Inquinamento da composti fenolici e biorisanamento tramite "Bioaugmentation"
Sonia Spagnesi, Laura Fambrini e Claudia Barberio
Dipartimento di Biologia
Animale e Genetica, Università di
Firenze
I composti fenolici appartengono alla famiglia delle sostanze aromatiche, i
costituenti organici più diffusi nella biosfera dopo i carboidrati In
natura una delle fonti più importanti di composti fenolici è la
lignina polimero poco degradabile costituito da unità di fenilpropanolo.
Fonti di sostanze fenoliche naturali più facilmente degradabili sono
invece gli acidi fenolici e gli aminoacidi aromatici (1).
Con lo sviluppo
industriale, è stata introdotta nell'ambiente una grande varietà
di nuovi composti fenolici derivati da processi di lavorazione e trattamento di
sostanze più complesse o utilizzati per le loro proprietà di
pesticidi, erbicidi e fungicidi (clorofenoli, dinitrofenoli), detergenti
(alchilfenoli, nonilfenoli), conservanti e sbiancanti (nitrofenoli,
clorofenoli).
La maggior parte di questi composti è da annoverarsi tra
gli xenobiotici, cioè prodotti non presenti normalmente in
natura.
Dalla massiccia immissione di tali sostanze nell'ambiente è
derivato un diffuso inquinamento (1). La presenza e la stabilità
dell'anello benzenico rendono infatti difficile la degradazione di molte
sostanze fenoliche, determinando il loro accumulo negli ambienti naturali.
La recalcitranza alla degradazione di questi composti, che aumenta in
funzione del numero e della natura dei residui presenti sull'anello, ha destato
preoccupazione a causa della tossicità di molti di essi.
Bisogna
inoltre tener presente che alcuni dei loro prodotti intermedi di degradazione
possono essere ancora più tossici del composto iniziale e che possono
andare incontro a fenomeni di "bioamplificazione", ovvero all'accumulo
da parte di alcuni organismi e al conseguente inserimento nella catena
alimentare.
I problemi posti dalla persistenza ambientale dei composti
fenolici sono stati in alcuni casi affrontati tramite tecniche di biorisanamento
(bioremediation), metodi cioè che utilizzano microrganismi per eliminare
inquinanti da siti contaminati (2-5).
Modalità di Biodegrndazione
Nonostante in alcuni casi, come per i
clorofenoli, sia possibile una degradazione abiotica attraverso idrolisi o
fotolisi (6), è noto che la biodegradazione degli inquinanti, incompleta
o completa (mineralizzazione), avviene principalmente ad opera di
microrganismi.
Le reazioni di degradazione possono avvenire in condizioni
aerobie o anaerobie (1). Nel primo caso, i microrganismi utilizzano in genere
una via metabolica comune che coinvolge le ossigenasi.
Questi enzimi
preparano i substrati per la scissione dell'anello benzenico aggiungendo
sostituenti idrossilici al nucleo aromatico, che viene poi scisso in composti
più assimilabili.
Negli ambienti aerobi, l'ossigeno è
l'accettore terminale di elettroni ed è spesso anche un agente
indispensabile per le reazioni iniziali di degradazione.
In anaerobiosi
possono essere utilizzati come accettori alternativi di elettroni il nitrato, il
solfato o il carbonato e il passaggio centrale per la biodegradazione degli
inquinanti aromatici sembra essere la via riducente del benzoato.
Le strategie di biorisanamento
Le tecniche di biorisanamento sono state
sperimentate per la prima volta nell'industria petrolchimica negli anni '70 ed
oggi sono divenute una alternativa comune alla decontaminazione chimica o
fisica, grazie al loro basso costo e minimo impatto ambientale.
Le strategie
adoperate per il risanamento di siti contaminati si possono ricondurre
essenzialmente a due tipologie (7):
- stimolazione della microflora
degradativa endogena tramite l'aggiunta di substrati (biostimolazione)
- aggiunte (cicliche o meno) al sito contaminato di batteri degradatori selezionati in laboratorio e possibilmente derivati dall'ambiente stesso (bioaugmentation).
In alcuni casi questi microrganismi possono essere stati modificati
geneticamente per migliorarne le capacità degradative.
Perché
la bioaugmentation abbia successo gli organismi inoculati devono riuscire a
sopravvivere e a competere con le comunità naturali mantenendo buoni
livelli di attività degradativa. Non sempre questo succede ed è la
ragione per cui questo metodo è da molti considerato inaffidabile.
Ciò nonostante, è ancora oggetto di notevole interesse e
potrebbe essere l'unico mezzo per un efficace biorisanamento in situazioni in
cui i degradatori endogeni non riescano ad attaccare rapidamente gli inquinanti
(7, 8).
Poiché le attuali conoscenze sulla diversità dei
microrganismi, sui loro rapporti e sui fattori ambientali che la/li influenzano
sono scarse, il loro miglioramento può essere molto importante per una
maggiore efficacia delle strategie di bioremediation.
Sia per la rilevazione ambientale degli inquinanti che per la conoscenza
della biodiversità microbica e per seguire sviluppo e attività dei
microrganismi aggiunti, è stato ed è determinante lo sviluppo di
metologie molecolari che consentono di studiare i microrganismi sia ex situ
che in situ. E' infatti evidente che il monitoraggio è parte
integrante della bioremediation e spesso la specificità,
sensibilità e affidabilità delle tecniche usate influenzano la
scelta delle strategie di decontaminazione da utilizzare.
Le tecniche
analitiche normalmente utilizzate per misurare l’attività microbica
e i livelli di inquinanti, come la respirometria, la cromatografia, la
spettroscopia e l'HPLC (cromatografia in fase liquida ad alta pressione), sono
spesso di utilità limitata nella rilevazione di basse concentrazioni dei
substrati di interesse.
Biosensori, sonde geniche, tecniche di PCR e saggi
immunologici, metodi veloci e ad elevata risoluzione, sono invece in grado di
rilevare concentrazioni molto basse del bersaglio.
Ad esempio, biosensori
microbici che utilizzano fusioni tra geni che codificano prodotti (i citocromi
P450, P420 e ossidasi a funzione mista) coinvolti nella degradazione dei
bifenili policlorurati (PCB) e geni reporter come quelli che conferiscono
bioluminescenza si sono dimostrati biomarcatori affidabili per la rilevazione di
livelli di esposizione ai PCB nei fegati di foche che vivono vicine ai porti
(5). Nessuno dei metodi nominati precedentemente è comunque in grado di
rilevare inequivocabilmente le attività proprie delle singole cellule
microbiche e per tale scopo sarà molto importante lo sviluppo delle sonde
per RNA messaggero (mRNA).
Approcci alla bioaugmentation
Vi sono alcune caratteristiche che i
microrganismi usati per la bioaugmentation dovrebbero possedere, come la azione
rapida, la vita breve se manipolati geneticamente o provenienti da ambienti
differenti da quello inquinato (per evitare possibili danni a lungo termine), la
capacità di penetrare nelle zone di accumulo dell'inquinante e di entrare
bene in contatto con esso, la resilienza (resistenza a fluttuazioni di pH, forza
ionica, alte concentrazioni di metalli ecc.), ed eventualmente attività
degradativa verso più tipi di xenobiotici (8).
Per tali ragioni,
maggiori possibilità di successo possono essere offerte se i
microrganismi sono stati selezionati dallo stesso ambiente da inoculare. Queste
ragioni sono probabilmente alla base dello scarso numero di esperimenti in campo
e ai loro esiti spesso contrastanti. Inoltre l'applicazione in campo deve essere
necessariamente preceduta da una lunga serie di esperimenti che vanno dalla
selezione/isolamento della microflora a verifiche di laboratorio tese a
stabilire il comportamento e l'efficacia degradativa del microrganismo o dei
consorzi da reinoculare. E' importante che le condizioni in cui tali esperimenti
vengono effettuati siano più simili possibile a quelle del sito
contaminato e a tale scopo è fondamentale che la fase immediatamente
precedente l'applicazione in campo preveda l'uso di micro- e mesocosmi. Inoltre,
dato che la degradazione di xenobiotici è difficilmente attuata da un
unico microrganismo, la selezione di consorzi naturali o artificiali può
essere vantaggiosa.
Problemi legati alla bioaugmentation e possibili soluzioni
Le principali
difficoltà che i microrganismi possono incontrare durante i processi di
biodegradazione (1, 8) sono:
· La scarsa
biodisponibilità di alcuni composti a causa della loro struttura; ad
esempio, la lignina è un polimero di grandi dimensioni impossibile da
idrolizzare per la maggior parte dei microrganismi. Solo alcuni attinomiceti e
dei funghi parassiti bianchi che producono enzimi extracellulari ligninolitici
sono in grado di attaccare la lignina, rilasciando frammenti più corti
che possono poi essere degradati da batteri non ligninolitici aerobi e anacrobi.
Una elevata apolarità e la tendenza ad assorbirsi alla materia organica
del suolo e alle matrici dei sedimenti sono caratteristiche che possono
diminuire fortemente la biodisponibilità di molti composti
aromatici.
· I limiti degradativi intrinseci
dei microrganismi rispetto al substrato e alle condizioni ambientali. Ad
esempio, in condizioni aerobici molecole con elettroaccettori (gruppi cloro,
nitro e azo) sono resistenti alla degradazione perché impediscono
l'attacco elettrofilo dell'anello aromatico da parte dell'ossigeno. L'opposto
succede in anaerobiosi, cioè la presenza di gruppi elettrodonatori
impedisce l'attacco nucleofilo.
· La
formazione di dimeri e polimeri conseguenti all'attacco ossidativo dei radicali
liberi. Le sostanze ad alto peso molecolare che si formano hanno una elevata
stabilità, rimanendo tali per più di 500 anni. Inoltre, piante,
funghi ed attinomiceti rilasciano nell'ambiente enzimi ossidanti come le
tirosinasi, le laccasi e le perossidasi che possono attaccare le sostanze
fenoliche, rendendole maggiormente suscettibili alla polimerizzazione.
· La riduzione dell'attività microbica dovuta
alle condizioni ambientali (temperatura, umidità, forza ionica) e a
limitazione della diffusione del composto.
·
Parametri di nicchia che possono influenzare le capacità degradative dei
microrganismi indigeni o aggiunti: fitness (competizione, sinergia...),
predatori, concentrazione microbica in fase stazionaria di
crescita.
Possibili soluzioni a questi problemi sono:
· Il preadattamento dei batteri da inoculare (3,
9).
· L'aggiunta all'ambiente contaminato di
nutrienti inorganici e/o organici, di accettori o donatori di elettroni, di
ossigeno per stimolare il metabolismo della microflora endogena o inoculata e/o
di sostanze che favoriscano l'aumento della biodisponibilità favorendo il
contatto tra inquinanti e batteri (3, 5).
·
L'alternanza di fasi aerobiche e anaerobiche. Un esempio è dato dalla
rimozione di nitrati e fosfati dalle acque reflue, passaggio fondamentale per
evitare fenomeni di eutrofizzazione (1).
·
Immobilizzazione su matrici e incapsulamento. L'uso di questo tipo di tecnologie
sembra essere estremamente promettente sia per quanto riguarda l'efficacia
degradativa dei ceppi o consorzi immobilizzati, sia per quanto riguarda la loro
vitalità a lungo termine (8, 9).
·
Inoculi ripetuti (4, 8).
· Uso di
microrganismi che, pur non intervenendo nel processo degradativo, ne favoriscono
l'attuazione indirettamente fornendo o sottraendo metaboliti alla microflora
degradativa o favorendo un processo fisico. E' quest'ultimo il caso dei metalli
pesanti la cui precipitazione è promossa dalla produzione di acido
solfidrico effettuata da batteri solfato-riducenti (5).
Bioaugmentation di composti fenolici
Le prove finora effettuate
riguardano esperimenti in micro e mesocosmi (Tabella 1). Le ricerche sono state
effettuate sia con inoculo di singoli microrganismi che di consorzi microbici
naturali o artificiali.
Tre di questi studi riguardano la bioremediation di
suoli contaminati rispettivamente da pentaclorofenolo (PCP), uno dei più
diffusi antiparassitari (2, 10), e da 2-sec-butil-4,6-dinitrofenolo (dinoseb)
sostanza usata come erbicida (11). Per quanto riguarda il PCP entrambi le
ricerche pubblicate mettono in evidenza differenze tra diversi suoli inquinati
riguardo alla presenza di microflora endogena degradativa. L' interessante
notare come l'effetto positivo, ottenuto con l'inoculo di un ceppo di
Flavobacterium, possa essere migliorato agendo anche su un parametro importante
come il contenuto d'acqua (10). L'efficacia del preadattamento e dell'uso di un
consorzio microbico naturale è invece messa in evidenza nella ricerca di
Barbeau et al. (2). Risultati contrastanti, che riflettono le differenze negli
ambienti di partenza, vengono ottenuti anche nel caso del dinoseb (11). La
procedura di bioaugmentation ha infatti successo solo nel caso di uno dei due
suoli contaminati. Particolarmente interessante è la recente indagine
riguardante la possibilità di operare una bioaugmentation inoculando nel
sito contaminato plasmidi catabolici che, una volta acquisiti dai microrganismi,
sono in grado di promuovere il potenziale degradativo di comunità che
mancano degli organismi o dei geni necessari per una rapida eliminazione dello
xenobiotico (12).
I fanghi attivi e in genere le comunità microbiche
degli impianti di trattamento dei liquami, siano essi a biomassa dispersa o
adesa, rappresentano essi stessi dei sistemi di bioaugmentation, in quanto la
degradazione degli inquinanti avviene ad opera di queste stesse comunità
che si sviluppano a seguito dell'ingresso dei reflui da trattare (1). Quando gli
impianti trattano reflui contenenti inquinanti recalcitranti è comunque
possibile che non si riesca a raggiungere un livello di abbattimento
soddisfacente in assoluto o relativamente ad alcune fasi del processo. Anche nei
migliori impianti di trattamento sono infatti inevitabili le fluttuazioni
ambientali. La bioaugmentation con microrganismi selezionati potrebbe essere in
questi casi una delle vie per risolvere i problemi legati alla loro efficienza.
Il lavoro di Selvaratnam (13), oltre a mettere in luce l'utilità della
bioaugmentation con un ceppo di Pseudomonas plitida degradatore di
fenolo, puntualizza e dimostra l'utilità di alcune tecniche molecolari
per il controllo della sopravvivenza del ceppo stesso. Sembra quindi di poter
ribadire che la bioaugmentation potrebbe essere un utile mezzo per il
risanamento di ambienti contaminati da composti fenolici, ma che non sempre
questo è vero e che la sua efficacia deve essere accuratamente valutata
caso per caso.
Nel nostro laboratorio è stato recentemente iniziato
uno studio teso a migliorare tramite bioaugmentation la degradazione dei
nonilfenoli polietossilati (NPE) effettuata dalla flora microbica di un
depuratore a fanghi attivi.
I nonilfenoli polietossilati (NPE) sono
tensioattivi non ionici che, malgrado la potenziale tossicità e
recalcitranza alla degradazione dei principali intermedi di degradazione, sono
ampiamente usati in vari tipi di industrie, tra cui quella tessile, per la loro
versatilità ed economicità (14, 15). Depuratori di zone ad alta
concentrazione di industrie tessili, come quella di Prato, hanno reflui
arricchiti in NPE e in particolare quando vi siano brevi tempi di ritenzione
nella vasca di ossidazione, la degradazione di questi tensioattivi può
essere problematica. Nel nostro laboratorio abbiamo isolato batteri coinvolti
nell'utilizzazione di NPF con catena laterale di 6 (NPL-6) e 9 (NPE-9) etossili,
maggiormente usati nell'industria tessile, da fanghi attivi di alcuni
depuratori. Una parte degli isolati, caratterizzata mediante metodi fisiologici
e/o molecolari, è stata adoperata per ottenere diversi consorzi microbici
esaminati poi per la loro attività degradativa nei confronti dei suddetti
NPF in terreno minerale e in condizioni di cometabolismo con acetato di sodio
allo 0.2%. Le quattro miscele con migliore attività degradativa sono
state analizzate, nelle stesse condizioni sperimentali, per la capacità
di competere con la microflora dei fanghi attivi del principale depuratore della
provincia di Prato. Il consorzio artificiale che ha dimostrato migliori
capacità di competizione è stato usato per una prima prova di
bioaugmentation in coltura discontinua. A tale scopo, il consorzio è
stato inoculato nell'afflucnte dello stesso depuratore (prelevato il giorno
stesso) a una concentrazione di 5X108 cellule/ml. L'incubazione
è avvenuta per un totale di 72 ore e la degradazione in assenza e
presenza di inoculo è stata saggiata a tre diversi tempi di incubazione
(5, 24, 72 ore). I risultati ottenuti hanno mostrato che l'inoculo ha provocato
un miglioramento del 10% nella efficienza degradativa della flora microbica
dell’affluente dopo 5 ore di incubazione. Il miglioramento permane nelle
successive rilevazioni anche se molto diminuito (2%). Sebbene siano necessari
ulteriori esperimenti, i risultati sembrano essere promettenti per un possibile
uso migliorativo di questo od altro consorzio selezionato, eventualmente
preadattato, usato non più come biomassa dispersa ma adesa.
|
AMBIENTE |
CONTAMINANTE |
CEPPO/CONSORZIO |
|
Suolo |
pentaclorofeenolo (PCP) |
Flavobacterium ATCC 39723 (10)* |
|
Suolo |
pentaclorofeenolo (PCP) |
Consorzio (2)* |
|
Suolo |
dinoseb |
Consorzio (11) |
|
Suolo |
Acido 2,4 - dicolorofenossiacetico |
E.coli contiene plasmidi catabolici di Ralstonia eutropha (12)* |
|
Fanghi attivi |
Fenolo |
P.putida ATCC 11172 (13)* |
|
Reflui da autolavaggio |
Tensioattivi non ionici carburante |
Consorzio (3)* |
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Per informazioni: cbarberio@dbag.unifi.it
fonte: BioTec, marzo – aprile 2000