L’effetto serra: una sfida per l’umanità
La comunità scientifica
internazionale è d’accordo oggi sul fatto che l’accrescimento delle emissioni di
gas ad effetto serra, principalmente dell’anidride carbonica (CO2) ma
anche del metano (NH4), dell’ossido nitroso (N2O) e dei
clorofluorocarburi (CFC) tra gli altri, porta ad un riscaldamento generale
dell’atmosfera, capace di provocare a più o meno lungo termine degli
sconvolgimenti climatici.
Dall’inizio della rivoluzione
industriale l’uomo non ha mai cessato di estrarre in misura sempre più
sostenuta il carbonio nascosto nel sottosuolo (principalmente sotto forma di carbone,di
gas e di petrolio) per bruciarlo e ricavarne energia; in questa impresa
ha scaricato nell’atmosfera grandi quantità di anidride carbonica. (
Vedi riquadro
1)
Questo gas non è nocivo in
se stesso, è anche uno degli elementi fondamentali della vita sulla terra;
tuttavia, scaricato in grandissime quantità nell’atmosfera, può modificare il
fragile equilibrio climatico del pianeta e, alla fine, perturbare fortemente le
attività umane: innalzamento del livello del mare, modifiche pluviometriche,
nuova ripartizione delle zone agricole,etc.
Nel mondo, le centrali termiche a
combustibili fossili, che producono
elettricità o calore, sono responsabili di più di un terzo delle emissioni di
CO2 di origine umana, tanto quanto trasporti e
industria riuniti insieme.
Da qui
al 2020, il numero di centrali dovrebbe raddoppiare e, se le fonti di energia e
le tecniche restano le stesse, dovrebbero dunque nel loro complesso produrre due
volte di più di CO2 rispetto ad oggi. Un aumento della resa degli impianti
esistenti e futuri, di circa il 25% grazie a tecniche di produzione moderne,
porterebbe soltanto a limitare l’aumento delle emissioni di CO2 delle centrali
al 50% ( al posto di un raddoppio).
L’accrescimento della
concentrazione di CO2 nell’atmosfera sembra dunque ineluttabile,
salvo che non si pervenga a utilizzare massicciamente delle tecniche che non
rigettano nell’atmosfera dei gas ad effetto serra, come l’elettrica, le centrali
nucleari o quelle eoliche. Tuttavia, non è possibile, come avviene in Francia
(dove, grazie al suo parco di produzione nucleare e elettrica, la produzione di
elettricità è, dal 1990, esente da emissioni di gas ad effetto serra, per più
del 90%) utilizzare questi mezzi di produzione in tutti i paesi del mondo ed è
pertanto fondamentale riflettere sull’insieme delle soluzioni possibili. La captazione e l’intrappolamento di
CO2 sono delle alternative ma, anche se si arrivasse a controllare
l’insieme delle emissioni di CO2 delle centrali, ciò non risolverebbe
in definitiva che una parte del problema. In realtà, provarsi ad arrestare il
riscaldamento del pianeta richiederebbe il trattamento di tutti i gas serra
causati dall’uomo (per attività domestiche, agricole e industriali), e ciò
ovviamente, può porre dei problemi per paesi fortemente popolati come la Cina e
l’India. D’altra parte, questi paesi fanno perno sulle loro immense riserve di
combustibili fossili per svilupparsi attivamente e questo fa temere che i soli
sforzi dei paesi sviluppati per limitare gli scarichi di CO2 siano
nettamente insufficienti.
Come
intrappolare l’anidride carbonica delle centrali elettriche?
La maggior parte della
CO2 emessa ogni anno non resta nell’atmosfera, perché gli scambi con
gli oceani e le piante sono considerevoli. Infatti i mari e i fiumi captano
grandi quantità di CO2, che si ritrovano disciolte nell’acqua.
Peraltro, grazie ai raggi del sole, le piante fissano la CO2
sotto forma di carbonio al momento della
fotosintesi.
Aumentare il potere di
captazione della CO2 da parte del pianeta sarebbe un compito utile
che permetterebbe di captare non soltanto le emissioni delle centrali ma anche
quelle, più diffuse, del riscaldamento domestico e dei mezzi di trasporto.
Bisognerebbe innanzi tutto arrestare la deforestazione (a livello mondiale,
l’equivalente di due terzi della foresta francese sparisce ogni anno nelle zone
tropicali) e bisognerebbe ricreare immense foreste. ma il rimboschimento di una
superficie equivalente al Sahara permetterebbe appena di contenere l’aumento
della CO2 per un periodo da venti a trenta anni in quanto lo
stoccaggio della CO2 si fa
soprattutto durante la fase di crescita della foresta.
Per andare più lontano e per
un tempo più lungo, bisognerebbe captare la CO2 nei fumi da combustione, prima che
sfugga nell’atmosfera, ed essere capaci di stoccarla per periodi di tempo molto
lunghi. Il recupero dell’anidride carbonica non è possibile per le auto e per il
riscaldamento domestico, ma questo recupero potrebbe essere considerato per le
centrali di grande potenza, a condizione di accettare un aumento rilevante dei
costi del kWh (moltiplicazione per 1,5 o 2) e un sovra consumo di circa il 25%
di combustibili fossili a causa dell’abbassamento del
rendimento.
Solo CO2 e nient’altro?
La CO2 rappresenta solo dal 5 al 15% del volume dei
fumi emessi dalle centrali termiche (secondo il tipo di combustibile - metano,
gasolio o carbonio - e il rendimento ) e l’estrazione richiede delle
installazioni complesse che consumano molta energia. Le cose sarebbero più
facili se i fumi fossero costituiti
principalmente da CO2 Allora non si tratterebbe più di estrarre
questo gas ma di purificarlo prima dello stoccaggio (essenzialmente per evitare
la corrosione e ridurre l’impatto ambientale), un’operazione più semplice da
realizzare.
Al momento della
combustione, solo l’ossigeno è attivo, gli altri gas come l’azoto dell’aria non
sono realmente utili ma permettono di limitare la temperatura della caldaia. Un
modo per ottenere una concentrazione molto forte di CO2 nei fumi
(superiore al 90%) sarebbe, allora, quello di bruciare il combustibile con
l’ossigeno puro. E’ ciò che si fa generalmente nelle centrali IGCC durante la
fase della gassificazione, ma il gas di sintesi è in seguito bruciato in una
turbina a combustione con un forte eccesso di aria accompagnata da un’iniezione
di azoto sotto pressione (proveniente dall’unità di separazione dell’aria) per
diminuire la temperatura di fiamma e aumentare la potenza. I fumi hanno dunque le caratteristiche
di una combustione in aria. Nelle centrali IGCC per intrappolare la
CO2, si è deciso allora realizzare una fase di conversione del gas di
sintesi che permetta, per reazione con l’acqua, di trasformare il CO uscita dal
gassificatore in una miscela di CO2 e idrogeno. Occorre allora
separare la CO2 (il che è facilitato in quanto il gas è sotto
pressione ed è privo d’azoto) e bruciare unicamente l’idrogeno nel ciclo
combinato per ottenere, alla fine, solo vapore acqueo.
In linea di principio ciò è
anche possibile con il metano, e la produzione di elettricità termica sarebbe
allora fondata sull’idrogeno, un combustibile senza carbonio. Questa soluzione
parrebbe promettente per il futuro perché permetterebbe l’utilizzazione di pile
a combustibile ad alto rendimento (tanto per il metano che per il carbone) così
come la possibilità di fare nello stesso tempo carbochimica e produzione di
elettricità.
Nel caso di centrali a
polvere di carbone a letto fluido a pressione atmosferica (in cui manchi la fase
della gassificazione), è considerata piuttosto la possibilità di bruciare il
combustibile con una miscela di ossigeno e di CO2 raffreddato e
riciclato. La CO2 sostituisce allora l’azoto dell’aria; che permette
di non modificare molto le caratteristiche della combustione e i flussi termici
nella fornace. Nondimeno, questo tipo di caldaia generalmente non è stagna e
avrà dunque delle entrate di aria o delle fughe di CO2 per cui la
funzione delle unità ausiliarie (di separazione d’aria e riciclaggio dei fumi)
può essere rilevante e penalizzare il rendimento di un tale
processo.
Lavare o filtrare i fumi?
Indipendentemente dalla
concentrazione finale di CO2 nei fumi, le tecniche di captazione
esistono già. Alcune sono utilizzate industrialmente, altre ancora sono in fase
di sviluppo; ma, benché il costo delle installazioni sia ancora difficilmente
valutabile per centrali di grandi dimensioni, è principalmente l’influenza
dell’installazione sul rendimento globale ad essere il fatto fondamentale.
Infatti, diminuire la potenza utile della centrale del 25%, come è stato stimato
per certe serie a carbone polverizzato, aumenta già di un quarto il costo
dell’elettricità, indipendentemente dall’investimento necessario alla
captazione, al trasporto e allo stoccaggio della
CO2.
I processi di assorbimento
La tecnica più impiegata per
captare la CO2 nei fumi è l’assorbimento chimico dove un liquido
reagisce con la CO2 per formare dei composti poco stabili che possono
essere in seguito decomposti sotto l’azione del calore, rigenerando così il
solvente e producendo un flusso di CO2 che può essere raccolto. In pratica,
questi procedimenti utilizzano due serbatoi: un “assorbitore” dove un liquido
cade sotto forma di pioggia molto fine e si carica di CO2,
trascurando le altre componenti dei fumi, ed un “rigeneratore” dove la
CO2 viene riemessa e il liquido assorbente rigenerato
(fig.1).
Uno dei fluidi più utilizzati industrialmente è il monoetanoammin (MEA) in soluzione nell’acqua. La principale difficoltà risiede nel fatto che alcuni inquinanti (gli ossidi di azoto o di zolfo) possono decomporre la MEA per cui si rende necessario un trattamento spinto dei fumi. Peraltro la CO2 raccolta deve subire parecchi passaggi di purificazione, il più importante dei quali è l’essiccamento, in quanto la CO2 umida è acida e corrosiva. Alla fine, questo procedimento di assorbimento chimico permette di ottenere una buona captazione di CO2 dal 90 al 95%) e di fornire un gas puro. Unità industriali di parecchie migliaia di tonnellate al giorno esistono già per l’industria petrolifera, e altre più piccole sono correntemente utilizzate per l’industria alimentare.
ll fenomeno di assorbimento
fisico può anch’esso essere messo a profitto per estrarre l’anidride carbonica
da una miscela gassosa. La CO2 si dissolve infatti in maggiore
quantità in certi liquidi rispetto agli altri gas (N2, O2 ,H2, etc) da cui la si voglia separare. In questi procedimenti,
la miscela gassosa è messa a contatto sotto pressione con il fluido di
assorbimento. La CO2 che si discioglie in maniera preferenziale, è in
seguito recuperata mediante riduzione progressiva della pressione alla quale è
sottoposto il fluido di assorbimento. Sono disponibili commercialmente parecchi
fluidi, ad esempio il Selexol, o il Rectisol (acqua + metanolo). In rapporto ad
acqua pura, il componente organico rafforza la selettività, e permette di
ridurre la pressione necessaria. Questi procedimenti sono soprattutto
interessanti se il gas da trattare è già sotto pressione e se la percentuale di
CO2 è rilevante.
L’assorbimento della
CO2 tramite un solido è un metodo che utilizza le proprietà di certi
solidi a intrappolare la CO2 su dei “siti attivi”. I solidi impiegati
sono ad esempio allumina o zeoliti (specie di argille naturali e non). I
processi di assorbimento utilizzano generalmente due reattori, l’uno in servizio
e l’altro in fase di rigenerazione. La rigenerazione dell’assorbente è ottenuta
mediante un abbassamento di pressione, “Pressure Swing Adsorption (PSA)”, o
mediante un innalzamento della temperatura, “Thermal Swing Adsorption
(TSA)”.
La separazione dei gas
mediante membrane (che sono dei cilindri di alcune decine di centimetri di
diametro) sfrutta le differenze di permeabilità dei gas attraverso pareti di
polimeri o di materiali minerali. Il flusso gassoso attraverso la membrana è
spinto da una differenza di pressione che deve essere tanto più elevata quanto
più la permeabilità è bassa. Oltre alla permeabilità, la caratteristica
essenziale di una membrana è la sua selettività nei confronti dei gas da
separare (rapporto di permeabilità dei costituenti della miscela gassosa). Nella
maggior parte dei casi, la selettività delle membrane è insufficiente ad
ottenere un tasso di separazione soddisfacente in un solo passaggio tra la
CO2 e l’azoto e occorre utilizzare più stadi di separazione. Ciò
comporta costi rilevanti. Di recente si è ravvisata l’utilità di usare membrane
microporose che permettono di mettere insieme la miscela gassosa con un liquido
assorbente come MEA. Queste membrane contengono una moltitudine di minuscoli
alveoli che s’impregnano di liquido senza tuttavia lasciarlo penetrare nel
compartimento dei fumi. Simmetricamente, i gas invadono gli alveoli ed entrano a
contatto con il liquido assorbente che capta CO2. Sembra che un tale
dispositivo sia più efficace degli assorbitori classici, in quanto aumenta la
possibilità per i fumi di scambiare la CO2 con il
liquido.
Vincere la CO2 con il
freddo
Si può anche immaginare di
separare la CO2 dagli altri gas raffreddando i fumi al disotto della
temperatura di liquefazione della CO2 (ad esempio a -56°C per una
pressione di 5 bar), ed utilizzando tecniche simile a quelle criogeniche
utilizzate per la separazione dell’azoto e dell’ossigeno dall’aria
(distillazione a colonne). Benché sia possibile risparmiare energia,
raffreddando il gas che entra con il gas che esce, l’efficacia limitata degli
scambiatori o la perdita di carico in questi scambiatori penalizza questo
procedimento se la CO2 non è in una percentuale molto forte. Peraltro
nei sistemi criogenici il gas deve essere preliminarmente disidratato
accuratamente.
Che fare
della CO 2
Sapere intrappolare le
emissioni di CO2 delle centrali termiche è una cosa; poterla stoccare
per centinaia di anni è un’impresa tecnicamente molto più difficile. Tutto
comincia con il trasporto; infatti la scelta dei siti d’impianto delle centrali
termiche dipende da numerosi criteri (facilità di approvvigionamento del
combustibile, vincoli per il trasporto dell’energia, acque di raffreddamento,
etc…), che fanno sì che esse non siano generalmente collocate vicino a siti
potenzialmente idonei allo stoccaggio della CO2. Occorrerà dunque
trasportare la CO2 là dove è possibile stoccarla o trasformarla; in
certi casi si tratterà di migliaia di chilometri. Una particolarità della
CO2 gassosa è quelladi essere più pesante dell’aria, sicché il suo
trasporto non è senza pericolo. In caso di fughe, la CO2 si accumula
in conche naturali, e se qualcuno ne viene a contatto è privato dell’ossigeno in
pochi minuti, restando asfissiato.
Un altro problema è dato
dalla quantità di CO2 che bisognerà stoccare. Una centrale moderna a
carbone di 1000 Mwe produce circa 6 Mt di CO2/anno. In un secolo le emissioni di CO2 di questa
centrale è pari a 600 Mt di CO2, ossia un volume di circa 0,6
km3 (una sfera di 500 metri di raggio) sotto forma di CO2
liquida (sia raffreddata sia sotto forte pressione) e occorrerebbero 800 sfere
di questa dimensione per stoccare la produzione di tutte le centrali termiche a
carbone attualmente in servizio nel mondo. Poiché non si pone il problema di
costruire depositi così imponenti , lo stoccaggio della CO2 deve
dunque utilizzare le possibilità offerte dalle strutture geologiche oppure gli
oceani che hanno le dimensioni adatte.
Lo stoccaggio sotterraneo
della CO2
L’esistenza di giacimenti
fossili di CO2, alcuni dei quali di grandi dimensioni, e di
giacimenti di metano spesso miscelato alla CO2 permette di confinare
nel sottosuolo grandi quantità di gas per periodi
“geologici”.
La prima idea che viene in
mente è di utilizzare dei depositi naturali dopo averne estratto gli idrocarburi
che contengono. I giacimenti di metano naturali esauriti si prestano bene
all’iniezione di CO2 ed è anche possibile utilizzare gl’impianti di
sfruttamento esistenti, il che minimizza i costi. I giacimenti di petrolio
offrono situazioni più diversificate e sono necessari studi specifici per
determinare la loro attitudine allo stoccaggio e la loro capacità di
ricevimento. La tecnica è
conosciuta poiché i petrolieri utilizzano già la CO2, che ha
un’azione “fluidificante”, per estrarre il petrolio; cosa che permette di
recuperare più dei quatto quinti delle riserve.
La seconda idea è di
iniettare la CO2 nelle falde acquifere profonde, la cui tenuta stagna
si determina semplicemente attraverso lo studio degli strati geologici che le
ricoprono. Ad una profondità superiore agli 800 metri, a causa della temperatura
e della pressione, la CO2 diviene un fluido supercritico che ha una
solubilità nell’acqua del 5% in peso. Dopo il discioglimento, l’acqua diviene
acida e attacca le rocce come il calcare, ma le conseguenze sull’ambiente
dovrebbero restare minime in quanto esistono già delle sorgenti naturali in cui
la CO2 è mescolata all’acqua. D’altro canto, la compagnia Statoil, in
Norvegia, sperimenta già un’iniezione di 1 Mt di CO2 all’anno
(proveniente dal giacimento di metano di Sleipner West, che contiene il 9% di
CO2) in una falda acquifera a 1000 metri di profondità, al fine di
limitare il suo scarico nell’atmosfera.
E’ da rilevare che la
Francia è ben provvista di falde profonde di acqua calda (38.000 km2
sotto il bacino parigino e 20.000 km2 sotto il bacino aquitano)
relativamente ben conosciute grazie alla geotermia. Uno studio eseguito su
iniziativa dell’Ademe indica che occupando solo il 2% del volume libero delle
falde acquifere profonde, sarebbe possibile stoccare 13.000 Mt di
CO2, ossia circa 600 anni di produzione di CO2 delle
centrali termiche EDF. D’altra parte, questo tipo di falda esiste anche in
offshore nel mare del Nord, cosa che potrebbe facilitare le procedure di
sicurezza in casi di fughe di gas, ad esempio in testa ai pozzi (una parte della
CO2 si discioglierebbe nell’acqua del mare, rimontando in
superficie).
Lo stoccaggio di
CO2 negli oceani
Attualmente è comunemente
riconosciuto che gli oceani assorbono per fenomeno naturale circa un terzo della
CO2 liberata nell’atmosfera dalle attività umane, fissando così da 2
a 3 Gt di carbonio all’anno. Tuttavia, questo satura principalmente lo strato
superficiale degli oceani, mentre gli strati profondi contengono poco carbonio,
e il miscelamento delle acque profonde si effettua molto lentamente. E’ dunque
invogliante tentare di ricercare dei procedimenti per accelerare questi processi
naturali (fig.2). In Francia, tuttavia, la presenza di una platea
continentale fa sì che le grandi profondità oceaniche non potrebbero essere
raggiunte che lontano dalle coste, ciò che aumenterebbe considerevolmente il
costo dei gasdotti.
Il principio dell’iniezione
sottomarina è semplice. Una condotta proveniente dalla costa porterebbe la
CO2 alla profondità desiderata e un certo tipo di diffusore collocato
all’estremità l’inietterebbe nell’acqua, finemente divisa in goccioline o in
bollicine. Le quantità da iniettare e le perdite di carico durante il trasporto
necessiterebbero tuttavia delle condotte di grande diametro che nessuno
attualmente sa posare a più di 1000 metri di profondità. Questa profondità è
tuttavia il valore minimo che permette di sperare in una durata di stoccaggio
superiore ad un secolo ed è quella necessaria per evitare una perturbazione
locale troppo rilevante della flora e della fauna.
Più l’acqua del mare è
carica di CO2 dissolta, più è pesante. In assenza di correnti marine,
essa dovrebbe colare al fondo dell’oceano come un vero fiume sottomarino.
Tuttavia, per costituire dei veri “laghi” di CO2 occorrerebbe
iniettarla a più di 3000 metri di profondità in quanto la CO2 (sotto
forma liquida a causa della pressione sarebbe allora più densa dell’acqua del
mare e riempirebbe le fosse marine. Restano tuttavia numerose incognite sulla
stabilità e l’avvenire di tali “laghi” al fondo dell’oceano. L’acqua circostante
assorbirà lentamente la CO2, diverrà quindi acida e rischierà non
solo di perturbare la flora e la fauna del fondo marino ma egualmente di
dissolvere certi sedimenti, a meno che la superficie del “lago” non si ricopra
di un fine strato di idrati (un composto solido formato di CO2 e
acqua) che impedirebbe ogni reazione tra la CO2 liquida e
l’acqua.
Una soluzione considerata
per inviare la CO2 al fondo degli oceani sarebbe gettarla dal bordo
di battelli! Questa idea non è completamente utopica perché la CO2
gassosa nell’atmosfera, può essere raffreddata e trasformata in ghiaccio
carbonico. Ora questi blocchi, più pesanti dell’acqua, gettati in mare
calerebbero direttamente al fondo, anche se fonderebbero parzialmente durante la
loro discesa.
Come organizzare un tale
sganciamento? Basta riempire un cargo attrezzato per conservare il ghiaccio al
freddo. Questo trasporta il ghiaccio al posto prescelto e lo getta direttamente
in mare. Quando la concentrazione in CO2 diventerà critica e
rischierà di perturbare seriamente la flora e la fauna del luogo, il cargo si
sposterà semplicemente un po' più lontano. Il fondo marino sarebbe dunque
considerevolmente meglio preservato che in presenza di un’iniezione continua per
trent’anni sempre nel medesimo posto. Tuttavia, occorre tre volte più energia
per fare il ghiaccio carbonico (a -78°C) che per liquefare la CO2 e
tutta questa energia sarebbe spesa per raffreddare gli oceani! Un bilancio poco
soddisfacente.
Alcuni esperti propongono di
stoccare la CO2 al fondo dell’oceano sotto forma solida. A forte
pressione, la CO2 può infatti combinarsi con l’acqua per formare
degli idrati che rassomigliano grossolanamente a della neve. Più pesante
dell’acqua, essa colerebbe a fondo naturalmente. Si costituirebbero così delle
gigantesche discariche al fondo dell’oceano.
Diverse possibilità vengono
considerate e studiate attentamente, in particolare da parte dei Giapponesi: la
fabbricazione di idrati in superficie e l’iniezione sotto forma di fanghi a 2000
metri di profondità o l’iniezione di gas carbonico liquido (al disotto dei 500
metri) con un condotto che permetta la formazione locale di idrati. Ma è
difficile sapere se gli idrati non finiscano alla lunga per dissolversi
nell’acqua.
Alla fine del 1997, i paesi
che avevano firmato la Convenzione sui cambiamenti climatici nel 1992 hanno adottato il protocollo di
Kyoto dopo tre anni di intense trattative. Questo protocollo dovrebbe imporre ai
paesi sviluppati di ridurre significativamente le loro emissioni di gas-serra
(di almeno il 5% in rapporto all’anno 1990). Ciò comporterà la necessità di
modificare molto radicalmente la produzione e l’utilizzazione dell’energia (e
dunque dell’elettricità), di cambiare certe pratiche agricole, di gestire il
carbonio stoccato nelle biomasse e nelle foreste, di preparare l’adattamento
delle nostre società ai cambiamenti climatici e infine di creare nuiove
relazioni con i paesi in via di sviluppo.
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Riquadro1 - L'effetto serra
L’effetto serra è un fenomeno naturale che
permette all’atmosfera della terra di conservare una parte del calore del sole
(rimessa dalla terra sotto forma di emissioni infrarosse) grazie ad uno strato
di vapore e di gas. Senza effetto serra, avremmo in media -18°C sulla terra.
Tuttavia, l’emissione eccessiva di certi
gas nell’atmosfera, fra cui, in particolare, l’anidride carbonica
(CO2) risultante dalla combustione del carbone, il gasolio e il
metano, contribuisce al riscaldamento del clima attuale.
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Fig.2 Principio di stoccaggio sottomarino di CO2
*
Ingegnere dell’Ecole Nationale Supérieure des Arts et Métiers
6, quai Watier,78401 Chatou Cedex.
Fonte: Épure n. 64,
ottobre '99