
codificante per l’enzima chitina deacetilasi (anche chiamato CDA). Disponendo di
questa licenza, il gruppo di ricerca Chitina-Chitosano ha potuto sviluppare un
know-how per la caratterizzazione e la produzione dell’enzima, e ha
potuto fissare le condizioni per la sua utilizzazione ai fini della
deacetilazione delle chitine. Era stato anche concluso un accordo con la società
delle ardenne Beldem, filiale
del gruppo Puratos, nel quadro
di uno sviluppo a scala industriale del processo di produzione
dell’enzima.
Un altro passo avanti: lo
studio in laboratorio della composizione chimica, dell’accessibilità e della
deacetilazione enzimatica di materie prime derivate dai funghi ricche in
chitina. Infine, il gruppo di ricerca Chitina-Chitosano ha intrapreso la
caratterizzazione dei polimeri di chitina e di chitosano, selezionando e
rendendo operative, nel contempo, delle tecniche di analisi di controllo di
qualità. Questa ultima fase dei lavori è stata effettuata in collaborazione con
il Centro (francese) d’étude et de recherche sur les
macromolécules végétales (Cermav),situato a Grenoble.
Il procedimento enzimatico
di deacetilazione messo a punto a Liegi offre parecchi vantaggi decisivi. Si
conferma poco inquinante, garantisce una qualità riproducibile, costante ed
omogenea del prodotto finale (chitosano), preserva il suo peso molecolare e
permette un controllo del tasso di deacetilazione. In modo che, superando le
difficoltà presentate costantemente dalla deacetilazione per via chimica, si può
trarre vantaggio per creare prodotti che, secondo la propria specificità,
consentono di soddisfare le esigenze delle applicazioni potenziali ad alto
valore aggiunto.
Prima del passaggio ad
un’attività industriale e commerciale, resta tuttavia una parte del cammino
ancora da compiere. Ad esempio, la messa a punto della produzione industriale di
chitosani. E comunque gli ultimi problemi da risolvere non hanno impedito la
creazione di una società spin off
all’interno dell’Ulg, la Kitozyme, che valorizzerà e sfrutterà le acquisizioni
realizzate nel corso dei dieci anni di maturazione tecnologica. “La nostra ambizione nella propettiva del
2002 o 2003 è di fare di Kitozyme la prima società al mondo capace di produrre
dei chitosani a partire dai residui di funghi”, spiega Hugues Bultot, uno dei
due amministratori delegati della nuova unità.
Kitozyme è stata inaugurata il 20
dicembre del 2000. Il capitale è di 125 800 euro, ossia poco più di 5 milioni di
franchi. Azionariato: Innode
(75% del capitale), società specializzata in gestione di know-how
e nello sviluppo di affari, e Spinventure (25% del capitale),
filiale comune di Meusinvest e di Gesval, la società anonima di
gestione e di valorizzazione di progetti dell’Ulg.
Non c’è alcun dubbio oggi che i chisosani
di Kotozyme soddisferanno le
attese per applicazioni ad alto valore aggiunto. Tuttavia queste ultime sono
così numerose che, salvo eccezioni, Kitozyme non si avventurerà nella
fabbricazione di prodotti finiti specifici. Lasciando questo compito ad altri,
agirà piuttosto come un fornitore di prodotti “semifiniti” di alta
qualità.
La giovane società dispone in esclusiva dell’enzima CDA e,
per il momento, è la sola capace di offrire dei chitosani di origine fungina. La
chiave del suo successo futuro passa per queste possibilità. “Vogliamo
assicurare in proprio la produzione di questi prodotti originali - sottolinea
Marie-France Versali. - Nel quadro del nostro progetto pilota, prevediamo una
produzione di chitosani da 6 a 20 tonnellate all’anno. A questo stadio, un
reattore di 5.000 litri dovrebbe prevedibilmente rappresentare una soluzione
adeguata”.
Ma
probabilmente, Kitozyme avrà
cura di valorizzare il “suo” enzima in altro modo. Potrebbe cioè cedere a dei
partner la produzione enzimatica di chitosani di origine
animale.
Per
realizzare queste ambizioni, la spin off
dell’Ulg avrà immancabilmente
bisogno di fondi supplementari. Così si impegnarà presto nella ricerca di nuovi
investitori. “Prima della realizzazione di una produzione enzimatica di
chitosani a scala industriale, studieremo l’insieme delle collaborazioni e delle
sinergie possibili”, indica Hugues Bultot amministratore delegato di
Kitozyme.
Successivamente, si spera
che i chitosani di Kitozyme
entreranno nella composizione di una moltitudine di prodotti appartenenti a
settori numerosi e diversi, fra i quali medicina, cosmetologia, dietetica,
nutrizione, agricoltura, ambiente e tessile. Ed ancora, shampoo antiforfora,
deodoranti e paste dentifricie; “pelli” artificiali per grandi ustionati, fili
per sutura che si riassorbono naturalmente dopo la cicatrizzazione, lenti
intraoculari biodegradabili impiegate in operazioni alla cornea al fine di
proteggere la ferita contro l’aggressione di agenti esterni, confezioni per
piatti pronti, precotti o surgelati, i cui ingredienti verrebbero mantenuti
separati gli uni dagli altri. E si potrebbe continuare nell’elenco della miriade
di esempi, uno più interessante dell’altro.
Servizio a cura di
Philippe Lambert.
Per maggiori informazioni :
ph.lambert @euronet.be.
10/04/01