L'influenza delle attività umane
Intervista al prof. Andrè Bergher
D. Il clima è sottoposto a oscillazioni di lunga durata ritmate da tre parametri astronomici. Ma è anche soggetto a improvvise ondate di freddo o di caldo. A causa della sua azione sulla concentrazione atmosferica dei gas serra, l'uomo moderno è in procinto di sconvolgere il sistema climatico non solo a breve termine, ma anche forse a scala geologica.
R. Lo studio dei paleoclimi ci mostra che basta qualche grado talvolta per sconvolgere tutto. Ieri, un Sahara verde. Avantieri New York sotto il ghiaccio. E domani ? Passando dallo sguardo retrospettivo alla simulazione, il professore Andrè Berger, responsabile dell'Institut d' astronomie et de géophysique Georges Lemaitre, dell'Università cattolica di Louvain, si sforza di trarre dal passato climatico della Terra le chiavi che rischiareranno il suo futuro.
D. E' esatto che la Terra, dalla sua nascita, 4,5 miliardi di anni fa, ha conosciuto molti più periodi di caldo che periodi di freddo?
R. Assolutamente. Il nostro pianeta ha trascorso dal 90 al 95% della sua vita
sotto un clima caldo, anche più caldo dell. attuale. Oggi la temperatura media
alla superficie della Terra è dell'ordine di 15°C, mentre per la maggior parte
del tempo, essa si è dovuta avvicinare ai 20 e anche i 25 o i 30 gradi. I
periodi più freddi corrispondono alle Ere Glaciali, che si sono succedute a
grandi intervalli, come il Quaternario nel quale siamo entrati tre milioni di
anni fa.
Come ogni altro profilo climatico, queste cadute verso più basse
temperature sono essenzialmente legate a tre fattori: la tettonica delle
placche, l' evoluzione della costituzione atmosferica e le variazioni della
costante solare,vale a dire dell'energia che il Sole ci invia. La tettonica
delle placche influenza il clima determinando la proporzione della superficie
delle terre emerse e degli oceani nonché le loro localizzazioni rispettive.
Parecchie centinaia di anni fa, ad esempio, l'Africa si situava in prossimità
del polo Sud ed era coperta di ghiaccio.
Secondo fattore: la composizione dell'atmosfera. La concentrazione di
CO2 presente in essa influisce sul clima. E' probabile
che l' avvento del periodo glaciale del Quaternario risulti in parte da
una diminuzione della concentrazione atmosferica di questo gas. Possibili cause:
l'attività geochimica. Polveri e costituenti gassosi, fra cui il CO2, si
sarebbero staccati dalle rocce sotto l' azione delle piogge, tale meccanismo
avrebbe modificato il ciclo del carbonio.
Comunque sia, la tettonica delle
placche e le variazioni della composizione dell'atmosfera sono condizioni
necessarie, ma non sufficienti per scatenare un periodo glaciale. Bisogna anche
fare i conti con le fluttuazioni dei tre parametri astronomici che, come ha
postulato all'inizio del secolo il geofisico, matematico ed astronomo serbo
Milutin Milankovitch, determinano, ad una data epoca, la diversa distribuzione
dell'energia solare in base alla latitudine e secondo le stagioni.
D. Di quali parametri si tratta ? Qual è il loro rispettivo impatto?
R. Il periodo glaciale del Quaternario si caratterizza per una temperatura
media che non eccede i 10-15 gradi e da oscillazioni climatiche estremamente
rilevanti che generano una successione di fasi dette glaciali e interglaciali.
In contrasto con le prime, le epoche fredde durante le quali voluminose masse di
ghiaccio ricoprono i continenti, le seconde trovano una perfetta illustrazione
nel clima attuale.
Un ciclo glaciale-interglaciale interessa circa 100.000 anni. Questa durata
corrisponde al periodo caratteristico del primo parametro astronomico
considerato da Milankovitch: l'eccentricità, che fissa la forma dell'orbita della
Terra intorno al Sole. Ma esistono altre fluttuazioni climatiche, i cui periodi
sono più piccoli. Essi sono rispettivamente dell'ordine di 41.000 e 21.000 anni,
ossia i periodi propri ai due altri parametri della teoria di Milankovitch o
teoria astronomica dei paleoclimi: l'obliquità dell'eclittica, che condiziona
largamente la successione delle stagioni, e la precessione climatica, che
permette di determinare la distanza della Terra dal Sole per una particolare
stagione. All'inizio, che il clima del Quaternario e gli elementi dell'orbita
terrestre possedessero il medesimo spettro di variazioni, non era che un.
ipotesi teorica. Era necessario superare lo stadio della coincidenza, stabilire
un vero legame di causa ed effetto. E' la scoperta ulteriore, nei dati
geologici, dell'esistenza effettiva delle variazioni climatiche previste, che ha
conferito la patente di nobiltà alla teoria astronomica dei paleoclimi.
D. L'ultimo interglacialeè chiamato interglaciale dell'Eem, dal nome della regione dei Paesi Bassi in cui sono state scoperte le prime tracce, e rimonta a 125.000 anni fa. Si può affermare che da quel periodo, l'evoluzione del clima è in perfetto accordo con la teoria di Milankovitch?
R. Sì. E, inoltre, questa evoluzione illustra perfettamente la dissimmetria esistente tra la formazione delle calotte glaciali, che dura circa 90.000 anni, e il loro scioglimento che si compie in 10.000 anni. Ciò detto, un'analisi rapida della situazione relativa all'ultimo massimo glaciale, 20.000 anni fa, sottolinea a che punto il volume di ghiaccio continentale era diverso da quello che conosciamo oggi. Ad esempio, il ghiaccio eccedente ammontava a più di 40 milioni di km3 per il solo emisfero Nord. Per l'intera Terra, esso assommava a 50 milioni di km3, pertanto il livello dei mari era più basso di 120 - 130 metri. La calotta di ghiaccio, o inlandsis, nordamericana si estendeva fino a New York e presentava uno spessore massimo di circa 2.500 metri. In Europa, la situazione era similare: l'inlandsis copriva tutto il nord del nostro continente e una parte dell'Asia. La maggioranza dei paesi dell'Unione europea subivano un clima di steppa e di tundra, così come testimoniano le pitture rupestri di Lascaux.
D. Per il profano la differenza della temperatura media tra un glaciale e un interglaciale non sembra enorme. Evidentemente, basta qualche grado per cambiare la faccia del mondo?
R. Ventimila anni fa si era in pieno ultimo massimo glaciale. La temperatura non era che di 5 gradi inferiore alla temperatura attuale. Solo 5 gradi! Ora la nostra situazione è agli antipodi di quella di allora. Piccoli scarti della temperatura media alla superficie della Terra possono dunque indurre degli effetti giganteschi. Alcuni tacciano come irrisorio un eventuale riscaldamento del pianeta di uno o due gradi causato da un aumento della concentrazione atmosferica dei gas serra. Costoro si sbagliano, in quanto la storia del passato mostra che sono da attendersi in questa situazione dei cambiamenti radicali. 6.000 anni fa, periodo qualificato di ottimo clima, la Terra era appena più calda di oggi, uno o due gradi. E' da rilevare che l' aspetto del clima a scala regionale era tutt'altro. Così, il Sahara era coltivato. Certo non si trattava di un Eden di verdure, ma si mieteva il grano e si praticava l'allevamento. E probabilmente questa situazione non era estranea allo sviluppo dei processi di civilizzazione dell'Africa del Nord, in particolare dell'Egitto.
D. La teoria astronomica dei paleoclimi si conferma anche quando si risale nel passato al di là dell'avvento del periodo glaciale del Quaternario?
R. I cicli glaciale - interglaciale sono molto marcati lungo tutto l'ultimo
milione di anni, poi si attenuano progressivamente fino a sparire quando la
nostra marcia a ritroso nel tempo ci conduce a tre milioni di anni indietro,
ossia proprio prima dell'inizio dell'era glaciale del Quaternario.
Ciò significa che non si osservano più allora delle grandi
masse di ghiaccio se non nell'Antartico. La nostra teoria, nell'Institut
d'astronomie et de géophysique George Lemaitre, è che la concentrazione di CO2 nell.
aria è diminuita fino ad una certa soglia, circa
tre milioni di anni fa, rendendo così il sistema climatico sensibile alla forma
dell'orbita terrestre (l'eccentricità) e all'inclinazione del suo asse di
rotazione.
Quale soglia? Difficile dirlo. A nostro parere, doveva situarsi
verso 400 parti per milione in volume (400 ppmv). Grazie ai rilievi geologici,
l'esistenza dei cicli di 41.000 e 21.000 anni è stabilita per gli ultimi 35
milioni di anni. Oggi, i geologi sono anche riusciti a risalire nel tempo fino a
400 - 500 milioni di anni. Essi si aspettano di ritrovare anche in questi
periodi lontani i segni dei cicli astronomici, cioè l'impronta della meccanica
celeste.
Tuttavia, è nata una controversia in
merito alla lunghezza dei cicli. Secondo i nostri calcoli, i loro periodi
caratteristici si restringono man mano che si risale indietro nella storia della
Terra. In ogni caso, i due cicli di 41.000 e 21.000 anni sembrano rispondere in
modo lineare all'influenza dell'obliquità dell. eclittica, per il primo, e della
precessione climatica, per il secondo. Il ciclo di 100.000 anni, invece, non
risponde in maniera lineare alle variazioni dell'eccentricità. E' ovvio, che
altre condizioni sono necessarie alla sua apparizione e, pertanto, alla
formazione dei grandi inlandsis che lo caratterizzano.
D. L'analisi delle carote di ghiaccio prelevate in Antartico e in Groenlandia sottolineano che il clima ha subito anche delle variazioni più rapide di quelle descritte nella teoria astronomica dei paleoclimi?
R. Sì. L'analisi isotopica delle carote di ghiaccio ha permesso di rilevare
delle fluttuazioni della temperatura di parecchi gradi in qualche centinaio di
anni, anche meno. Ad esempio, la carota europea del sondaggio GRIP (Greenland
Ice Core Project) mostra delle oscillazioni durante i periodi freddi (le
Dansgaard-Oeschger events, dai nomi dei due scienziati che le
hanno scoperte), ma anche delle oscillazioni rilevanti al tempo del
periodo caldo dell'emien, circa 125.000 anni fa.
Se queste ultime sono vere, non mancheranno di
attrarre la nostra attenzione ad un momento in cui si innesca un riscaldamento
climatico sotto l'impatto dell'accrescimento della concentrazione dei gas serra
nell'atmosfera. Infatti esse ci indicano che un clima più caldo di quello che
conosciamo attualmente potrebbe, anch'esso, essere soggetto a forti variazioni,
parecchi gradi su alcuni decenni.
Sono stati anche registrati altri
cambiamenti bruschi, chiamati gli "eventi di Heinrich"(2). Questa volta, non più grazie ai sondaggi continentali, ma grazie ai sondaggi
oceanici. Molti formulano peraltro l'ipotesi ch'essi abbiano potuto essere
contemporanei ai Dansgaard-Oeschger events, e che siano una seconda
espressione di un medesimo fenomeno climatico. Heinrich ha toccato con mano nei
sedimenti marini, grandi concentrazioni di detriti derivati dallo zoccolo
roccioso della Groenlandia. Secondo ogni verosimiglianza, questi erano stati
strappati da iceberg che si distaccavano dallo zoccolo roccioso per sciogliersi
successivamente. In altri termini, nel corso dei 100.000 anni che ci hanno
preceduto, le inlandsis scaricavano degli iceberg con
una certa regolarità che, secondo i rilievi geologici, sarebbe dell'ordine di
qualche migliaio di anni. Ogni volta, il clima conosceva una rilevante
variazione la cui causa è generalmente attribuita ad una interazione tra l'acqua
dolce di provenienza dagli iceberg, le precipitazioni e la circolazione
oceanica.
D. Ricordiamo qui la nozione di tapis roulant oceanico messa in evidenza dal professore Jean-Claude Duplessy, del Centro delle basse radioattività, di Gif-sur-Yvette, vicino Parigi. "le correnti marine trasportano delle acque di superficie calde e salate nell'Atlantico del Nord e nel mar di Norvegia. Queste si raffreddano durante l'inverno, cresce così la loro densità. Allora precipitano nelle profondità e circolano negli abissi per raggiungere successivamente l'Atlantico del Sud, quindi l'Oceano Indiano e Pacifico. Le acque rimontano allora lentamente verso la superficie e, trasportate dalla circolazione superficiale, ritornano dopo un lungo periplo verso l'Oceano Atlantico e il mar di Norvegia, alimentando così il tapis roulant. Il ciclo completo dura 1.500 anni."
R. Secondo questo modello, il tapis roulant può essere frenato se s'impedisce
all'acqua di precipitare in profondità, ossia diminuendone la densità mediante
un accrescimento delle precipitazioni o per l'apporto di acqua dolce proveniente
dai fiumi, oppure aumentandone la temperatura. Si coglie qui l'influenza che
potrebbero avere le attività umane sul meccanismo. Riscaldamento della
temperatura, aumento delle precipitazioni che vi sono collegate, diminuzioni
della densità delle acque, rallentamento del tapis roulant oceanico. Questo
modello, pur recente, viene attualmente rimesso in discussione dai lavori dei
ricercatori tedeschi del Max-Planck-Institut fur Meteorologie, di Amburgo.
Sembrerebbe infatti che l'oceano sia molto più
"reattivo" di quanto non pretenda la teoria del tapis roulant. E, in
particolare, che la "grande sorpresa" a cui si riferiva Jean-Claude Duplessy
sulla scia degli americani - un'Europa fredda in un mondo caldo - non sia più la
sola d'attualità. Secondo il modello tedesco, la diminuzione della densità delle
acque dell'Atlantico del Nord indotto da un aumento della temperatura e un
sovrappiù di acqua dolce potrebbero essere compensati da un apporto di sale
generato da una maggiore evaporazione dell'oceano nelle regioni tropicali. In
questa storia, il sensazionalismo ha conquistato qualche scienziato, ed io lo
deploro. L'Europa fredda ha riscaldato un po' la loro testa.
D. Veniamo al problema di oggi. Dove andrebbe il clima se non fosse perturbato dalle attività umane?
R. All'Università di Louvain, abbiamo elaborato un modello nel quale
sosteniamo che dall'ottimo climatico, 6.000 anni fa, la temperatura della Terra
conosceva un raffreddamento estremamente lento, dell'ordine di 1/100° di grado
Celsius al secolo. Dopo i geologi hanno confermato, mediante misure indirette,
che la temperatura non è diminuita effettivamente che di un grado nel corso dei
sei ultimi millenni. La meccanica celeste è un orologio di rara precisione. Ora
noi sappiamo che l'eccentricità dell'orbita della Terra sta per cadere a zero.
In poche parole, l'orbita del nostro pianeta diviene circolare e la distinzione
tra perielio (punto dell'orbita più vicino al sole) e afelio (punto dell'orbita
più lontano) tende a scomparire. Di conseguenza, l'energia che riceviamo dal
Sole è chiamata a fluttuare molto poco, e ciò per qualche decina di migliaia di
anni.
Questa situazione si registra raramente, in media una volta ogni
400.000 anni. Meglio ancora: essa non si è più presentata con tale intensità da
tre milioni di anni. Se si considera che il sistema climatico è sottoposto a due
grandi influenze, le fluttuazioni dei parametri astronomici della teoria di
Milankovitch e le variazioni della concentrazione dei gas serra nell'atmosfera,
si deve concludere che la prima perde della sua importanza, in quanto
l'eccentricità tende verso un valore nullo, e che la seconda diviene così
preponderante.
Secondo i nostri lavori, se escludiamo le variazioni atmosferiche del
CO2
determinato dalle attività umane, perveniamo alla conclusione che 50.000 anni
devono ancora passare prima che una nuova era glaciale si sostituisca al nostro
periodo interglaciale. E' un fatto rivoluzionario nella storia della Terra! Mai
un periodo interglaciale è durato più di 10 - 20.000
anni.
D. Ma ecco che entra in scena l'uomo moderno?
R. In realtà un dato che assume sempre maggiore rilevanza. L'analisi chimica
delle bolle d'aria rintracciate nelle calotte di ghiaccio della Groenlandia e
dell'Antartico mostra che al momento dell'ultimo interglaciale, circa
125.000 anni fa, la concentrazione in CO2 era di 300
ppmv.
Essa è in seguito decresciuta progressivamente fino a fissarsi al
valore minimo di 200 ppmv all'epoca dell'ultimo massimo glaciale, 20.000 anni
fa. Al momento dell'ottimo climatico, essa si aggirava intorno alle 280 ppmv,
cifra che la si ritrova solo prima della rivoluzione industriale. Grazie alle
osservazioni di alta qualità fatte presso l'osservatorio di Mauna Loa, nelle
Hawaii, si sa per altro che essa è passata da 315 ppmv nel 1958 a 364 ppmv nel
1998, ossia un aumento del 14% in 40 anni.
Che cosa bisogna concludere? Che, dalla rivoluzione industriale, la crescita
della concentrazione del CO2 nell'atmosfera è stato cento
volte più rapido di quella che caratterizza l'evoluzione naturale del clima nel
corso dei 20.000 ultimi anni. E' necessario evidentemente vedere la mano
dell'Uomo. I cambiamenti che l'uomo impone si svolgono ad una velocità tale che
il sistema non ha più il tempo di adattarsi. Non solo modifica la copertura dei
suoli, dopo avere disboscato l'Europa nel 15°,16° e 17° secolo, sta radendo la
foresta amazzonica, ma egli brucia massivamente energia fossile e scarica
nell'atmosfera questi altri gas ad effetto serra che sono il metano, l'ossido
d'azoto, l'ozono ed i clorofluorocarburi. La grande maggioranza degli
specialisti sono d'accordo su un punto: è impossibile simulare il riscaldamento
climatico attuale senza incorporare nei modelli le variazioni della
concentrazione dei gas serra, mentre si perveniva a riprodurre più o meno bene i
climi del passato limitandosi ai parametri astronomici, all'attività vulcanica e
ai fenomeni non lineari che si manifestano in seno al sistema, ciò che si è
covenuto di chiamare il caos. Se si escludono i gas serra, tutti i modelli
concludono che gli ultimi decenni si collocano sotto il segno di un abbassamento
della temperatura. Ora ognuno sa che è proprio l'inverso che si sta
producendo.
D. Passiamo alla tappa successiva: la simulazione del clima del 21° secolo.
R. Il valore delle estrapolazioni che si può formulare dipende insieme dalla
qualità dei modelli climatici utilizzati e da quella degli scenari ai quali essi
si riferiscono per considerare l'impatto delle attività umane. Precisamente,
vari scenari socio-economici sono stati proposti dal Group
intergouvernamental d'experts chargé de l'étude du changement climatique (Ippc).
Essi sono ogni volta delle scommesse sul
futuro, in cui si stima a priori l'evoluzione di una moltitudine di parametri
tra il 1990 e il 2100.
Quale sarà la crescita demografica ed economica nei vari paesi? A quale ritmo
procederà il disboscamento della foresta amazzonica? In che misura si punterà
sull'energia nucleare? Come evolveranno i consumi di gas e di petrolio?
Tutte
queste stime permettono infine di ricavare delle curve di concentrazione
dei gas serra e di incorporarle nei modelli climatici per predire l'evoluzione
futura del clima. Lo scenario più conosciuto sviluppato dall'Ippc è il
Business-as-usual, il "mantenimento dello statu quo":
essendo il potere nelle mani dell'economia di mercato, gli scienziati avranno il
loro bel dire, le tendenze attuali proseguiranno per il 21° secolo.
Al momento, le nostre emissioni di CO2 raggiungono annualmente 30
miliardi di tonnellate. Nel Business-as-usual, saliranno a 75 miliardi di
tonnellate circa per la fine del 21° secolo. Un altro scenario, qualificato come
ottimista, fa l'ipotesi di una riduzione di metà delle emissioni di CO2
per il 2100. Ma si tratta di un pio voto: per arrivare a questo risultato,
avremmo già dovuto cominciare a prendere delle misure drastiche alla fine degli
anni '70. L'Ippc ha anche elaborato uno scenario pessimistico, che prevede
un'esplosione degli scarichi di CO2: 150 miliardi di
tonnellate nel 2100, dunque cinque volte più di oggi.
Attualmente, che cosa indicano le simulazioni effettuate a partire dai
diversi scenari? Il Business-as-usual coclude su un riscaldamento
dell'ordine di 2 gradi per la fine del 21° secolo. Quanto agli scenari
ottimistico e pessimistico, essi portano a degli elevamenti rispettivi di
temperatura di 1 e di 3,5 gradi. In ogni caso configurato, la Terra si
riscalderebbe probabilmente più velocemente di quanto abbia fatto da 10.000 a
questa parte.
D. E che ne sarebbe dell'elevazione del livello medio degli oceani?
R. Nei tre scenari, il riscaldamento degli oceani, nonché la fusione dei ghiacci di montagna e delle calotte glaciali, comportano un aumento del livello del mare.Di qual ordine? Una cinquantina di centimetri nell'ipotesi del "mantenimento dello statu quo", circa 15 centimetri nell'ipotesi ottimistica e 95 centimetri circa in quella pessimistica. Ciò detto, a causa dell'inerzia degli oceani, la temperatura nel 2100 non sarebbe progredita verso il suo punto di equilibrio che dal 50 al 90%. In altre parole, essa continuerebbe ad aumentare al di là di questa data, anche se la concentrazione di gas serra fosse a quel tempo stabilizzata. Anche il livello del mare proseguirebbe la sua progressione per un tempo più lungo, con un'andatura simile a quella stimata tra il 1990 e il 2100.
D. I modelli climatici non cessano di migliorare, le simulazioni non cessano di delineare meglio la realtà. Tuttavia si tratta pur sempre di congetture e incertezze .
R. Certo, resta molto ancora di non conosciuto. Ma penso che contando anche
un errore possibile di un grado per la temperatura e di venti centimetri per
l'elevamento del livello degli oceani, le simulazioni non devono essere molto
lontane dalla realtà potenziale che si suppone debbano interpretare. Almeno per
quanto riguarda l'evoluzione globale del clima. Per contro, le incertezze sono
enormi quando si tratti di prevedere l'impatto regionale dei cambiamenti
climatici. Quale sarà la temperatura media in Belgio? Sotto quale regime di
precipitazioni si vivrà? Tanti problemi ai quali i modelli faticano a
rispondere.
Perché? Essenzialmente, perché il numero dei parametri da
prendere in considerazione supera la capacità di calcolo dei computer. In alcuni
posti della Terra ( ma quali?), il clima migliorerà, diverrà più favorevole alla
vita; in altri, le condizioni peggioreranno. Ma, quando la transizione climatica
si sarà prodotta, non ci sarà alcun dubbio saranno tutti perdenti, nella misura
in cui l'economia è basata sulle relazioni internazionali.
Un disordine in un
punto del globo si ripercuoterà dappertutto. In questo senso,
l'ipersofisticazione tecnologica del nostro tempo, con la sua civilizzazione
della comunicazione, ci rende più fragili di fronte alle perturbazioni del
sistema. Quanto all'uomo politico, non si occupa di eventi globali ma di ciò che
avviene " a casa sua". Ora, precisamente, siamo incapaci di dirglielo
attualmente. E il suo attendismo si trova così rafforzato. Come ha ulteriormente
dimostrato la quinta Conferenza delle parti, che si è tenuta a Berlino, numerosi
Paesi sono molto reticenti a prendere delle misure.
Solo l'Unione europea sembra disposta a sviluppare una politica
volontaristica e a ridurre le sue emissioni di CO2 per portarle
nel 2010 l'8% al disotto del loro valore del 1990. Questo sforzo (si osserva già
un rilassamento), sarà vano se i paesi in via di sviluppo, vale a dire i più
grandi inquinanti del domani, affondano nel lassismo più totale.
D. Di fronte al riscaldamento climatico, alcuni agitano lo spettro delle catastrofi naturali. Logico, no?
R. Logico, infatti. Un aumento della temperatura va di pari passo con un'intensificazione delle precipitazioni, dunque delle inondazioni, e della violenza dei venti. Gli uragani si formano generalmente nelle zone in cui la temperatura dell'acqua di superficie è di almeno 27 gradi. Nel quadro di un riscaldamento globale, è altamente probabile che questa condizione sia più spesso registrata e, pertanto che gli uragani divengano più numerosi. Questi quindici anni sono stati marcati da un aumento delle catastrofi naturali, ma si dimostra molto difficile tenere conto dei fatti. In ogni caso, i dati scientifici non ci permettono di affermare che il fenomeno è il riflesso del cambiamento climatico in fase d'avvio. La logica vuole anche che il riscaldamento del pianeta stimoli la diffusione di alcune malattie, come la malaria. Se la temperatura aumenta in una regione, la probabilità di vedere sopravvivere delle zanzare è superiore a quella esistente quando faceva più freddo. Ugualmente per i batteri nell'acqua destinata al consumo, ad esempio. Il problema è di sapere se la logica sarà rispettata, e ciò, nessuno può certificarlo attualmente, dal momento che i fenomeni sono aggrovigliati. Così, i viaggi, la moltiplicazione delle comunicazioni internazionali favoriscono la diffusione delle malattie.
D. Secondo voi, può accadere che l'uomo moderno abbia un'influenza sul clima a scala geologica?
R. Il nostro laboratorio ha mostrato una relazione possibile tra l'attività umana nel corso del 20° e 21° secolo e l'evoluzione del clima a scala di diecine di migliaia anni. La nostra simulazione si fonda sull'ipotesi seguente: la concentrazione di CO 2 raggiunge 750 ppmv nel 2100, poi, nel 22° secolo, adotta l'evoluzione naturale che era la sua prima della rivoluzione industriale. Che cosa si osserva in queste condizioni? Da una parte, che i ghiacci della Groenlandia fondono in 5.000 anni, ciò che fa salire il livello delle acque di 6 metri. Dall'altra parte, che occorrono 60.000 anni al sistema climatico per dimenticare l'impatto dell'Uomo e seguire di nuovo lo scenario naturale. Se abbiamo visto giusto, 250 anni di attività umana potrebbero condizionare il clima futuro per diecine di migliaia di anni.
(L'intervista è a cura di Philippe Lambert , ed è apparsa sul numero 157 del gennaio 2000 di Athena)